Renzo Piano, il Ponte di Genova e la crisi dell’architettura in Italia

Luigi Prestinenza Puglisi riflette sulla proposta di Renzo Piano in merito al ponte che sostituirà il Morandi, crollato la scorsa estate a Genova. Individuando nella parola “rammendo” e nella logica del “dov’era e com’era” un rischio per l’architettura contemporanea.

Rendering del progetto di Renzo Piano per il Ponte Polcevera a Genova, credit Salini Impregilo
Rendering del progetto di Renzo Piano per il Ponte Polcevera a Genova, credit Salini Impregilo

Erano giorni che pensavo bisognasse scrivere un articolo su Renzo Piano dopo che la sua proposta è stata scelta per il nuovo ponte di Genova e ha avuto la meglio su Santiago Calatrava. Poi, però, mi perdevo dietro a frasi gentili e un po’ ipocrite: Piano grande architetto che forse sbaglia. Un ponte elegante che, tuttavia, non è all’altezza del precedente di Morandi. Un regalo generoso ma che, come a volte capita, corre il rischio di soddisfare più chi lo offre che chi lo riceve.
E cestinavo tutto perché non andava bene. A volte occorre essere chiari. Dire esattamente quello che si pensa. E cioè che Piano con il progetto di questo ponte sul Polcevera non solo ha commesso un colossale errore, ma ha mostrato quanto male possa fare la sua strategia della comunicazione al sistema dell’architettura italiana.
Piano è un genio della comunicazione. Ha inventato lui una strategia che per efficacia ricorda quella del Mulino Bianco. Consiste nel descrivere i progetti facendo ricorso a immagini suadenti, tranquillizzanti e persuasive. Mira ai sentimenti di un pubblico estasiato che, di regola, non ama l’architettura, ha una ingenua paura del cemento, diffida della tecnica e della contemporaneità.
E, difatti, il ponte di Piano è stato lanciato facendo leva sulla robustezza. Evitiamo i sistemi complessi e torniamo alla semplicità. Realizziamolo in acciaio. Un ponte deve durare mille anni. Diversi commentatori hanno fatto notare che nessuna infrastruttura, senza una manutenzione adeguata, può durare tanto. Ma vi è un equivoco ancora più colossale: è lo scambiare la semplicità con l’efficienza, mandando in soffitta, non so quanto in maniera consapevole o inconsapevole, centinaia di anni di studi e di ricerche su strutture più complesse del trilite. Inutile sottolineare quanto un equivoco del genere possa essere pericoloso. Soprattutto se veicolato da un personaggio che da molti è visto come l’Architetto per eccellenza, colui che su certe questioni ha esperienza e competenza per poter parlare. D’ora in poi qualsiasi ponte, che non sia un viadotto fatto da setti e travi, sarà guardato con sospetto; mentre è proprio il sistema setto-trave il più inefficiente, a meno di non mettere i setti a distanze ravvicinate, con una scelta che, invece di rispettare il paesaggio, lo comprometterebbe.

Rendering del progetto di Renzo Piano per il Ponte Polcevera a Genova, credit Salini Impregilo
Rendering del progetto di Renzo Piano per il Ponte Polcevera a Genova, credit Salini Impregilo

DOV’ERA E COM’ERA

La retorica di Piano, sempre persuasiva, non è nuova a queste trovate. Dopo il terremoto ‒ immagino, per ragioni di impatto comunicativo ‒ Renzo Piano ha evocato il dov’era e com’era, scavalcando gli stessi reazionari che raramente si erano spinti a tanto. Paolo Portoghesi ‒ non Frank O. Gehry o Zaha Hadid ‒ gli risponderà che se il dov’era può essere una scelta indispensabile, il com’era è un’idea a volte pericolosa e opinabile. Qualcuno obietterà che Piano avrà voluto dire qualcos’altro. E difatti appare strano che un progettista che per tutta la sua carriera è intervenuto pesantemente sui tessuti esistenti abbia potuto sostenere una così sonora sciocchezza. Certo è che si corre il rischio che proprio le sue affermazioni servano, in mano ad altri, da arma per costringere i progettisti meno famosi al falso storico. Le parole sono pietre e un senatore della Repubblica dovrebbe capire che possono avere un effetto devastante.
Ma la strategia alla Mulino Bianco sembra inarrestabile. Ed ecco che Piano, lui che ha realizzato vicino alla city di Londra il più alto grattacielo d’Europa, in Italia parla di rammendo. Proprio la parola rammendo, che vuol dire nascondere gli strappi al tessuto senza alterare sostanzialmente lo stato dei luoghi. Immaginatevi adesso il controeffetto che può avere questa infausta immagine in Italia (questa Italia!), un Paese dove se, appunto, non sei famoso come Renzo Piano, non ti fanno muovere un mattone.
Piano, da geniale comunicatore, sa bene quale potere abbiano le immagini. Servono a tranquillizzare l’interlocutore, a persuaderlo che il progettista stia facendo la cosa giusta. Ma, in questo modo, si alimenta la catena degli equivoci. Non si affrontano le questioni. Come sarebbe se si dicesse la cruda verità: e cioè che il rammendo è una colossale bestialità e che, in certe circostanze, bisogna capovolgere e, forse, stravolgere l’esistente. Perché anche il Mulino Bianco è solo una bella immagine: oggi i biscotti si fanno non con le macine, ma negli stabilimenti industriali. E veniamo a due altre parole della comunicazione di Renzo Piano; l’artigiano e l’architetto condotto. Verrebbe da dire al progettista dell’immenso Vulcano Buono e di svariati grattacieli nei cinque continenti: piccolo è bello ma solo per gli altri. Perché ‒ e non potrebbe essere altrimenti ‒ un ufficio di architettura serio deve macinare metri cubi. Ovviamente, producendo prodotti di alta qualità: ma questo nessuno lo ha mai messo in discussione.

