Gabriel Kuri gioca con gli eventi della vita reale, astraendoli in grafici o geometrie, ma anche attraverso spostamenti dalla realtà all’astrazione, in un movimento circolare che ora fa riflettere sul fenomeno del virtuale e dei dati, così attuale in questo tempo di pandemia. Ne abbiamo parlato con lui.

Chi ricorda la stravagante classificazione borgesiana dell’Emporio celeste di conoscimenti benevoli proposta nel racconto L’idioma analitico di John Wilkins ripresa da Michel Foucault per il suo saggio Le parole e le cose in cui afferma che “il fascino esotico di un altro pensiero suggerisce il limite del nostro”? Il messaggio è chiaro: ogni classificazione si porta dietro un modo di vedere il mondo, non esiste una classificazione neutrale, come neanche tecnologie neutrali, od oggetti neutrali.
Gabriel Kuri (Città del Messico, 1970) sicuramente ha fatto tesoro di questo segreto: è un artista che costruisce schemi a partire dall’uso spesso stravolto delle cose. Nasce in Messico, nella capitale dove alla fine degli Anni Ottanta si integra ai Talleres de los viernes. Gabriel Orozco con Damian Ortega, il dottor Lakra, Abraham Cruzvillegas e questo adolescente messicano si incontravano ogni venerdì proprio a casa di Orozco, il più maturo, anche se rifiutava il ruolo di insegnante. “Ci incontriamo ancora, parliamo tra di noi e continuiamo a nutrirci reciprocamente delle nostre critiche”, confessa Gabriel, per cui la comunità continua a essere importante: “Ho deciso di vivere a Bruxelles anche per vari amici, per tenerli vicino”.
Poi, l’Europa, Londra, dove si è formato alla fine degli Anni Novanta e dove si è de-territorializzato in quanto artista, non più messicano, solo un ricercatore del linguaggio artistico, senza le ombre vernacolari che troppo spesso possono oscurare i progetti degli artisti che vengono da questa parte del mondo.

Gabriel Kuri. Photo © Keith Park
Gabriel Kuri. Photo © Keith Park

INTERVISTA A GABRIEL KURI

Cosa significa per te essere un artista messicano?
Quando sono tornato in Messico nel 1998 ho iniziato a realizzare i lavori che hanno segnato l’inizio della mia pratica odierna, e non posso affermare che non ci siano opere che non sono legate a un cosmo visione messicana connessa anche alla ritualità e al cerimoniale, ma mi sono sempre interessato alla contemporaneità senza confini. Un esempio: tornando a Londra molti anni dopo averci vissuto come studente, con Before Contingency After the Fact (2011), una mostra creata per la South London Gallery (parte della quale, Shelter, è stata esposta ad Art Basel nel 2017), l’idea di fondo è quella dei cambiamenti di scala: oggetti esistenti ‒ come la mia vera carta di credito, per esempio ‒ sono sovradimensionati. Però confesso che tutti i giorni mi chiedo quando tornerò a Città del Messico, dove vive mio fratello José, il fondatore della galleria kurimanzutto e dove mi sono formato come persona e come artista: la urbe dove tutto è esposto e dove il caos organizzato è una condizione permanente che mi ha nutrito formalmente. Per adesso la mia relazione con il Messico è una relazione d’amore, ma ho ancora bisogno della distanza.

Parlaci del tuo legame con la galleria kurimanzutto a Città del Messico.
È sempre molto stretto, sono in continua conversazione con mio fratello José, e, anche se le nostre posizioni nel mondo dell’arte sono diverse, forse proprio per questo continuiamo il lavoro in comune. La dinamica della galleria è cambiata molto.

Gabriel Kuri, Untitled (A 84), 2007. Courtesy l'artista & kurimanzutto, Città del Messico
Gabriel Kuri, Untitled (A 84), 2007. Courtesy l’artista & kurimanzutto, Città del Messico

I PROGETTI DI GABRIEL KURI

A cosa ti stai dedicando ora?
Ho lavorato per tre anni a Sorted, Resorted, una grande mostra a Bruxelles presso il WIELS Center for Contemporary Art che è terminata a gennaio, un omaggio alla città dove ho vissuto negli ultimi 16 anni. È stato un esperimento in cui immergere lo spettatore nel modo in cui lavoro. Il protagonista è il materiale: plastica, carta, metallo e materiali da costruzione. Ma anche il loro uso, il riciclo. Se dovessimo buttare via le opere, come verrebbero smistate in diversi sacchi per la raccolta differenziata in giorni diversi?

