Sulla dimensione dello spazio esistenziale: definizioni (I)

Che cosa significa casa? E quali meccanismi innesca la relazione con lo spazio abitativo? A partire dalle riflessioni di Heidegger, un excursus sulle tante sfumature di un concetto tutt’altro che banale.

Superstudio, Atti Fondamentali. Vita. Supersuperficie. Pulizie di Primavera, 1971 - courtesy Fondazione MAXXI, Roma
Superstudio, Atti Fondamentali. Vita. Supersuperficie. Pulizie di Primavera, 1971 - courtesy Fondazione MAXXI, Roma

“Cercheremo di pensare a proposito dell’«abitare» e del «costruire». Questo pensare a proposito del costruire non pretende di scoprire delle idee che possano servire di modello o di regola per effettive costruzioni. Questo tentativo del pensiero non presenta in alcun senso il costruire dal punto di vista dell’architettura e della tecnica, ma cerca di raggiungere il costruire in quell’ambito originario a cui appartiene ogni cosa che è. Noi domandiamo: 1. Che cos’è l’abitare? 2. In che misura il costruire rientra nell’abitare?”. (Martin Heidegger, “Costruire abitare pensare”, in Saggi e discorsi (a cura di Gianni Vattimo), Mursia, Milano 1976). Con queste domande, già negli Anni Cinquanta, Martin Heidegger si interroga sulla misura dell’abitare. Affronta l’argomento in larghe manovre, sintetizzando poi tre punti fondamentali, di cui l’ultimo di estremo interesse: “Il costruire come abitare si dispiega nel ‘costruire’ che coltiva, e coltiva ciò che cresce; e nel ‘costruire’ che edifica costruzioni”. In questa affermazione è possibile leggere l’estrema differenza di principio di questo atto unico, il costruire. Ed è nel primario aspetto, perché, oltre che primo, di primaria importanza, che Heidegger individua nell’erigere il concetto del coltivare. Coltivare l’esistenza stessa.
E, curare, coltivare, altro non è che l’essenza dell’abitare.

Archizoom, Image - © Archivo Histórico José Vial Armstrong Ead  PUCV
Archizoom, Image – © Archivo Histórico José Vial Armstrong Ead PUCV

UNA DIMENSIONE ESISTENZIALE
È nella natura, sia umana che animale, il concetto di casa come luogo di distacco dalla società, parte di una quotidianità altra, propria, ossessiva. Un feticcio, alle volte, o altre, ancora, un tempio. Comunque, intima, essenziale. Esistenziale.
Esistenziale intesa come qualsiasi contingenza in cui si costruisca la percezione di uno spazio come luogo in cui il soggetto possa declinare e riflettere forme e aspetti del proprio essere, e riconoscersi. Come momento in cui viene instaurata un’interazione profonda e non scindibile tra quella che è l’immagine ambientale/privata e chi la proietta; e il peso che si rifrange, a sua volta, sull’emotività personale del soggetto.
Individuare, quindi, come similare o propria l’entità di un posto, tanto da sviluppare una concretezza emotiva necessaria alla vita. Una gerarchia dei luoghi a cui attaccarsi e assestare l’orientamento della propria esistenza, sfidandone anche il lato meschino e pericolosamente cupo di cui portano il carico.
Di cui gli facciamo carico. Atto praticato da un’estrema fragilità che trova appiglio nell’insoddisfazione di una propria libertà personale, portante alla proiezione, per sottrazione, di questa mancanza. Un loquace sentimento di autodistruzione morale che per efficacia si tende a identificare nello spazio che, ancora una volta, ci costruiamo.

Edward Hopper, Room by the Sea, 1951
Edward Hopper, Room by the Sea, 1951

PERCEZIONI E RAPPORTI
Partendo dalla percezione diversa di universo da parte del singolo individuo, che vive mondi soggettivi derivanti da motivazioni personali ed esperienze precedenti e presenti, quest’ultimo è nella sua singolarità che riconosce come spazio esistenziale qualunque circostanza abitativa o ego centro il cui aspetto permetta la cognizione di sé. In un orizzonte più intimo, è spazio esistenziale qualsiasi condizione la cui morfologia si avvicini ad una proiezione sentimentale che consenta la riflessione del soggetto ospite. Non necessariamente una membrana, non una stanza. Ma, anche, un racconto per immagini, la strada che si sceglie di percorrere ogni mattina, la finestra della camera da letto, l’ordine della propria libreria. La totale dimensione quotidiana, che, in quanto tale, comprende anche lo spazio che occupa l’esistenza stessa di una persona: dal suo nome, il suo peso, al suo involucro più esterno, luogo vivente, quanto la pelle stessa, perché emanazione dell’esistenza del suo abitante; dove l’abitare diventa poesia nell’atto del fare: “è il poetare che, in primissimo luogo, rende l’abitare un abitare.” (Idem, “Poeticamente abita l’uomo”, ivi.).
È casa l’involucro di questo rapportarsi, in qualsiasi forma si declini. Possiede una valenza intrapsichica e rappresenta un delicato simbolo attraverso il quale l’inconscio tesse la propria sintassi nei sogni. Diviene luogo in cui l’uomo si relaziona e vive con superfici e oggetti di cui si è circondato per rappresentare il proprio mondo d’espressione non verbale, costituendo il linguaggio della sua sfera emozionale. Una interfaccia semiologica capace di mediare e catalizzare l’autorappresentazione, più o meno consapevole, che disciplina il rapporto con l’altro mondo-individuo.

Lucrezia Longobardi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33

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Lucrezia Longobardi
Lucrezia Longobardi è nata nella provincia di Napoli nel 1991. Laureata presso il corso di Grafica d’Arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una tesi sul concetto di spazio esistenziale e una ricerca storico-artistica su Gregor Schneider, Renata Lucas, Gian Maria Tosatti e Francesca Woodman, amplia i suoi interessi al campo della curatela e della critica d’arte, ponendo le basi della sua indagine sul binomio uomo-luogo. Volgendo lo sguardo alla contemporanea scena dell’arte, ha curato una serie di talk sul significato dell’arte oggi e sul valore e la reciprocità dei ruoli all’interno del sistema culturale di una società. Ha lavorato in atelier d’artista e avuto collaborazioni tecniche con Fondazioni e Musei.