Nel novembre del 2018 la notizia delle prescrizioni mediche per visitare il Musée des beaux-arts di Montréal (MBAM) ha fatto il giro del mondo. Come si svolgono i programmi di arte-terapia del museo? E come è cambiata l’offerta durante la pandemia? Lo abbiamo chiesto all’arte-terapeuta Stephen Legari, in forza al museo canadese.

Da quasi venti anni il MBAM collabora con istituti di ricerca medica e organismi che operano in ambito sociale per programmi di arte-terapia. In seguito a questa lunga esperienza, nel 2017 sono stati creati un dipartimento apposito e un laboratorio gratuito drop-in sul modello degli art hives nordamericani. L’esempio del MBAM ha ispirato molte altre iniziative nel mondo, tra cui anche Cur’Arti in Italia.
Ne parliamo con Stephen Legari, l’arte-terapeuta a tempo pieno del museo, che detiene un master in arte-terapia della Concordia University e un master in terapia di coppia e di famiglia della McGill University.

Come funzionano i programmi di arte-terapia al MBAM?
All’inizio di ogni programma di arte-terapia vengono costituiti piccoli gruppi di pazienti presso le istituzioni cooperanti del settore medico o sociale. Per i gruppi provenienti da organismi socio-comunitari, proponiamo programmi di mieux-être [letteralmente “meglio-essere”, N.d.R.], che offrono sostegno a donne che hanno subito traumi, a giovani adulti con disturbi dello spettro autistico, a gruppi di persone che stanno elaborando un lutto. Per i gruppi creati presso gli istituti di ricerca medica, invece, ci sono programmi appositi per malati di cancro, per persone che soffrono di epilessia, che sono state colpite da ischemia o che hanno disturbi di ordine alimentare.

Quali sono i benefici derivanti dall’incontro con l’arte?
L’incontro con l’arte aiuta a trovare un equilibrio e a gestire le proprie emozioni. Al museo la terapia in gruppo e l’osservazione delle opere esposte agevolano il processo di riflessione e lo sviluppo di empatia nei pazienti. Vorrei sottolineare che il programma del MBAM accompagna ma non sostituisce la terapia medica. Questo significa che prima e dopo i programmi di arte-terapia e mieux-être i pazienti rimangono sotto la cura dell’organismo cooperante. Una volta terminato il ciclo di incontri al museo, ai pazienti rimane la possibilità di continuare a frequentare il nostro art hive in modo del tutto autonomo e gratuito, anche insieme alla propria famiglia.

Dipartimento di arte-terapia. Photo : Michel Dubreuil
Dipartimento di arte-terapia. Photo : Michel Dubreuil

ARTE-TERAPIA E MUSEI

Come possiamo immaginarci l’arte-terapia al museo?
Prima di iniziare al museo, il programma di ogni progetto viene accuratamente pianificato insieme all’organismo cooperante. In questo modo si individuano i bisogni dei partecipanti, gli obiettivi del progetto e la frequenza degli incontri. In questa fase veniamo messi al corrente delle esigenze particolari del gruppo che potrebbero avere un’influenza sull’organizzazione delle attività, come per esempio la mobilità ridotta di persone che hanno subito un’ischemia.
Per quanto riguarda la struttura degli incontri, ci sono affinità con i formati di didattica museale, articolati in visita alla collezione prima e attività creativa dopo.

Come sono strutturati gli incontri?
Ogni incontro inizia nel laboratorio con l’accoglienza dei partecipanti, con qualche domanda sul loro stato di salute e su eventi importanti che potrebbero aver avuto luogo nei giorni precedenti. Viene poi presentato il tema della giornata per passare in seguito all’osservazione di opere appositamente scelte nelle gallerie del museo. Di ritorno al laboratorio, si lavora sullo stesso soggetto attraverso la pratica artistica. Ogni partecipante stabilisce individualmente su quale aspetto focalizzarsi: sull’autostima, sulle relazioni con gli altri, sulla propria creatività, oppure su un aspetto legato alla propria diagnosi. Il mio approccio è non-direttivo e lascio quindi ai partecipanti la libertà di sperimentare in modo istintivo varie forme di creazione. Argilla, materiale per disegno, pittura, collage e quant’altro sia necessario vengono messi a disposizione come in un grande buffet, per offrire ai partecipanti la possibilità di esprimere quello che stanno vivendo. Al termine del laboratorio viene fatta una riflessione collettiva, in cui ogni partecipante può, se vuole, esprimersi sul processo creativo. Il risultato della creazione artistica passa invece in secondo piano, perché lo scopo non è imparare, ma esprimersi attraverso l’opera e riflettere sulle proprie emozioni, anche attraverso le creazioni degli altri partecipanti. Nel mio ruolo di arte-terapeuta faccio qualche intervento, pongo qualche domanda (“Ho notato che ha disegnato una barca…” “Sì, ho una casa sul lago e ne sento molto la nostalgia!”) e limito il più possibile l’interpretazione, poiché non cerco un approccio analitico.

In un breve video realizzato per il museo, racconta che durante una visita un quadro di Monet aveva turbato una paziente in un modo del tutto inaspettato. Può anche fare l’esempio opposto, cioè di un episodio in cui visibilmente un’opera del museo ha generato un sentimento molto positivo tra i pazienti?
Apprezzo molto la domanda: in genere le persone sono più curiose di sapere quali sono opere che possono turbare. Di recente ho lavorato sul tema dell’orizzonte con pazienti in convalescenza da una grave malattia. Ho mostrato un quadro della collezione in cui si vede un paesaggio del Québec con un lago, un traghetto e delle montagne al tramonto. La scena rappresentata ha aiutato alcuni dei partecipanti, che vivono la convalescenza in completo isolamento a causa della pandemia, a ricordare momenti sereni e conviviali e ha consentito loro di pensare a un futuro più positivo di quello attuale. Questa “esplorazione immaginaria” è stata un bel momento da condividere nel gruppo, un po’ come una vacanza in pieno lockdown.

