Parola alla sceicca che ha trasformato uno degli Emirati Arabi in un centro culturale internazionale, con le radici ben piantate in una secolare storia familiare e lo sguardo verso un futuro post-coloniale

A pochi chilometri a nord-est di Dubai, c’è una città in cui passato, presente e futuro si intrecciano in un’affascinante trama di tradizione e innovazione, in cui la sabbia circonda i grattacieli e in cui donne in abaya e uomini in kandura danno vita a una vivace economia. Capitale culturale degli Emirati Arabi Uniti, Sharjah è una città universitaria e allo stesso tempo conservatrice, è cosmopolita e orgogliosa custode dell’identità araba. Qui da anni si svolge la più importante biennale del Medio Oriente e la Sharjah Art Foundation, un ente pubblico che ha trasformato in spazi d’arte decine di vecchi edifici della zona, propone una variegata programmazione nell’intero corso dell’anno, portando artisti da tutto il globo e organizzando mostre ed eventi che spesso affrontano le questioni più critiche per questa parte del mondo.
Ogni anno, a marzo, la Fondazione ospita March Meeting, un simposio di professionisti dell’arte e accademici internazionali che quest’anno si è svolto dal 5 al 7 con il tema The Afterlives of the Postcolonial. Un tema che vuole aprire una riflessione e un’analisi sui retaggi del colonialismo, le sue conseguenze sul contemporaneo e gli impatti sulle recenti pratiche culturali, estetiche e artistiche globali. Un tema che conferma la centralità di Sharjah come punto di riferimento per la conversazione artistica che emerge dal Sud del Mondo.

Hoor Al Qasimi, 2020. Photo Sebastian Böttcher
Hoor Al Qasimi, 2020. Photo Sebastian Böttcher

CHI È HOOR AL QASIMI

A dirigere la Fondazione e la Biennale è Hoor Al Qasimi, ultimogenita dei sei figli dello sceicco dell’emirato di Sharjah, la cui famiglia governa questi territori da oltre trecento anni e si è scontrata con i coloni inglesi. Con incarichi in alcune delle più prestigiose istituzioni artistiche del mondo, da Nuova Delhi a New York, la sceicca Al Qasimi è considerata la forza dietro l’esplosione culturale dell’emirato. Parla nove lingue e ha una passione per l’arte sperimentale e politica. L’abbiamo intervistata a conclusione di March Meeting, all’interno di uno degli edifici recuperati dalla Fondazione, un vecchio mercato fuori città che oggi è un moderno ed elegante spazio che ospita mostre e studi d’artista e dove negli scorsi giorni ha inaugurato Revolution and Image-making in Postcolonial Ghana, del fotografo Gerald Annan-Forson. Con una voce morbida che cela la grinta e la tenacia con cui persegue i suoi obiettivi, ci ha raccontato la storia della Fondazione, intrecciata a stretto filo con la sua.

Al Hamriyah Studios, 2017. Image courtesy of Sharjah Art Foundation
Al Hamriyah Studios, 2017. Image courtesy of Sharjah Art Foundation

INTERVISTA A HOOR AL QASIMI

Aiutaci a ricostruire il percorso della Fondazione. All’inizio c’era la Biennale…
In verità prima ancora c’era l’Emirates Fine Arts Society, nata nel 1980. Poi nel ‘91 c’è stata una sorta di Biennale zero e nel ‘93 è diventata Biennale. Il museo è stato costruito nel 1995, poi c’è stato bisogno di un nuovo edificio e quello vecchio è diventato un centro artistico che poi è diventato parte della fondazione. Lì, a sedici anni, insegnavo disegno al doposcuola [ride, N.d.A.].