Intanto, in Messico, il suo lavoro è visibile all’interno di On the Razor’s Edge, la mostra internazionale di opere contemporanee ospitate dalla Colección Jumex, organizzata da Patricia Marshall, che ha avuto un ruolo influente nella formazione della collezione. La mostra riunisce le opere all’interno di quattro sezioni tematiche: migrazione e libertà; il corpo umano; il suo ambiente; e il trascorrere del tempo insopprimibile e per sempre incompleto. Tra gli artisti inclusi ci sono Dan Graham, Damien Hirst, Alfredo Jaar, e Gabriel Kuri appunto, la cui pratica esplora le condizioni psicologiche e fisiche della vita in questi tempi incerti, dove le forze artificiali e naturali sono in costante tensione.
L’opera di Kuri è composta da coperte di emergenza, quelle che si usano quando si tratta di eventi estremi, come incendi, allagamenti e altri disastri naturali, ma anche nelle manifestazioni umane come per esempio le maratone.
Mi interessano le situazioni di crisi, la combinazione di improvvisato e metodico delle procedure che l’essere umano attua in questo tipo di contingenze. I materiali sono leggeri per poter essere spostati, le cose sono organizzate in modo simile dovunque”.

Parlaci degli ultimi progetti.
Uno è stata un’esposizione per la Dublin Hyde Gallery, nel campus universitario di Dublino, uno dei primi a chiudere per la pandemia, con opere legate proprio all’ambiente. Un lavoro che ora si può visitare online.
La mia galleria a Berlino, Esther Schipper, è stata ospitata dalla Walter Storms Galerie. L’opera qui coinvolge vari media, tra cui scultura, collage e installazione, spesso utilizzando elementi naturali riciclati, industriali e prodotti in serie (ad esempio conchiglie, schiuma isolante o lattine di soda) per creare opere che contengono tracce di attività umane passate, come bottiglie vuote, mozziconi di sigarette o matrici di biglietti, che fungono da simboli del tempo, dell’energia o dei mezzi di pagamento utilizzati.
Poi, l’esposizione più recente per la GAK di Bremen è un progetto di un duo di artisti, gerlach en koop, il cui lavoro consiste nell’esibire il lavoro di altri, e io ho collaborato con il mio: un’opera adattabile che ho installato nel progetto.

Gabriel Kuri, Blind photocopier, 2012. Courtesy l'artista & kurimanzutto, Città del Messico
Gabriel Kuri, Blind photocopier, 2012. Courtesy l’artista & kurimanzutto, Città del Messico

ARTE E QUARANTENA SECONDO KURI

Raccontaci la tua pratica artistica.
La mia pratica consiste nel cercare di comprendere il quadro più ampio, e come funzionano le cose nel mondo reale. E mi piace la rigorosità intellettuale, non sono una personalità che cerca di inventare scenari fantastici ucronici. Lavoro con quello che esiste, in questo senso mi piace il minimalismo artigianale e la mia creazione è quella di dare vita a un sistema, ordinando diversi elementi fino a quando non mi accorgo che emergono dei modelli dove si generano nuove connessioni semantiche tra le forme esistenti e i loro usi.
Ora, i cambiamenti nell’arte sono necessari, non sono prevedibili, non esiste una risposta esplicita alla situazione del confinamento. Io vorrei vedere un cambiamento interno, per ora sto vedendo solo la precipitata conseguenza di mettere il prodotto artistico nell’aura della rete, ma ancora oggi il locus artistico sta nella presenza dello spettatore, e continuo a credere nell’esposizione, non credo che si possa migrare all’internet dall’oggi al domani. Continuo a credere che l’arte sia presenza.

Come stai vivendo la quarantena?
Il silenzio e la riflessione nel mio studio, il confino volontario hanno definito la mia pratica, come quella di tanti artisti. Ma è sempre stato un movimento che dipende dalla possibilità di vedere il mondo esterno, cercando la connessione con il sociale e il pubblico. Ora che la realtà è così fuori fuoco, è inevitabile abitare il mio spazio mentale. In questo senso di “isolamento” ho cercato di aggrapparmi al lavoro manuale e materiale. Ho anche avuto tempo e spazio per rivedere la mia libreria, che a volte ho messo da parte. Un esempio è la rilettura di Emanuele Coccia (autore de La vita delle piante), filosofo italiano con cui ho collaborato e che ho ripreso in mano adesso: un autore che reinventa il pensiero filosofico in modo non antropocentrico ma pensa all’ecosistema come al luogo della riflessione filosofica. È anche inevitabile porsi domande sul significato della pratica artistica, ora che l’attività pubblica è paralizzata.
L’effetto tangibile della pandemia è quello economico, che credo avrà conseguenze nel mercato dell’arte, e poi esiste un effetto semantico. Il COVID-19 infatti ha risemantizzato le cose, è come una nuova luce sugli stessi aspetti su cui ho lavorato da sempre.

Virginia Negro

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Virginia Negro
Dopo aver studiato Comunicazione e giornalismo tra Bologna e Parigi, ha continuato le sue ricerche con un progetto finanziato da un consorzio di università internazionali che l’ha portata a vivere prima in Spagna, poi in Polonia e infine a Buenos Aires. Adesso fa la ricercatrice in Messico, dove vive da quasi quattro anni. Collabora con “Repubblica”, “Il Reportage”, “Lettera 43”, oltre che con varie pubblicazioni latinoamericane e il quotidiano “Milenio”.