Rendering del progetto di Renzo Piano per il Ponte Polcevera a Genova, credit Salini Impregilo
Rendering del progetto di Renzo Piano per il Ponte Polcevera a Genova, credit Salini Impregilo

UNA COMUNICAZIONE PERSUASIVA

Bandito dall’accademia ai tempi del centro Pompidou ‒ che non è né rammendo, né opera di un artigiano, né dov’era e com’era, né opera di un architetto condotto ‒, Piano adesso, grazie anche al successo di questa comunicazione suadente e persuasiva, ne è diventato l’eroe. Lo celebrano Franco Purini, Francesco Dal Co, Carlo Olmo, per citare solo alcuni. E invece di essere testimonial dell’impegno coraggioso al cambiamento, corre il rischio di diventare quello della paura e della (ridotta) misura, ma degli altri. Lui che poteva essere il promotore della Legge per l’Architettura. Lui che avrebbe dovuto capire che il modo migliore di coronare una così prestigiosa carriera sarebbe stato attivare processi e non diffondere slogan finalizzati alla comunicazione del proprio brand. Renzo Piano, abbiamo a lungo creduto che tu avresti aiutato a risollevare l’architettura in Italia. Oggi temiamo che anche tu possa contribuire seriamente ad affossarla in perfetta sintonia con chi amministra il paese.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)

7 COMMENTS

  1. Io penso invece,
    ed è un mio modestissimo parere, che non era questo il momento di
    ampollose architetture. Questo era ed è il momento, invece, del silenzio e
    della discrezione su quanto è successo e questo Ponte è l’esaltazione
    di ciò.
    Mi spiace, ma non
    condivido assolutamente questo articolo, pur non avendo amato tutto di
    Piano, per me quest’opera è nella sua leggerezza estetica quanto di
    meglio si potesse progettare al posto di Morandi….crisi compresa.

  2. Egr. dott. PUGLISI,
    come scrive lei
    “A volte occorre essere chiari. Dire esattamente quello che si pensa.”
    ecco, grazie ma questo articolo a noi Genovesi non serve. Non serve perchè il ponte serve. Non serve perchè il non-ponte è una ferita. Non serve perchè è una ferita che più viene trattata, più macera. Non vogliamo la terapia del dolore. Non vogliamo un simbolo frutto di un concorso, non vogliamo un’architettura da rivista patinata, non vogliamo essere al centro di polemiche correlate, critiche costruttive o pareri non richiesti. Noi vogliamo passare sul Polcevera e non dover dirigere lo sguardo verso quel cratere, quello che TUTTE le volte sembra un fotomontaggio, e pensare “ah già….”. Noi Genovesi siamo così, gente concreta, scontrosa ma, quando vuole, efficace. Non siamo un pretesto per frasi ad effetto od invettive.
    Noi, noi genovesi, siamo quel tratto di ponte che non c’è più. Io tengo i piedi a quello sdraiato davanti a me, e i miei piedi sono tenuti da quello sdraiato dietro di me. E ci state passando sopra tutti, ma siamo sempre qui, dondoliamo con la raffiche di vento, vacilliamo sotto il peso del trasporto pesante.

    E’ arrivato l’inverno, ci stringiamo ancora un po’.
    Passerà.
    E quando passeremo di nuovo su quel viadotto, forse, ci sarà silenzio.

    • Quello che Lei scrive è in parto quanto anche io ho voluto esprimere. Non sono di Genova ma mi creda, parte degli Italiani (forse la maggior parte) pensano quanto da lei espresso.

  3. NON CONOSCO QUESTO CERVELLONE DELL’ARCHITETTURA… MA MI SEMBRA CHE STIA CERCANDO DI ASCIUGARE GLI SCOGLI… PER ESSERE PIU’ CHIARO…. VUOL SOLO FARSI NOTARE…. NON SONO DI GENOVA MA PENSO CHE GENOVA ABBIA SOLO BISOGNO DI UN PONTE E AL PIU’ PRESTO…. E QUELLO DI PIANO MI SEMBRA ASSOLUTAMENTE GRADEVOLE E PRATICO… IL RESTO SONO PATURNIE DI QUESTO PRESTINENZA PUGLISI.

  4. Basta critiche a questo progetto,sembra come quando si vuole attaccare qualcuno più in alto solo per sentirsi al suo livello.il Morandi era un’opera all’avanguardia…che è crollata,adesso Genova non aveva bisogno dell’architettura faraonica autocelebrativa super strallo fallica da effetto WOW…la buona architettura può essere sobria e rispettosa senza masturbazioni…quello che non capite è che non poteva essere questo un contesto dove fare gare di archistar….con tutto che il progetto di Piano è nella sua semplicità e solidità degno di Genova e delle sue vittime.

  5. “ A volte occorre essere chiari” No professore, occorre sempre essere chiari. E nel dubbio tacere. Lei però, sia pure con comprensibile ritardo, trattandosi comunque del colosso Piano e considerando quanto in precedenza ha su di lui scritto, ha finalmente parlato. E molto bene. L’idea infatti che l’architettura, da sentita espressione di verità e bellezza, sia divenuta narcosi comunicativa per un popolo da tranquillizzare e magari pilotare, è infatti disarmante. Ma è quello che purtroppo accade. L’Arte è proprio morta. Eppure… eppure non mi rassegno.

  6. Non sono completamente d’accordo accordo con quanto detto. Una delle cose che contraddico e che nessun ponte podda durare millenni! A Roma qualcuno ancora sopporta traffico non solo pedonale e altri dove Roma antica regnava altrettanto!

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