Sei stata coinvolta fin dall’inizio?
Io allora ero piccola, andavo a vedere la Biennale perché ne ero affascinata. Sono entrata a far parte della Emirates Fine Arts Society da adolescente e fummo invitati a partecipare alla Biennale. Poi andai a studiare a Londra alla scuola d’arte. Mentre ero lì, una volta mio padre era in Germania per visitare musei: lo raggiunsi a Berlino dove mi consigliarono di andare a vedere Documenta. Non ne avevo mai sentito parlare, al tempo conoscevo la Biennale di Sharjah e qualche galleria di Londra, tutto lì. Mi cambiò completamente la vita, fu di grande ispirazione.

In che modo?
Pensai: anche noi abbiamo una biennale, perché non è così? Allora chiesi a mio padre se poteva spiegarmi come funzionava la Biennale di Sharjah promettendo che non avrei interferito. Mi disse di chiedere direttamente a loro e loro pensarono di risolvere la questione facendomi direttrice: è la figlia dello sceicco, la nominiamo direttrice e la mettiamo in un ufficio. Ma a me non stava bene: non capivo cosa ci facessi in un ufficio e dove fossero tutti gli altri. Volevo portare l’arte nel centro della città, volevo coinvolgere altri Paesi. Insomma ho cambiato un bel po’ di cose e il resto del team non ne era così felice [ride, N.d.A.]. Ma un po’ alla volta, invitando curatori e artisti e con l’aiuto di tante persone, siamo cresciuti. E per me si è trasformato in un lavoro. Così come per tanti altri che sono con noi ormai da oltre vent’anni.

Cos’è che ti aveva colpito in modo particolare di Documenta?
C’erano lavori che parlavano di Apartheid, di Palestina, opere che affrontavano questioni reali, era politica. Ho pensato che fosse una piattaforma e che quello fosse il compito di una Biennale. Inoltre mi piaceva l’idea di dare continuità al programma. A Sharjah c’era una Biennale ma tra l’una e l’altra non c’era niente e il pubblico si dimenticava e bisognava sempre ricominciare da capo. Io volevo creare una programmazione lungo tutto l’anno, abbiamo iniziato a fare residenze, abbiamo aperto diversi centri d’arte che fanno molte attività, anche rivolte ai bambini, abbiamo lanciato March Meeting. Inoltre volevo che ci fosse continuità nel team: spesso, quando si lavora sulle biennali, si costruisce una squadra, ma poi, tra una biennale e l’altra, quelle persone vanno a lavorare altrove. Noi abbiamo voluto investire nelle persone, creare una squadra, lavorare insieme e far crescere il pubblico insieme a noi.

Dicevi che ti aveva colpito vedere arte che affronta questioni politiche. Hai trovato delle resistenze nel portare qui quella conversazione politica?
Sì, è capitato. È sempre difficile, ma è anche così che coinvolgi la gente. Trovo che in Occidente ci sia un doppio standard: ci sono cose di cui non puoi parlare, come la Palestina, ma gli occidentali sono sempre pronti a imporre le loro idee. Tuttavia bisogna tenere in considerazione il contesto, giusto? Se faccio qualcosa in ambito pubblico e la gente del posto mi critica ‒ non il governo, ma la gente ‒, allora che ci faccio qui? Sto usando i loro soldi per fare qualcosa per loro. Non ha nulla a che fare con me. Devo chiedermi qual è il mio obiettivo e quali le mie responsabilità. E si impara facendo le cose. Io ascolto molto la mia squadra. E poi dico sempre: se è sui giornali, allora se ne può parlare.

Bait Obaid Al Shamsi, 2018. Image courtesy of Sharjah Art Foundation
Bait Obaid Al Shamsi, 2018. Image courtesy of Sharjah Art Foundation

LA STORIA DELLA SHARJAH ART FOUNDATION

Infine è venuta la Fondazione. Quando è stata creata?
Nel 2009 ci siamo resi conto che avevamo bisogno di un ombrello. Volevamo che ogni iniziativa avesse la propria identità, ma allo stesso tempo era necessario un design unitario e la Fondazione è ciò che riunisce tutte queste iniziative, spazi e anime. Insomma abbiamo fatto un po’ al contrario di come si fa di solito: abbiamo creato prima i programmi e poi lo spazio dentro cui riunirli.

