In mostra alla British School at Rome, il collettivo londinese Assemble ripercorre origini ed evoluzioni della sua storia.

Nel 2015 Assemble irrompe sul panorama artistico e architettonico internazionale conquistando il prestigioso Turner Prize con Granby Four Streets CLT, progetto di rigenerazione urbana nella periferia di Liverpool. Da allora il collettivo londinese ha continuato senza sosta a “fare e far succedere cose”: dalla realizzazione di spazi pubblici alla curatela di eventi, dalla produzione di elementi d’arredo allo sviluppo di organizzazioni. Sempre fedele al suo approccio democratico e collaborativo, sensibile alle risorse materiali e sociali dei contesti in cui interviene. A poche settimane dal completamento del suo primo grande edificio, il giovane studio si racconta in una mostra alla British School at Rome. Narrazione in tre progetti del modus operandi dello studio, Ways of Listening è il terzo appuntamento del programma Brave New World. New Visions in Architecture a cura di Marina Engel. In occasione della tavola rotonda tenutasi l’8 ottobre con Assemble e Stefano Ragazzo (Orizzontale) e moderata da Simone Capra (stARTT), abbiamo incontrato Fran Edgerley e Audrey Thomas Hayes.

L’INTERVISTA

Brave New World indaga come i millenial stiano ripensando il ruolo dell’architetto e il suo tradizionale modo di operare. Assemble è un collettivo di architetti, artisti, designer, filosofi: come è organizzato lo studio?
Fran Edgerley: A dire il vero Assemble non è nato con l’intenzione di essere uno studio: eravamo semplicemente un gruppo di amici che durante la pausa estiva universitaria del 2010 ha intrapreso la sfida di realizzare un cinema temporaneo in una stazione di servizio in disuso a Londra. Cineroleum è stato un tale successo da farci decidere di continuare a lavorare insieme. Oggi quel gruppo di amici costituisce il nucleo di sedici director di Assemble, a cui si è aggiunto quattro anni fa l’economista Karim [Khelil, N.d.R.]. Fra di noi non ci sono gerarchie, ma un sistema di management a rotazione trimestrale con decisioni prese a maggioranza. Più che soci, ci consideriamo una grande famiglia: il che a volte complica le cose, ma garantisce un livello di chiarezza e fiducia senza paragoni.

Assemble, The Factory Floor, 16. Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia. Courtesy Assemble
Assemble, The Factory Floor, 16. Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia. Courtesy Assemble

Come si riflette la vostra struttura democratica sulla gestione dei progetti?
F.E.: I primi tempi ci dedicavamo alle attività di Assemble nel tempo libero, tutti insieme. Ora che lo studio è avviato, invece, adottiamo un sistema di project buddies secondo il quale ciascun progetto è gestito da due o tre director. E poi una volta a settimana ci riuniamo nelle pan-assemble, pranzi collettivi in cui discutiamo dei vari progetti. È un momento fondamentale dell’iter progettuale, perché la ricchezza dei nostri interventi deriva dalla varietà di interessi e visioni di ciascun membro.

Per Brave New World avete curato la mostra Ways of Listening: in esposizione niente piante o sezioni, ma video, poesie e disegni su piatti di carta. Ci spiegate questa scelta?
Audrey Thomas Hayes: Quando Marina Engel ci ha invitato a esporre il nostro lavoro alla BSR, ci ha lasciato carta bianca. L’abbiamo vista come un’occasione per sottolineare il ruolo fondamentale che le persone hanno nel nostro fare architettura. Abbiamo quindi deciso di raccontare tre dei nostri progetti in corso – Baltic Adventure Playground, OTOProjects e Granby Four Streets – coinvolgendo le persone che hanno preso parte al processo progettuale e che vivono quei luoghi quotidianamente. Abbiamo quindi chiesto un contributo ai bambini che giocano nel Baltic Adventure Playground, ai residenti di Granby Four Streets e a chi lavora nel workshop, agli artisti che si esibiscono a OTOProjects e ai volontari con cui lo abbiamo costruito. La risposta è stata talmente sorprendente che abbiamo deciso di lasciare loro la parola!

Assemble, group photo, courtesy Assemble
Assemble, group photo, courtesy Assemble

Oltre che sulla collaborazione, il metodo di lavoro di Assemble si basa su processi a lungo termine. Come si è articolato negli anni il vostro rapporto con le comunità coinvolte in questi progetti?
A.T.H.: OTOProjects era nato nel 2013 come spazio temporaneo per la musica sperimentale in un lotto in disuso a East London: dopo cinque anni è ancora in attività e abbiamo l’ambizione di trasformarlo in una location permanente. Il Baltic Adventure Playground di Glasgow è invece esito di una commissione per i Commonwealth Games del 2014. L’associazione che abbiamo fondato con i residenti ha appena ottenuto lo status di charity e ricevuto fondi per realizzare una struttura a servizio del parco giochi. Il community-led project Granby Four Streets di Liverpool è a oggi il nostro più importante progetto di rigenerazione urbana: dopo aver ristrutturato le abitazioni su Cairn Street, siamo ora al lavoro sul Winter Garden, un luogo di aggregazione per la comunità con annessa residenza d’artista. E, anche grazie alla presenza sul posto di un director di Assemble, continuiamo a collaborare con il Granby Workshop, il laboratorio di ceramica di quartiere che abbiamo fondato attraverso il Turner Prize 2015.

