Tutti conosciamo la fontana di piazza Navona a Roma. Ma che cosa ispirò Gian Lorenzo Bernini nella sua progettazione? E che cosa c’entra Isaac Newton?

Nell’estate del 1644 la morte di Urbano VIII e la conseguente elezione di Innocenzo X determinarono uno scossone nei vertici dello Stato della Chiesa. Papa Pamphilj allontanò dai centri del potere i Barberini e quanti nel lungo pontificato di Urbano avevano goduto di posizioni di rilievo, tra di loro Gian Lorenzo Bernini. Il cavaliere fu messo all’angolo e umiliato con l’abbattimento delle torri campanarie di San Pietro, di cui Francesco Borromini dichiarò l’inadeguatezza strutturale. Ma l’ostracismo durò meno del previsto, fu infatti Bernini che s’aggiudicò la commessa più importante del grande cantiere giubilare: la fontana situata al centro di piazza Navona, una piazza che Donna Olimpia considerava lo splendido cortile esterno del palazzo di famiglia. Si dice che fu proprio Donna Olimpia, forse spinta dal dono di un preziosissimo modello in argento della fontana, a superare le resistenze del cognato. Certo la prossimità del leone e della palma, che assieme sono simbolo di Viterbo, potrebbero essere un clin d’oeil alla potentissima viterbese che Pasquino e i romani denominavano la Pimpaccia de piazza Navona.

Gian Lorenzo Bernini, Fontana dei Quattro Fiumi, 1648 51. Piazza Navona, Roma. Photo via Wikipedia CC BY SA 4.0
Gian Lorenzo Bernini, Fontana dei Quattro Fiumi, 1648 51. Piazza Navona, Roma. Photo via Wikipedia CC BY SA 4.0

BERNINI E LA FONTANA DI PIAZZA NAVONA

Gian Lorenzo aveva ideato un progetto destinato a stupire per il suo azzardo ingegneristico, la massa dell’obelisco gravava sull’acqua apparentemente supportata da uno spessore di vuoto. Una rivoluzione risonante con quella di Evangelista Torricelli che, nelle ultime settimane di vita di Urbano VIII, aveva dimostrato la consistenza del vuoto. Torricelli aveva inserito una struttura tubolare in una conca piena di mercurio e aveva provato l’esistenza dell’immateriale. In quella sorta di obelisco cavo e trasparente, l’argento vivo non riusciva a superare la resistenza del vuoto, l’aria compressa diventava un muro invisibile.
Era la crisi di un paradigma che da Aristotele al Rinascimento s’era basato sull’horror vacui. La macchina torricelliana, strutturalmente analoga alla Fontana dei fiumi, apriva un varco attraverso il quale si rendeva visibile un futuro ancora confuso. Nel 1644 Isaac Newton aveva solo un anno e quel mondo a venire era appena presagito mentre si faceva spazio nei cretti della Scolastica. Persino nel palazzi di Urbano VIII, pontefice che aveva fatto condannare Galilei, L’allegoria della Divina Sapienza di Andrea Sacchi sembrava un manifesto eliocentrico. Ovunque passato e progresso si confondevano e nei capolavori più che altrove.

VERSO LA RIVOLUZIONE DI NEWTON

S’era allora al crepuscolo di una cultura millenaria che, sebbene si fosse profondamente modificata, pure aveva mantenuto una sostanziale coerenza. Ancora alla metà del XVII secolo nelle università s’insegnava Aristotele, ancora il movimento era interpretato come il frutto della tendenza degli elementi a tornare nella loro posizione naturale. L’empireo chiama a sé il fuoco mentre la terra oscura precipita verso il basso, nel mezzo l’acqua e poi l’aria. La bolla d’aria che ambisce al cielo, percorrendo le profondità marine sino a liberarsi nella schiuma delle onde, appariva una prova evidente di questa tensione inscritta nelle leggi elementari dell’universo, senza una reale distinzione tra scienza e fede. A ben guardare l’iconografia del battesimo di Cristo è una chiara espressione di questa filosofia: Gesù ha i piedi piantati a terra, l’acqua gli cade sul capo e raggiunge il Giordano, dall’alto, per mezzo dei cieli, giunge una colomba, figura dello Spirito Santo che è fuoco.

L'esperimento di Evangelista Torricelli per misurare la pressione atmosferica
L’esperimento di Evangelista Torricelli per misurare la pressione atmosferica

IL VUOTO IERI E OGGI NELL’ARTE

Bernini muove dall’ambivalenza semantica della colomba e ripropone lo schema di un battesimo. In alto l’icona dei Pamphilj sfiora l’obelisco, che è emblema solare e quindi legato al fuoco, in basso la materia grezza è sedotta dalla forma e s’organizza per accogliere l’acqua vivificante, nel mezzo l’elemento aria si palesa trasformandosi nel perno della composizione. Bernini presentifica l’assenza incorniciando il vuoto. L’invenzione della palma schiacciata dal vento contro la base dell’obelisco, laddove la mater-materia s’apre a dare origine al mondo, è una soluzione che corrobora l’impressione della consistenza dell’immateriale.
Ci si muove qui in quell’area di impalpabile densità che s’approssima al sogno, ma se è vero che ciascun’epoca nel declinare sogna la successiva, allora può essere lecito interrogare le significative coincidenze tra Torricelli e Bernini per veder nascere un mondo che era già pronto a offrirsi come un frutto maturo, come la mela di Newton. Nel breve tragitto tra il ramo e la terra quella mela fende il quadro aristotelico e traccia un concetto spaziale nutrito dalla vacuità che Torricelli aveva dimostrato e Bernini aveva mostrato. Da allora il vuoto, assunto a presupposto di una spazialità assoluta, torna in secondo piano per riapparire, inquietante, al superamento della fisica newtoniana. Quando la Modernità s’avvierà al suo tramonto la vacuità tornerà a battere all’uscio per forare le sculture di Henry Moore, concretizzandosi nell’Oggetto invisibile di Alberto Giacometti, dilagando con le Zone di sensibilità pittorica immateriale di Yves Klein o facendosi ascoltare con i silenzi di John Cage.
Il taglio nella Fontana dei fiumi è quindi preannuncio di una rivoluzione e la fontana stessa una sorta di barometro epistemico, a ricordarci che quando il vuoto si fa consistente è in vista una catastrofe di sistema, quando poi si nasconde, dissimulandosi nella spazialità assoluta di Newton o nella porosità reticolare del web, allora la transizione può considerarsi conclusa.

Antonio Rocca

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AutoreGian Lorenzo Bernini
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Antonio Rocca
Antonio Rocca è nato a Roma nel 1971. Laureato a Viterbo con una tesi sulle relazioni tra avanguardia politica e avanguardia artistica, si è poi diplomato in museologia presso la Scuola di specializzazione dell’Università della Tuscia. Le sue principali passioni sono la ‘patafisica e il Sacro Bosco di Bomarzo (Bomarzo, Gangemi). Negli ultimi anni ha partecipato a numerosi programmi di divulgazione artistica per Rai e per Mediaset. Attualmente è docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Viterbo e collabora con La Repubblica, scrivendo prevalentemente di iconologia.