Newyorkese classe 1977, l’artista afroamericana Nona Faustine usa la fotografia per combattere il patriarcato e forme di razzismo difficili da debellare.

Ogni civiltà ha i propri monumenti. Quello che una cultura decide di onorare e ricordare ne riflette i valori e, nelle società multiculturali contemporanee, i monumenti pubblici possono essere occasione per mostrare le sfumature delle storia o, al contrario, darne una versione unilaterale e monocromatica. Il tema è stato di recente oggetto di dibattito, a seguito delle proteste, partite dal movimento Black Lives Matter americano ma poi diffusosi in tutto il mondo, contro simboli di una visione della storia biancocentrica e ancora fortemente ancorata al mito coloniale.
La fotografa Nona Faustine (New York, 1977) si occupava di questi temi già prima che diventassero di così stringente attualità. La sua è una riflessione che parte dalla constatazione di essere discendente di quegli schiavi che hanno contribuito alla creazione della potenza americana, non solo con il proprio lavoro ma con il proprio apporto culturale, ma che raramente si vedono rappresentati nella versione della storia raccontata dalla cultura bianca. Nel pieno delle proteste della scorsa estate, il Socrates Sculpture Park di New York ha esposto una delle opere della serie del 2016, My Country, con cui Faustine esplora le omissioni dei più famosi monumenti americani. Dell’anno precedente è invece la serie White Shoes, in cui la fotografa posa nuda davanti a luoghi di New York legati alla storia della schiavitù. L’abbiamo intervistata per farci raccontare il suo lavoro e il suo pensiero sulle recenti tensioni razziali negli USA.

INTERVISTA A NONA FAUSTINE

Qual è il processo dietro il tuo lavoro e come nasce la serie My Country?
Prima di My Country avevo lavorato a White Shoes, una serie di autoritratti in luoghi di schiavitù a New York dove uso il mio corpo per contrassegnare questi luoghi della storia, luoghi in cui persone in schiavitù hanno vissuto, sono morte e sono sepolte. In quella serie usavo il mio corpo come monumento temporaneo. Da lì ho iniziato a guardare alla storia dei monumenti in America. Mi interessavano la rappresentazione o la sua mancanza, il significato nascosto di questi monumenti e la storia soppressa. Ad esempio, la maggior parte delle persone pensa alla Statua della Libertà come a una statua che vuole mandare un messaggio di accoglienza agli immigrati, ma originariamente fu regalata all’America dalla Francia per commemorare la fine della schiavitù e, secondo le mie ricerche, la modella era una donna nera. Non sono in molti a saperlo. Così, nell’ottobre del 2016, prima delle grandi elezioni, sono andata a Washington e ho visitato vari monumenti. La Casa Bianca e Capitol Hill sono stati costruiti da schiavi. Il Lincoln Memorial e il Washington Memorial non furono costruiti da persone schiavizzate, ma l’eredità di questi due presidenti è debitrice alle persone schiavizzate che hanno combattuto con i patriot contro gli inglesi e a quelle che hanno contribuito alla vittoria della Guerra civile. Ma niente di tutto ciò compare nei due monumenti come parte dell’eredità di questi grandi presidenti. Questo è ciò che mi ha spinto ad analizzare i monumenti del Paese.

Durante l’ultima ondata di proteste del movimento Black Lives Matter, molti monumenti sono stati criticati e attaccati. Cosa pensi di questo dibattito e del modo in cui è stato portato avanti dagli attivisti?
Sono felice che questi temi siano venuti alla ribalta. Non sono, però, sorpresa: la situazione era così unilaterale che doveva accadere. Quando in tutto il Paese ci sono statue che commemorano uomini bianchi che credevano che i neri dovessero essere ridotti in schiavitù, significa perpetuare la supremazia bianca. E tra l’altro stai onorando uomini che, per gli standard americani, erano traditori: sono quelli che hanno perso la Guerra civile. Nel frattempo stai ignorando il contributo degli afroamericani alla costruzione di questo Paese. Senza di noi non ci sarebbe l’America, non solo in termini di lavoro, ma anche della cultura americana. E dove sono le statue che celebrano questi uomini e queste donne? Lentamente stanno cominciando ad apparire, ma c’è ancora sottorappresentazione e una rappresentazione razzista. Quindi per me è fantastico che ci sia aggregazione intorno a questi temi e che vengano smascherate le bugie storiche dietro alcuni di questi monumenti. Quando si sopprime la storia, a un certo punto arriva la resa dei conti. Allo stesso tempo, penso che alcuni dei monumenti che sono stati attaccati non debbano essere abbattuti, ma che possano essere emendati e ricontestualizzati. Bisogna spiegare perché certe sculture sono problematiche, ma non nasconderle, perché altrimenti le persone dimenticano.