La Fondazione ha una sua collezione. Con quale criterio fate le acquisizioni?
Molto viene dalla Biennale, ma capita anche che veda delle cose e pensi che sia importante averle. Ora stiamo pianificando di creare un edificio specifico per la collezione, voglio che sia vicino all’università perché voglio che sia una collezione didattica. Ci vorrà ancora un po’, io faccio tutto per fasi. C’è un detto arabo che uso spesso: ogni ritardo è una benedizione. Perché nel ritardo riesci a capire davvero cosa vuoi fare.

Quando pensi che potrete aprire?
Non ho ancora una data, ma non importa quanti ci vorrà, ci arriveremo.

Parliamo di March Meeting. Come nasce e perché?
È iniziato come un semplice incontro con poche persone ed è cresciuto da lì. All’inizio facevamo una conferenza durante la Biennale, poi abbiamo deciso di farlo ogni anno. Di solito, nell’anno della Biennale, è collegato al tema della Biennale, ma il tema può anche collegare le Biennali tra loro. Ci siamo resi conto che siamo in una posizione molto centrale e allo stesso tempo che c’è il bisogno di incontrarsi e avere queste conversazioni con i propri colleghi. Ci fa piacere vedere che molte persone che sono state invitate negli anni hanno finito per collaborare tra loro, senza che la cosa debba avere nulla a che fare con noi, l’idea è che noi siamo lo spazio, le persone possono incontrarsi, parlare, farsi coinvolgere. E per noi è importante anche poter essere una piattaforma per spazi che non ne hanno una. Nel caso del tema di quest’anno, Okwui [Enwezor, scomparso nel 2019, N.d.A.] ha voluto guardare alla costellazione post coloniale e, come dice il titolo, pensare storicamente al presente. Questo argomento significa molto per noi.

Perché pensi che questo tema sia importante e perché è importante parlarne da questa parte del mondo?
Mio padre parla di questo tema da quando qui c’erano ancora gli inglesi, ha scritto molto su questo argomento. Ha scritto del mito della pirateria araba e di come gli inglesi chiamassero pirati i membri della nostra famiglia per poter prendere il controllo della costa. Ha scritto dell’invasione dei portoghesi, ha sostenuto i diritti civili, ha marciato con Muhammad Ali, è stato amico di Nelson Mandela. Forse è una cosa che fa parte di me, per quello che mio padre ci ha insegnato. Ma si tratta anche di scrivere la storia dal nostro punto di vista. Ora più che mai, è importante che le nostre voci possano essere ascoltate ed è importante condividere le nostre storie e avere una piattaforma dalla quale condividerle. E l’arte può farlo. L’arte può raggiungere tutti ed è per questo che tutto ciò che facciamo è aperto a tutti e cerchiamo di fare più iniziative possibile in ambito pubblico.

The Flying Saucer, Sharjah, UAE, 2020. Photo Danko Stjepanovic. Image courtesy Sharjah Art Foundation
The Flying Saucer, Sharjah, UAE, 2020. Photo Danko Stjepanovic. Image courtesy Sharjah Art Foundation

LA BIENNALE DI SHARJAH

Puoi darci qualche anticipazione sulla prossima Biennale?
Apriremo un mese prima perché voglio che duri quattro mesi invece che tre: credo che il pubblico abbia bisogno di spendere più tempo con i lavori. Capiterà in concomitanza con il Ramadan e vorrei fare una programmazione intorno a questa ricorrenza, vorrei che facesse parte del modo in cui le cose accadranno, che la cultura circostante e la comunità entrassero nella programmazione. Abbiamo anche un nuovo spazio, fuori città. Raccomando sempre al mio team di non chiamare nessun sito off-site, perché tutti gli spazi sono alla pari e penso sia importante non avere un centro. Finora usavamo degli spazi qui a Sharjah e uno sulla costa orientale. Ora ne avremo uno nella regione centrale, in un’area agricola nel deserto.

