In attesa dell’inaugurazione, prevista per la primavera, di UNIC, l’edificio progettato da MAD Architects nel quartiere parigino di Clichy-Batignolles, l’architetto cinese Ma Yansong, fondatore dello studio, racconta la filosofia alla base della sua idea di architettura. E anticipa i dettagli del suo primo progetto italiano.

Fondato nel 2004, lo studio MAD Architects, oltre alla “casa madre” di Pechino, conta sedi a Los Angeles e New York. A guidarlo, insieme al fondatore, Ma Yansong, i colleghi Dang Qun e Yosuke Hayano. Tanti i progetti realizzati nel mondo: fra i più noti, Hutong Bubble 32 (2009) a Pechino, il complesso abitativo Gardenhouse (2018) a Los Angeles, la China Philharmonic Concert Hall (2019), ancora a Pechino. Cifra di Ma Yansong, l’aver inserito nei suoi progetti la filosofia dello scienziato cinese Qian Xuesen, secondo cui le città e gli edifici del futuro avrebbero dovuto consentire il “ritorno alla natura” dei loro abitanti.
Inserito nel 2008 dalla rivista ICON fra i venti giovani architetti più influenti del momento, Ma Yansong si è aggiudicato l’International Fellowship dal RIBA nel 2011, mentre il World Economic Forum lo ha selezionato come “Young Global Leader (YGL)” nel 2014.

L’INTERVISTA A MA YANSONG

La recente politica urbanistica di Pechino ha portato all’abbattimento di decine di hutong, i caratteristici agglomerati di piccole case di corte che costituivano il volto della Pechino popolare. Tuttavia ci sono stati segnali di inversione di tendenza e ne siete stati protagonisti, ad esempio con il progetto Hutong Bubble 218. Pensate siano i primi passi di un trend di conservazione delle architetture cinesi del passato?
Nel corso degli ultimi anni, il governo, nonché istituzioni indipendenti, hanno compiuto sforzi per preservare e ripristinare questi quartieri tradizionali unici a Pechino. Questo ci ha dato l’opportunità di considerare come possiamo contribuire, con l’architettura, alla storia. Introducendo oggetti d’arte scultorea in queste comunità, dimostriamo che anche attraverso interventi artistici su piccola scala possiamo avere un impatto e che il cambiamento, in questi contesti delicati, non deve essere realizzato con interventi su larga scala. Penso che questi tipi di progetti possano svolgere un ruolo importante nell’attrarre nuove persone, programmi e risorse in queste comunità che invecchiano e creare un dialogo importante tra vecchio e nuovo, che non interrompe il tessuto urbano esistente, ma consente al nuovo e al vecchio di completarsi a vicenda. Vogliamo mostrare, applicando i nostri valori progettuali all’interno dell’attuale paesaggio urbano, come immaginiamo il futuro di questi edifici storici e quale traccia possiamo lasciare nella storia.

MAD, Harbin Opera House. Photo Adam Mork
MAD, Harbin Opera House. Photo Adam Mork

Lavorate in Paesi fra loro diversi, per radici culturali e situazioni politiche. C’è però un filo comune che lega queste realtà nelle loro “richieste d’architettura”?
Molti edifici nelle nostre moderne metropoli sono stati costruiti come simboli di potere. Questo è ancora vero, ma attraverso la nostra pratica stiamo cercando di ripristinare il legame fra l’individuo e la natura all’interno del contesto urbano: per noi, il “filo conduttore” è questo. Attraverso i nostri progetti internazionali, i committenti cercano il nostro design. Essendo anch’essi alla ricerca di un modo per riportare la natura in città, riconoscono il nostro impegno in tal senso. Portiamo loro la nostra filosofia di design e il nostro approccio, e progettiamo in maniera da adattarsi alle specificità di ogni singolo contesto culturale. Per noi è un’opportunità di sviluppare un dialogo tra due diverse culture e capire come possiamo tradurre nel mondo la nostra filosofia di design, e come a sua volta il mondo la recepisce.

Quale può essere il contributo che una disciplina così vasta come l’architettura può portare allo sviluppo della società globale?
L’architettura è in un certo senso una forma di cultura, in quanto ci permette di capire il mondo attuale e ha la capacità di raccontare la storia sociale di un luogo; è uno strumento per capire il futuro della società secondo chi costruisce, ovvero noi architetti. Guardando indietro alla storia passata, l’architettura ci dice molto sul paesaggio urbano, sulla società e su come vivono le persone. In quanto architetti, traduciamo le nostre convinzioni progettuali e i nostri sistemi di valori in edifici con i quali trasmettiamo il nostro messaggio. Abbiamo la capacità di plasmare le città del futuro e il modo in cui le persone vivono, e questa è una cosa potente, quindi dobbiamo chiederci: “Che tipo di eredità culturale vogliamo lasciare attraverso la cultura urbanistica e architettonica della società?

Niccolò Lucarelli

http://www.i-mad.com/

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.