Una delle vostre ultime collaborazioni con il Granby Workshop è arrivata fino alla Biennale Architettura 2018 con The Factory Floor, le cui ceramiche a fine rassegna diventeranno parte del progetto permanente per Palazzo delle Zattere. Come è nato questo intreccio?
A.T.H.: Per Assemble ogni progetto è occasione per tessere relazioni. Nel 2017 siamo stati incaricati dalla V-A-C Foundation di elaborare una strategia per aprire alla città la propria sede di Palazzo delle Zattere. In collaborazione con l’associazione locale Here we Are abbiamo trasformato il giardino affacciato sul Rio dei Ognissanti in un tipico habitat lagunare, con vasche d’acqua e piante locali in via d’estinzione. Poco dopo siamo stati invitati da Yvonne Farrell e Shelley McNamara a partecipare a Freespace. Abbiamo quindi deciso di coinvolgere Granby Workshop per tessere un filo fra i due progetti. Installate nella Sala Chini del Padiglione Centrale ai Giardini le 8mila piastrelle a encausto prodotte a Liverpool celebrano la generosità dei materiali in architettura. Al termine della Biennale le piastrelle saranno rimosse e posate nel giardino della fondazione, regalando alla città una reinterpretazione dei tipici pavimenti veneziani.

Assemble, Goldsmiths CCA, Londra. Courtesy Assemble
Assemble, Goldsmiths CCA, Londra. Courtesy Assemble

L’8 settembre ha aperto a Londra il Goldsmiths Centre for Contemporary Art. Come avete tradotto l’approccio DIY e collaborativo che vi contraddistingue nel vostro primo grande intervento permanente?
A.T.H.: È stata una grande scommessa! A partire dal concorso, in cui ci siamo trovati a competere con studi più tradizionali e affermati di noi. Così come nel progetto, in cui abbiamo voluto testare su una scala più ampia alcune delle nostre linee di ricerca. Come la sperimentazione sui materiali, che si è tradotta nella manipolazione di lastre ondulate in cemento comunemente usate per coperture industriali per il rivestimento delle facciate. Il nostro approccio hands on ci ha portato invece a realizzare diversi elementi d’arredo, dalle sedie per il caffè progettate e fabbricate in collaborazione con CAKE Industries, alle lampade prodotte con il Granby Workshop, fino ai pannelli per i banconi del caffè e della reception e alle piastrelle in ceramica per i bagni.
F.E.: Adam [Willis, N.d.R.], che ha gestito il progetto insieme a Paloma [Strelitz, N.d.R.], ha trascorso le due settimane precedenti all’apertura della galleria a modellare le piastrelle in studio fino a tarda notte. Il tutto mentre nel workshop antistante altre quattro o cinque persone come in una catena di montaggio assemblavano i tavoli per il caffè. Aver realizzato con le nostre mani alcuni elementi è stato estremamente gratificante. Possiamo letteralmente dire: lo abbiamo fatto noi!

Senza dubbio una gestione del cantiere affascinante, ma potenzialmente rischiosa. Qual è stato il rapporto con Goldsmiths?
A.T.H.: In effetti abbiamo compiuto una grande opera di persuasione! Ma abbiamo anche avuto una buona dose di fortuna ad avere un committente disponibile come Goldsmiths. Per noi è fondamentale lavorare con clienti che siano consapevoli di cosa comporta il metodo Assemble e disposti a prenderne parte.

Cosa c’è nel futuro prossimo di Assemble? Dobbiamo aspettarci più progetti convenzionali come il Goldsmiths CCA?
F.E.: Le varie anime del nostro collettivo ci portano a seguire progetti molto diversi per natura e dimensione. Al momento abbiamo una serie di commissioni a piccola e media scala, come il progetto degli spazi esterni dell’Art Academy di Londra, o il Winter Garden di Granby Four Streets – in cui abbiamo appena piantato gli alberi. E stiamo anche lavorando a un progetto di nostra iniziativa, che prevede la creazione di una rete di spazi per il lavoro nella capitale inglese.
A.T.H.: Grazie al Goldsmiths CCA non siamo più considerati solo architetti di opere temporanee: un cambiamento di prospettiva che potrebbe farci entrare in una nuova fase. Magari portarci a intervenire su una scala a cui mai abbiamo lavorato prima… Sarà interessante vedere cosa succederà!

Marta Atzeni

Evento correlato
Nome eventoAssemble. Ways of Listening
Vernissage08/10/2018 ore 19,30
Duratadal 08/10/2018 al 27/10/2018
CuratoreMarina Engel
Generiarchitettura, design
Spazio espositivoTHE BRITISH SCHOOL AT ROME
IndirizzoVia Antonio Gramsci 61 - Roma - Lazio
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Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.