È morto Yona Friedman l’architetto delle utopie realizzabili

Nato a Budapest nel 1923, l’architetto, teorico, saggista e artista ha attraversato quasi un secolo nel segno della sperimentazione e dell’intreccio fra le discipline. Tra le sue opere più note, il volume “Utopie realizzabili” scritto nel 1974; in Abruzzo ha realizzato l’installazione site-specific No Man’s Land (Terra di Nessuno) con Jean-Baptiste Decavèle.

YONA FRIEDMAN. Mobile Architecture, People's Architecture - photo Musacchio&Ianniello, courtesy Fondazione MAXXI
YONA FRIEDMAN. Mobile Architecture, People's Architecture - photo Musacchio&Ianniello, courtesy Fondazione MAXXI

Ha lasciato questa terra con una “missione”: approdare altrove, per “costruire una Città Spaziale nel cielo”. Così recita il post pubblicato in mattinata sul profilo Instagram di Yona Friedman, nel quale la notizia della scomparsa dell’architetto, nato a Budapest nel 1923, è accompagnata da un ritratto di metà anni Settanta. Figura dotata, nell’immaginario di molti, di una sorta di “aura mitica”, il teorizzatore dell’Architettura Mobile da tempo aveva adottato proprio quel social network per condividere memorie, montaggi di meravigliosi disegni a mano libera, istantanee di maquette e, non da ultimo, scatti relativi ai suoi libri e progetti. Una scelta nel segno della condivisione e dello scambio, coerente con la sua vita, che prendendo le distanze da derive autocelebrative si traduce oggi in un’eredità visiva e concettuale accessibile a tutti. Visionario e non etichettabile, Friedman è stato un progettista vulcanico e instancabile, capace di portare avanti la sua attività stabilendo “record personali” quasi fino all’ultimo. Basti pensare che risale ad appena un anno fa la sua prima opera pubblica negli Stati Uniti – Space Chain Phantasy -, realizzata nell’ambito di un’iniziativa promossa dall’Institute of Contemporary Art di Miami e dal Miami Design District.

UTOPIE REALIZZABILI

Analogamente a quanto fatto con l’installazione site-specific No Man’s Land (Terra di Nessuno), realizzata con Jean-Baptiste Decavèle in Abruzzo nel 2016, nell’intervento progettato a Miami si ritrovano ideali, forme e visioni che hanno contraddistinto il suo percorso, costantemente orientato verso il superamento dei confini della disciplina. Flessibile, mobile, modificabile dall’utente, concepita per le persone era l’architettura secondo Friedman, che dall’Ungheria, dove era nato e si era formato, aveva raggiunto Haifa, in Israele, stabilendosi lì per circa un decennio. Parigi, sua città d’adozione e luogo della sua scomparsa, lo aveva successivamente accolto, divenendo il punto di partenza per un’esistenza densa di collaborazioni internazionali. In primis quelle con l’ONU e UNESCO, affiancate dalle docenze presso gli atenei statunitensi. Più volte protagonista con i suoi lavori all’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia – da ricordare anche la sua partecipazione all’undicesima Documenta di Kassel -, Friedman è stato anche un autore prolifico.

ARCHITETTURA PER LE PERSONE

Il rilievo dei suoi libri non va rintracciato soltanto nei contenuti teorici: dal celeberrimo Utopie realizzabili, scritto nel 1974, al più recente The Dilution of Architecture, scritto insieme a Manuel Orazi. Una riflessione, infatti, meritano le “modalità di comunicazione” adottate, in particolare, nei suoi manuali: in essi il metodo di insegnamento applicato nelle università americane, a partire dagli anni Sessanta, viene “trasferito” e adattato alla forma cartacea. Consapevole del potenziale comunicativo delle immagini, Friedman come docente ricorre spesso ai disegni alla lavagna; nei libri ne mantiene la medesima essenzialità e immediatezza, in associazione a testi sintetici e chiarissimi che evocano la dimensione del fumetto. Un esempio rappresentativo è Tetti, edito da Quodlibet, che ci consente anche di ricordare l’impegno dell’architetto per l’apprendimento e la diffusione delle tecniche costruttive nell’India del secondo Novecento. Un libro che, come l’intera opera dell’architetto, ne testimonia il peculiare interesse per l’umanità, prevalente persino su quello per l’architettura e per le sue molteplici declinazioni. Ed è stato, probabilmente, questo uno dei tratti più rappresentati dell’esistenza (su questa terra) di Yona Friedman.

Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.