Molte delle vostre sedi sono vecchi edifici riadattati. Perché è importante questo aspetto per voi?
Tutti i vecchi edifici nel centro storico della città li ha salvati mio padre. Per esempio, Bait Al Serkal, una delle nostre prime sedi, nella piazza antistante ci giocano i bambini, da sempre. Quella terra fa parte dell’eredità di mio padre e lui ha voluto che le persone continuassero a usare quello spazio, che i bambini continuassero a giocare nella piazza. Tanti anni fa, quando studiava in Egitto, qui avevano iniziato a demolire il forte: lui tornò immediatamente e riuscì a salvarlo e a restaurarlo. È molto legato alla storia e alla cultura, vuole che le persone abbiano uno stile di vita che non sia superficiale o materialista. E quindi anche per me è importante salvare gli edifici che sono legati alla nostra storia. Ora quando provo a recuperare qualcosa di più recente, lui mi dice: “Ma è un edificio degli Anni Settanta, non è vecchio”. Ma per me lo è, è la storia della mia generazione.

Chi è il vostro pubblico?
È ampio e difficile da definire. Capita che vengano marinai oppure operai edili che sono stati protagonisti di opere che esponiamo. I ragazzini che giocano davanti al museo quando mi vedono mi chiamano: “Miss, Miss, ho visto tutte le mostre”. Una volta un’artista mi ha raccontato che, mentre montava la mostra, un bambino ha iniziato a farle domande sul suo lavoro. E allora lei gli ha chiesto se fosse il figlio di qualcuno della Fondazione. E lui: “No, sono venuto a vedere la mostra”. Lei era sbalordita. Un’altra volta c’era un gruppo di bambini a una proiezione e qualcuno chiese loro: “Che ci fate qui?” E loro: “Noi viviamo qui”. Le persone del luogo hanno sviluppato un senso di appartenenza allo spazio. Non mi interessano i grandi numeri. Per tanti musei è tutta questione di numeri. Io scelgo la qualità alla quantità.

Tra i tuoi tanti ruoli, sei anche presidente dell’International Biennial Association. Di cosa si occupa?
Si pensa sempre che le biennali siano in competizione, ma le biennali dovrebbero lavorare insieme, perché abbiamo la stessa missione, lavoriamo tutti sul locale, per le nostre comunità. E l’associazione è una rete che ci consente di lavorare insieme. Abbiamo artisti in comune, possiamo gestire le risorse in comune, senza preoccuparci di chi arriva prima. Aiutiamo le biennali più giovani che hanno bisogno di cose anche pratiche, facciamo scambi e formazione. È un nuovo modo di concepire le biennali e di creare una sorta di cameratismo, aiutandoci reciprocamente. È una comunità.

Qual è la tua visione per le arti e la cultura di questo territorio?
Mi interessa molto decentralizzare sempre di più, avere l’opportunità di lavorare in tutti gli spazi dove non abbiamo ancora avuto il tempo di lavorare. Stiamo lavorando a un programma curatoriale all’università di arte e design dove faccio parte del comitato consultivo. Sarà in stretta collaborazione con la Fondazione. Voglio assicurarmi che traggano vantaggio da quello che facciamo qui. È importante che spazi e istituzioni siano flessibili. Non pensare di dover fare le cose in un certo modo solo perché così le fanno a Parigi o a New York. Alcune istituzioni spesso non capiscono il contesto, certi modelli non sono per tutti. Bisogna essere flessibili. E la cultura è flessibile. C’è così tanta bellezza nel lasciare che le cose accadano naturalmente.

Come vedi la situazione in Ucraina? Temi che possa complicare le relazioni culturali internazionali?
Ci sono sempre relazioni culturali complicate. Sono preoccupata per la Siria, per la Palestina… è la stessa cosa. È terrificante, certo, ma non c’è lo stesso supporto per altri Paesi. L’unica cosa da fare è continuare a fare il lavoro che possiamo fare e dare una piattaforma agli artisti.

Maurita Cardone

http://sharjahart.org/

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.