Alle Terme di Diocleziano di Roma spopola la mostra di un’artista cinese. Il curatore spiega perché

Si fonda su solide basi teoriche il successo di “Metamorphoses.L’arte che trasforma”, personale di Wu Jian’an nelle Aule più suggestive della sede del Museo Nazionale Romano. E, per approfondire, abbiamo parlato direttamente con Umberto Croppi, curatore di questo progetto ardito e visionario

Dopo il periodo di prolungata chiusura è Wu Jian’an, Pechino classe 1980, l’artista protagonista alle Terme di Diocleziano, forse il più giovane a cui sia mai stata dedicata una personale nella suggestiva sede del Museo Nazionale Romano. E dato il successo che sta avendo questo progetto che, intitolato Metamorphoses. L’arte che trasforma, mette in luce i punti di contatto tra la cultura cinese e quella italiana e, ancor più, tra le tradizioni di matrice orientale ed europee, abbiamo chiesto proprio al curatore Umberto Croppi, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, di raccontarci com’è nato e com’è si è sviluppato…

Masks, Metamorphoses, Terme di Diocleziano. Ph: Monkeys Video Lab
Masks, Metamorphoses, Terme di Diocleziano. Ph: Monkeys Video Lab

Intervista a Umberto Croppi, curatore della mostra di Wu Jian’an a Roma

Com’è nata l’idea di invitare Wu Jian’an a fare una mostra a Roma?
Ho avuto l’occasione di approfondire la conoscenza di Wu Jian’an (Pechino, 1980) a Venezia, dove aveva rappresentato la Cina nel 2017 alla 57ª Biennale d’Arte, presso il Berengo studio di Murano con cui collaboro da tempo. In quell’occasione ha iniziato a raccontarmi della sua ricerca sulla mitologia, prima cinese e poi occidentale, così è sorta l’idea di invitarlo a visitare le Terme di Diocleziano.

Come ha reagito Wu Jian’an alla visita delle antiche Terme romane?
Con il massimo entusiasmo. È stato immediatamente conquistato dalla maestosità e bellezza delle Aule X-XI-XI bis del Museo Nazionale Romano che ha trovato perfette per ambientare una sua mostra. Wu Jian’an è un teorico, un artista studioso, non lavora solo il vetro; la sua ricerca, fondata su solide basi storiche e letterarie, spazia tra diverse tecniche e materiali, dunque nelle antiche terme ha trovato uno spazio ideale in grado di dialogare con le sue opere a livello visivo e concettuale.

Il progetto della mostra “Metamorphoses”, che trae materia dall’omonimo testo di Ovidio, è stato proposto dall’artista oppure è stato formulato da lui insieme al team curatoriale?
L’idea è dell’artista che si è lasciato suggestionare dallo spazio; poi abbiamo lavorato insieme per affinare il tema sulla base delle opere in loco e creare quindi la massima organicità tra l’ambiente e i lavori esposti. Nella sala principale, il grande mosaico di Ercole e Acheloo, ampio 80 mq, del III Secolo d.C. dialoga perfettamente con The Heaven of Nine Levels (2008–2009), monumentale installazione in cuoio traforato che, installata perpendicolarmente rispetto alla preziosa pavimentazione, riflette su di essa la propria ombra, amplificando il valore concettuale della complessa cosmologia che rappresenta e creando un dialogo con l’antico, tra luce, ombra, caos e ordine.

Ci può dire di più anche della serie “The Eternal Cycle – Running Through the Seasons”?
Si tratta di quattro opere che, realizzate tra il 2024 e il 2025, rientrano nella serie Incarnations, iniziatadaWu Jian’an nel 2011 e caratterizzata da una tecnica unica ed estremamente articolata che sarebbe riduttivo definire semplicemente collage. L’artista crea strutture complesse, ma leggere, sovrapponendo su una tela di seta migliaia di figurine in carta finemente intagliata, dipinte con acquerello, acrilico, impregnate di cera d’api e cucite con filo di cotone. Per l’Aula XI delle terme di Diocleziano ha coniato due cicli in cui confluiscono iconografie proprie dell’arte classica, greca e romana e altre di matrice orientale. The Eternal Cycle – Running Through the Seasons come suggerisce il titolo, allude allo scorrere del tempo con quattro monumentali pannelli, giocati su variazioni cromatiche che evocano le singole stagioni, popolati da miriadi di piccole figure che corrono in avanti con slancio dinamico e vitale, in un forsennato movimento che ricorda quello eterno e inarrestabile del cosmo. Un contemporaneo memento mori che si pone in rapporto diretto con il mosaico romano del II Secolo d.C. che, nella lapidaria iscrizione sotto lo scheletro “γνῶθι σαυτόν”, Gnothi Sauton, ricorda come, di fronte all’effimera vanità del tutto, l’unica cosa che conti sia conoscere se stessi.

E l’altro ciclo della serie “Incarnations” cosa rappresenta?
Sono sette opere che reinterpretano la leggenda del famoso eroe mitologico cinese, dal cui nome Xíng Tiān (2021–2022) traggono il titolo. Noto per il suo coraggio e la sua indole indomita, l’eroe diventa metafora di una forza spirituale innata negli esseri umani che, proprio come l’energia, cambia forma ma non si esaurisce mai, riapparendo in diversi territori di luce e colore che evocano geografie e temporalità mutevoli, simbolicamente rappresentate in mostra dalla variazione degli spettri cromatici nei singoli pannelli.

