Il futuro del pianeta? Dipenderà dalla campagna. La Polonia verso la Biennale 2020

Col Padiglione Polonia, comincia il nostro avvicinamento alla prossima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Proprio come cercherà di dimostrare Rem Koolhaas nell’attesa mostra Countryside, The Future, al via al Guggenheim Museum di New York il 20 febbraio, anche nel progetto polacco la campagna riveste un ruolo cruciale. 

Fot. Paweł Starzec -Biennale 2020
Fot. Paweł Starzec -Biennale 2020

“How we will live together?” è la domanda a cui i professionisti internazionali offriranno risposte alla 17. Biennale di Architettura di Venezia, che aprirà le porte il prossimo 23 maggio – fino al 29 novembre. È con questo quesito che l’architetto Hashim Sarkis, professore a capo della School of Architecture and Planning del MIT di Boston e direttore generale della kermesse lagunare, provocherà i partecipanti stimolandoli ad “immaginare spazi in cui possiamo vivere generosamente insieme”. E per il collettivo polacco PROLOG+1, cui è stato affidato il Padiglione Polonia, non ci sono dubbi: il futuro del pianeta dipenderà dalla campagna. 

TROUBLE IN PARADISE

I progettisti di PROLOG+1 intendono indagare il tema delle aree non urbane, ponendole al centro della mostra Trouble in Paradise, organizzata dalla Zachęta-National Gallery of Art. Alla Biennale cercheranno di trovare nuove soluzioni a problemi di entità globale. Sebbene l’attenzione dell’architettura venga rivolta verso la città, il nostro pianeta si compone anche di un “paradiso terrestre” che è troppo spesso ignorato o isolato, non compreso e sottovalutato: la campagna. Il metodo organizzato per comprendere quest’ultima sarà un’analisi del territorio e degli insediamenti che lo caratterizzano, sia da un punto di vista fisico, sia sociale. Oltre a soffermarsi su questi aspetti, il gruppo PROLOG+1 approfondirà la sua ricerca con elementi di confronto e dialogo tra esperienze, teorie e pratiche diverse invitando a collaborare al progetto architetti provenienti da varie aree d’Europa. L’obiettivo? Giungere a visioni sfaccettate e pareri diversi riguardo il paesaggio rurale. 

Polish Pavilion -Biennale 2020 - design.zespol wespol
Polish Pavilion -Biennale 2020 – design.zespol wespol

LA CAMPAGNA COME AREA INDIPENDENTE DI RICERCA

Il collettivo PROLOG nasce nel 2017 dall’idea di alcuni giovani professionisti polacchi, quasi tutti emigrati per condurre la propria professione in diverse città europee, come Londra e Rotterdam. In PROLOG+1 confluiscono gli architetti fondatori del team – Mirabela Jurczenko, Bartosz Kowal, Wojciech Mazan, Bartłomiej Poteralski, Rafał Śliwa -, insieme a Robert Witczak, che collabora con il gruppo in questa specifica occasione. Considerando il tema della campagna e degli spazi non urbanizzati a seguito dei recenti incendi in Australia e non solo, si può riconoscere in questa mostra una forte attualità e una propensione all’impegno non solo culturale, ma anche politico e sociale. È interessante come proprio la Polonia abbia deciso di mettersi in gioco intraprendendo questo percorso, essendo il suo territorio composto per il 93% da campagna. PROLOG +1 cerca una risposta “fuori dalla città” per definire nuovi metodi per vivere, lavorare e utilizzare questo bene comune senza restrizioni. Un argomento che sta per essere trattato anche nell’esposizione Countryside, The Future, visitabile dal 20 febbraio fino al 14 agosto 2020 al museo Guggenheim di New York: è organizzata da Rem Koolhaas, fondatore dello studio OMA, secondo il quale il destino dell’umanità passerà inevitabilmente attraverso un ripensamento della campagna. 

Sara Villani

https://zacheta.art.pl/pl

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Sara Villani
Architetto. Nasce a Cuneo in un sabato di maggio del 1994 e dopo aver terminato Liceo Classico si trasferisce in Svizzera. Si laurea all’Accademia di Architettura di Mendrisio (AAM) in cui ha la possibilità di frequentare gli atelier di architetti dal valore internazionale. Tra il 2015 e il 2016 stanca della Svizzera scappa per un anno a Lisbona e oltre a lavorare in uno studio di progettazione si innamora della lingua e della cultura del posto. È appassionata dell’architettura e del design del secondo Novecento, ma oltre a questo ama l’arte, il cinema, il buon cibo e leggere libri (meglio se di Saramago).