Nona Faustine, White Shoes, 2015. Courtesy of the Artist
Nona Faustine, White Shoes, 2015. Courtesy of the Artist

MONUMENTI, CORPO, RAZZISMO

Prima dicevi che, in White Shoes, il monumento è il tuo corpo che poni in relazione ai luoghi della schiavitù. Qual è il rapporto tra il tuo corpo e quella storia?
È un rapporto che si sviluppa a partire da tre cose: prima di tutto il fatto che sono afroamericana e discendente di persone in schiavitù che hanno costruito l’America. La schiavitù è ciò che ha reso l’America una superpotenza; in secondo luogo sono una newyorkese e New York ha svolto un ruolo enorme nella tratta degli schiavi, anche se molti americani e molti newyorkesi non lo sanno; infine sono una fotografa e, come tale, mi collego alla storia della fotografia: la prima volta che persone di colore appaiono nella storia della fotografia americana sono rappresentate in stato di schiavitù, a cominciare dai famosi dagherrotipi scattati a metà Ottocento in una piantagione in South Carolina dal professore di Harvard Louis Agassiz  con lo scopo specifico di dimostrare l’inferiorità dei neri.

A cosa allude il titolo?
È legato al fatto che in tutte le foto indosso delle scarpe bianche, simbolo del patriarcato bianco dal quale, come figlia della diaspora, non posso sfuggire: non possiamo sfuggire allo sguardo bianco di sottomissione. Sono anche simbolo degli ideali di bellezza occidentali che, per le donne di colore, sono impossibili da raggiungere. Volevo qualcosa di simbolico che legasse la whiteness e la sottomissione alla mia blackness.

Questi temi erano entrati nel tuo lavoro prima dell’ultima ondata di proteste. Hai la sensazione che per un artista nero sia inevitabile affrontare temi di questo tipo?
È stata una scelta, avrei potuto fare foto di fiori o cuccioli. Ma sono un’artista che risponde ai suoi tempi. Quando ho creato White Shoes mi stavo diplomando in fotografia e mi sono trovata di fronte al razzismo istituzionale nella mia stessa scuola. Contemporaneamente, iniziavano a essere rese pubbliche le uccisioni di uomini e donne di colore nelle strade d’America da parte della polizia e volevo creare un progetto che scavasse nella storia americana e facesse capire alla gente come siamo arrivati a questo punto. Con il primo presidente nero, la gente pensava che il razzismo fosse finito e poi all’improvviso si è accorta che il razzismo era ancora qui. Ebbene, siamo arrivati ​​a questo punto perché non abbiamo mai riconosciuto i peccati della schiavitù e il dolore da essa provocato.

Nona Faustine, White Shoes, 2015. Courtesy of the Artist
Nona Faustine, White Shoes, 2015. Courtesy of the Artist

CULTURA E DISCRIMINAZIONE

Quindi qual era il tuo scopo?
Volevo rendere omaggio agli uomini e alle donne che hanno costruito New York City e questo Paese. Inoltre volevo parlare del corpo nero nella storia dell’arte e della fotografia. Non ho sentito una pressione verso questi temi, è nella mia natura, sono sempre stata un’attivista nel profondo. Oggi un artista nero può parlare di qualsiasi tema. Con questo clima politico, però, artisti come me sono più sotto i riflettori. La gente cerca una guida, cerca risposte e le cerca anche nell’arte. C’è una lunga lista di artisti afroamericani che hanno usato l’arte per affermare libertà e umanità all’interno del patriarcato americano, suprematista e capitalista, anche se quella non era l’intenzione esplicita: i lavori che hanno creato erano così potenti che il pubblico non poteva non vedere. Penso a una scrittrice come Toni Morrison, al fotografo Gordon Parks, al pittore Charles White e, più di recente, a Simone Leigh con le sue sculture. Nel fare quello che fanno, arricchiscono la storia dell’uomo.

Pensi che possa però esserci il rischio che l’attenzione del mondo della cultura sia temporanea e che possa emergere più da un senso di colpa da parte delle istituzioni culturali che da un autentico cambiamento?
Via via che il panorama americano cambia, penso che continueremo a costruire, non sarà solo un momento passeggero. Il talento è troppo grande e innegabile perché si possa continuare a tenere fuori questi artisti perché sono neri. Perché si possa andare avanti, tuttavia, servono fondi. Questo è il problema: sostenere gli artisti emergenti. Man mano che le cose si andranno calmando, gli artisti sentiranno di poter esplorare ulteriormente anche fuori dalle questioni politiche e sociali. Penso però che ci sarà sempre un’arte afroamericana socialmente impegnata. Noi siamo coloro che mettono l’America di fronte alle proprie responsabilità e che credono negli ideali di libertà: questi temi fanno parte di noi. E finché ci sarà razzismo nel Paese e nel mondo, gli artisti lo metteranno in discussione. È parte dell’essere artisti e dell’essere afroamericani.

Maurita Cardone

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.