Certo, dalle sue parole emerge quanto la formazione teorica di Wu Jian’an abbia influito sul progetto…
Esatto, lui proviene da studi classici ed è direttore di un’accademia d’arte di Pechino, dunque la formazione culturale rappresenta una componente essenziale della sua ricerca artistica.

…che in effetti nel percorso espositivo emerge anche nella varietà di tecniche e materiali adoperati.
Proprio così. Wu Jian’an ha costruito un linguaggio visivo personale, lavorando con materiali e tecniche diversi per costruire intricati sistemi visivi in cui tradizione orientale e occidentale si fondono, riflettendo il suo costante interesse per la natura, gli animali e le dimensioni inconsce degli esseri umani che, in fondo sono elementi comuni a tutti, indipendentemente da epoche e latitudini; come dimostra anche l’attualità delle sue antichissime fonti.

Possiamo approfondire il dialogo che l’artista crea tra due tradizioni culturali?
In Metamorphoses, come suggerisce il titolo, è proprio il tema che fa da collante. Perché sebbene per la distanza fisica i contatti tra l’Europa e la Cina si siano infittiti solo recentemente, è innegabile che entrambi i paesi condividano cruciali temi di riflessione. Tra questi il concetto di metamorfosi, come cambiamento fisiologico e inevitabile, è sicuramente un momento di incontro tra le due culture; come dimostrano le analogie tra i due testi di riferimento il Libro dei Monti e dei Mari, han Hai Jing, 山海經, risalente a oltre 2000 anni fa che parla di metamorfosi (hua 化) e le Metamorfosi di Ovidio a noi ben familiari, la cui affermazione che “nec species sua cuique manet” “nessun essere mantiene la propria forma”, intrecciata alle nozioni taoiste di trasformazione e cambiamento generativo 化生, huàshēng, si può considerare il concept dell’esposizione anche in relazione alla memoria storica del luogo che la accoglie che, nel corso dei Secoli, ha cambiato più volte funzione e identità, diventando un emblema di mutamento, continuità e rinascita, attraverso la reinvenzione.

In che modo il pensiero taoista della trasformazione 化生 (huàshēng) si riflette nel lavoro dell’artista?
Tutta la sua ricerca è ispirata al taoismo. I riferimenti sono vivi e presenti in tutte le opere. Nell’imponente The Heaven of Nine Levelsin cui il cuoio è lavorato come fosse un merletto, una delle figure centrali che spicca maggiormente è quella del corpo astrale che si ritrova anche nella nostra cultura esoterica e che è centrale nel taoismo perché mette in connessione la natura fisica e spirituale dell’uomo con il cosmo. Ancora il materiale impiegato, presente anche in Masks (2017–2018), installazione monumentale composta da 360 sculture intagliate nel cuoio, che accoglie i visitatori nell’Aula X e li accompagna nella XI, era utilizzato in antico per realizzare tamburi che, oltre a essere strumenti musicali, erano dei veri e propri apparati rituali per mettere in collegamento cielo, terra e umanità. Il suono del tamburo simboleggiava la risonanza tra gli esseri umani, la natura e il cosmo. Oggi queste opere riflettono sulle relazioni tra materia e spirito, tra il primitivo e il civilizzato e sui costumi dell’umanità in relazione alle leggi della natura.

Le opere in vetro come si inseriscono nel percorso?
Le cinque sculture della serie Invisible Faces, iniziata nel 2019, rappresentano le metamorfosi attraverso le proprietà del vetro soffiato, la cui trasparenza permette non solo di cogliere il processo nella sua fase cruciale ma di rappresentarlo come se fosse in fieri grazie alle vibrazioni luminose che, animando l’opera ad ogni variazione di intensità e angolazione visiva, creano un senso di movimento all’interno della stessa. E, collocate in prossimità dell’ingresso nell’Aula XIbis, le Invisible Faces, ricordano proprio strani visitatori provenienti da un altro pianeta e, al tempo stesso, apparizioni soprannaturali di antichi miti.

Qual è la risposta del pubblico alla mostra?
Sbalorditiva, al di sopra delle aspettative, un dato che emerge in maniera lampante guardando i social. In termini di numeri poi ho perso il conto. Quello che colpisce non sono tanto le visite o le visualizzazioni, quanto la mole inattesa di interazioni positive, da parte di visitatori e addetti ai lavori, in termini di recensioni e commenti; un fenomeno alquanto raro, perché in genere ci si limita al “like”, quindi rilevante per capire l’impatto dell’iniziativa.

Per concludere, con quale messaggio si augura che i visitatori escano dalla mostra?
Escludendo ogni intenzione pedagogica e didattica, spero che la forza dell’artista e della sua ricerca possa suscitare la curiosità di approfondire la conoscenza reciproca tra le nostre plurimillenarie culture. Due Paesi che si sono evoluti e sviluppati separatamente ma tra cui i punti di contatto sono decisamente più numerosi di quanto si sia soliti pensare.

Ludovica Palmieri

Roma // fino al 17 maggio 2026
Metamorphoses. Wu Jian’an
TERME DI DIOCLEAZIANO – Via Enrico de Nicola, 78
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Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri è nata a Napoli. Vive e lavora a Roma, dove ha conseguito il diploma di laurea magistrale con lode in Storia dell’Arte con un tesi sulla fortuna critica di Correggio nel Settecento presso la terza università. Subito dopo…

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