Ritratto di Ennio Flaiano a 50 anni dalla morte

Intellettuale senza illusioni e artista della parola, Ennio Flaiano ha saputo prevedere le trasformazioni della società italiana con trent’anni di anticipo. Ne ripercorriamo la vita e la carriera

Giornalista, scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, Ennio Flaiano (Pescara, 1910 ‒ Roma, 1972) è stato prima di tutto un libero pensatore che mal sopportava la mediocrità dell’etica e delle idee. Disilluso e malinconico, brillante ma realista, ha espresso la sua intelligenza in acutissime riflessioni che non hanno perso attualità.
Fu, con Guareschi, Pasolini, Montanelli, Fo, Biagi, tra le poche coscienze critiche di un’Italia che cresceva tra mille squilibri e perdeva giornalmente consistenti pezzi di dignità, tradendo ideali e valori. Coscienze critiche poco lette e ascoltate, altrimenti oggi vivremmo in un’Italia diversa; migliore o peggiore? Quasi sicuramente meno ipocrita. Tutto quel mondo letterario non ha trovato adeguato ascolto nel pubblico e nella politica dell’epoca, ma ha comunque lasciato un’eredità a disposizione di chi vuole leggerla.
Parte della carriera di Flaiano si sviluppò nel giornalismo, firmò infatti per Il Mondo, il Corriere della Sera, L’Europeo, mettendo al servizio del Paese una penna acuta, intelligente, onesta, sempre intrisa d’ironia, che rifiutava l’Italietta dell’amico, del compromesso, delle mazzette, dell’approssimazione della malafede.

La copertina della prima edizione di Tempo di uccidere, Longanesi 1947

La copertina della prima edizione di Tempo di uccidere, Longanesi 1947

LO SGUARDO DI ENNIO FLAIANO SULLA SOCIETÀ

All’inizio degli Anni Cinquanta prese stabile dimora a Roma, e per tutto il resto della sua carriera ha seguito da vicino i cambiamenti profondi della città, a cominciare dall’incontrollata espansione urbanistica che ebbe (come altrove) profonde ripercussioni sociali; ma, commentando vizi e virtù dei romani moderni, commentava quelli di tutti gli italiani, e lo faceva con quell’ironia pungente intrisa di pietà che si ritrova nei pittori tedeschi della Neue Sachlichkeit, ma alla cui origine stava il desiderio di moralità, di libertà, di senso critico. Dai suoi scritti emergevano le contraddizioni di un Paese il cui potenziale era ed è in larga parte inutilizzato, e non poteva che dispiacere a chi come lui frequentava le altezze del pensiero, credeva nella forza delle idee e della buona volontà kantiana come argine contro arrivismo e avidità.
Agli albori di quel caos fatto di violenza, consumismo, televisione, ignoranza, volgarità, Flaiano (pur tenendo, per sua stessa ammissione “i piedi ben piantati nelle nuvole”), ne intuì le implicazioni sociali con sorprendente lucidità, sintetizzandole in una memorabile sentenza: “Fra trent’anni gli italiani non saranno come li hanno voluti i partiti, ma come li avrà fatti la televisione”. Lo profetizzò negli Anni Settanta dimostrandosi, alla scadenza, acuto osservatore; soltanto una cosa non aveva previsto, e cioè che un giorno il partito si sarebbe confuso con la televisione diventata il misero contenitore dove “il cretino è pieno d’idee”. E chissà, oggi, cosa ne avrebbe detto o scritto.