Nel 2018 arriva la notizia che fa il giro del mondo: la visita al MBAM come prescrizione medica.
La prescrizione medica è un progetto che permette di avvalersi di tutte le offerte del museo: visitare le collezioni, frequentare l’art hive, partecipare alle attività creative da soli o in famiglia. Si tratta di prescrizioni che consentono di intraprendere un’azione in modo autonomo, poiché le scelte quotidiane di questi pazienti sono estremamente limitate: non hanno scelto la malattia, non possono scegliere quando incontrare i medici, non possono scegliere le attività alle quali sono costretti a rinunciare. Conferire al paziente la possibilità di scegliere in modo autonomo (empowerment) quando e con chi venire al museo, quale mostra visitare e a quale attività partecipare è un principio molto importante nel nostro approccio. Durante la fase pilota di un anno, circa 350 persone hanno usufruito della prescrizione medica per venire al museo. Attualmente siamo in contatto con i medici per strutturare l’offerta in base alle diagnosi, affinché i pazienti approfittino al meglio dell’istituzione.

Durante la pandemia si è registrato ovunque un aumento delle domande di psicoterapia. Attualmente al MBAM l’arte-terapia ha luogo in forma di videoconferenza. Come si svolgono questi incontri?
All’inizio del video-incontro mi informo sempre sullo stato di salute dei partecipanti. Poi introduco il tema della giornata; se le partecipanti sono per esempio donne che seguono una terapia medica per il cancro (in generale le donne sono molto più propense degli uomini a cercare l’aiuto di professionisti!), il tema della giornata potrebbe essere l’immagine femminile nella storia dell’arte. Partendo da un ritratto di donna della collezione, nel mio ruolo di arte-terapeuta pongo delle domande aperte, mentre le informazioni sull’opera, sull’artista o sul suo significato nella storia dell’arte passano in secondo piano. Che cosa vediamo? Che cosa trovate interessante? Ci sono dei dettagli che vi colpiscono? Che cosa pensate dei colori? Chi potrebbe essere questa persona e a che cosa potrebbe pensare? Evito domande troppo dirette che chiedano ai pazienti di esprimersi, per esempio, sul proprio corpo. A questo punto il mio compito è quello di creare collegamenti tra le osservazioni di ogni partecipante.
Nella parte finale del video-incontro, dopo aver visto insieme 4 o 5 opere, invito i pazienti a manifestare le proprie emozioni in modo creativo e spontaneo, utilizzando il materiale che hanno a disposizione a casa. La creazione viene poi mostrata alla videocamera e spiegata a tutti per il momento di riflessione collettiva.

Ha un futuro l’arte-terapia di gruppo sotto forma di videoconferenza dopo la pandemia?
Il video-incontro non può assolutamente sostituire il contatto tra i partecipanti che ha luogo durante una seduta in presenza fisica. Tuttavia la disponibilità in linea dell’offerta ha reso il servizio accessibile anche a chi abita in zone remote. Questo lascia prevedere un’utenza anche dopo la pandemia, che prima non esisteva.

Vista dall’esterno del Padiglione per la Pace Michal & Renata Hornstein, dove si trovano i laboratori. Musée des beaux-arts de Montréal. Photo © Marc Cramer
Vista dall’esterno del Padiglione per la Pace Michal & Renata Hornstein, dove si trovano i laboratori. Musée des beaux-arts de Montréal. Photo © Marc Cramer

ARTE-TERAPIA E LOCKDOWN

Nel 2020, dopo che il museo ha chiuso le porte a causa del lockdown, sul sito internet è stata proposta una serie di capsule video di arte-terapia, secondo un principio simile agli incontri appena descritti.
Le capsule video costituiscono un nuovo tipo di esperienza, poiché in questo caso manca l’interazione tra partecipante e arte-terapeuta. Le reazioni sono state finora positive: questi brevi video, inizialmente creati per i social media, hanno concesso a molti un momento di evasione durante la pandemia. Stiamo attualmente valutando un’evoluzione verso formati più complessi che concedano più tempo al partecipante in modo che si crei un’atmosfera di pseudo pleine conscience, durante la quale si entra in un contatto meno cognitivo con l’opera.

Quale potrebbe essere secondo lei un pensiero conclusivo per ispirare altri musei a intraprendere progetti di arte-terapia?
L’arte in generale (arte figurativa, musica, danza, teatro…) ha da sempre fatto parte dell’esperienza umana. Le persone che cantano o danzano in gruppo non solo si mettono in relazione fra loro attraverso la cultura, ma si procurano anche un momento di benessere. Partendo da questa constatazione, la collaborazione tra la medicina e l’arte non dovrebbe apparire come novità, ma semplicemente come normalità. Leonardo da Vinci ha ben mostrato che queste due discipline non sono distinte! Oggi le nostre strutture sociali, gli ospedali, gli psicologi, i medici sono sommersi di richieste: non è forse il momento ideale per rivalutare il contributo dell’arte per il mieux-être dei pazienti?

Maria Ricci

www.mbam.qc.ca/fr/

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Maria Ricci
Maria Ricci, architetto e set designer, si occupa da oltre dieci anni di progetti educativi per i musei nell’ambito di arte, architettura e design. Ha collaborato con numerose istituzioni culturali estere, tra cui il Bauhaus-Archiv / Museum für Gestaltung di Berlino, la Fondazione Bauhaus di Dessau, il Kunstraum del Parlamento Federale tedesco, la Philharmonie di Berlino, il Goethe-Institut del Golfo Persico e l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.