Ennio Flaiano e Federico Fellini alla fine degli anni '50

Ennio Flaiano e Federico Fellini alla fine degli anni ’50

LA LETTERATURA SECONDO ENNIO FLAIANO

La carriera di Flaiano non fu soltanto giornalismo, ma s’incrociò anche con la letteratura; lo fece fuori degli schemi, continuando nel formato del libro quelle riflessioni sulla società avviate sui giornali. Nel 1947, in piena stagione neorealista, colse di sorpresa pubblico e critica con un romanzo dal tragico sapore esistenzialista intrecciato al surrealismo, ambientato nell’Etiopia invasa dall’esercito di Mussolini (c’era anche Flaiano, con le mostrine di ufficiale del Genio), dove un ufficiale alla ricerca di una cura per il mal di denti s’imbatte in una ragazza indigena che ucciderà dopo un rapporto intimo; la scoperta che la ragazza incubava la lebbra gli toglie lucidità e lo porta a darsi alla macchia e commettere una serie di crimini dei quali però nessuno lo accusa, anzi quando si ripresenta al suo comando la situazione è del tutto normale. Nasce quindi il dubbio della natura metaforica di quei crimini, e che la lebbra descritta da Flaiano non sia troppo diversa dalla peste di Camus; si tratta, cioè, di una condizione psicologica prima ancora che fisica, la condizione di chi scopre la realtà controversa del suo essere. Ma il libro è anche una riflessione, in prospettiva storica, sul ruolo degli italiani in Etiopia perché, pur sotto un cielo democratico e repubblicano, l’Italia del 1947 non si era ancora liberata dai fantasmi del 1936. Fu Leo Longanesi (altro grande scrittore dell’Italia dell’epoca) a pubblicare il romanzo e a candidarlo per la prima edizione del premio Strega, che vinse senza difficoltà. Tempo di uccidere resta l’unico romanzo di Flaiano, che negli anni seguenti si dedicò a racconti e testi più brevi, una parabola che si sarebbe chiusa con l’Autobiografia del Blu di Prussia, uscito postumo nel 1974 (senza contare le pubblicazioni di inediti o di materiale d’archivio nei decenni a seguire); si tratta di una raccolta di prose eterogenee, che vanno dagli Anni Trenta agli Anni Settanta, e il cui titolo richiama un colore “velenoso, sordido, intelligente e pieno di rancori sociali”, che nasce “dove i cattivi umori della terra cristallizzano”; un colore artificiale, nel quale si ritrovano “la dissoluzione morale e intellettuale” della società che si consuma tra silenzi e incomprensioni.

La locandina de La dolce vita, 1960

La locandina de La dolce vita, 1960

FLAIANO TRA CINEMA E TEATRO

Oltre 60 le sceneggiature da lui firmate, fra cui spiccano I vitelloni, La strada, La dolce vita e , scritte a quattro mani con Federico Fellini, e La notte scritta con Antonioni; con quest’ultima e La dolce vita, Flaiano lascia emergere quella lebbra già affrontata in Tempo di uccidere, e che Guareschi identifica nel “vento caldo e polveroso che sa di cadavere, di sesso e di fogna” che soffia tra i grattacieli del “miracolo economico”. Quelle sceneggiature sono i suoi momenti più alti in fatto di cinema, e riflettono sulla crisi dello scrittore, dell’artista, dell’intellettuale. Accanto alle grandi prove di cui sopra, s’inseriscono pregevoli sceneggiature tratte dal teatro di Pirandello (Vestire gli ignudi) o dall’opera di Moravia (La romana), momenti di un cinema colto e sensibile, e ancora buone commedie alcune delle quali ebbero per protagonista il grande Totò (fra cui Guardi e ladri, Totò e Carolina).
Non solo cinema, perché Flaiano si spese anche per il teatro, firmando cinque commedie: anche se l’incontro con il palcoscenico fu definito casuale dallo stesso Flaiano, nella realtà i suoi testi drammaturgici sono tutt’altro che improvvisati. Debuttò a Roma, al “Teatro Arlecchino” (a lui intitolato dal 1969), il 10 maggio 1946 con La guerra spiegata ai poveri, amarissima commedia nella forma dell’atto unico che riflette sui sacrifici che gli ultimi compiono nel solo interesse di chi comanda; la necessità storica manipolata e rivestita d’ipocrisia. Una storia vecchia, che sta dietro anche ai conflitti attuali, non ultimo quello in Ucraina. Anche le restanti quattro commedie (La donna nell’armadio ‒ 1957, Il caso Papaleo ‒1960, Un marziano a Roma ‒ 1960, La conversazione continuamente interrotta ‒ 1972) sono esempi di un teatro ironico, giocato sull’equivoco, sul non detto, sull’amarezza e su una generale sfiducia nei tempi. Flaiano non si fece mai illusioni, e anche il 3 settembre 1972, appena due mesi prima di morire, sul Corriere della Sera scrisse: “Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? È improbabile. L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo Paese che amo non esiste semplicemente la verità”.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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