Realizzato prima del lockdown, questo reportage dal Messico vuole essere di buon auspicio per quando torneremo a viaggiare rispettando le nuove regole dettate dall’emergenza sanitaria.

Meraviglia mi assale al sorvolare la città: l’illusione dell’arrivo viene a lungo sospesa e il lento attraversare dell’aereo si fa infinito. Ancor prima di metterci piede, se arrivi dal cielo, ne intuisci la magnitudine. Via terra è diverso: dagli Stati Uniti in avventura, dalla costa per un weekend lungo, dal sud con tante tappe intermedie, dall’altrove per trovare un perché che solo lei sa, da ovunque per conoscerla e viverla.

STORIA DI UN AMORE

In città arriva chiunque e per i motivi più vari; c’è anche chi ci è nato e la conosce attraverso i racconti dei genitori o degli antenati. Ora è uno spazio immenso, più ci si addentra più emerge un ciclo sconfinato di metacittà, a sua volta potenzialmente divisibili tra centro e periferia, microcosmi sinergici collegati ma lontani, diversi ma attraenti. E se la si ingloba nella Zona Metropolitana della Valle del Messico, allora risulta ancor più grande e conta più di 22 milioni di abitanti: di qui sono passati i grandi del cinema e della musica, dell’arte e dello spettacolo. Pensiamo a Rivera e Frida, immaginiamo la “Roma” di Alfonso Cuarón, El gran calavera e Los olvidados di Luis Buñuel o Un duelo a pistola en el bosque de Chapultepec del 1896, una delle prime registrazioni filmografiche mute. Ricordiamo i grandi Octavio Paz, Juan Rulfo, David Siqueiros, Clemente Orozco, per citarne alcuni.
Attraverso questi personaggi e le loro opere, captiamo la poesia e il fermento della città, le sue strade e la sua gente, ci addentriamo nel raccontato dei versi, nella critica dei murales. Certo di storia ce n’è parecchia alle spalle di questo grande territorio: eccone un rapidissimo excursus.

Messico. Photo Javier Barrera
Messico. Photo Javier Barrera

DAGLI ATZECAS A OGGI

Sembra che la città, il cui nome originale fu Mexico-Tenochtitlán, sia sorta con gli aztecas, anche chiamati mexica. Di affiliazione nahua, questo popolo si stabilì intorno alla prima metà del 1300 d.C. sull’isola del lago Texcoco, con ricche credenze religiose, astronomiche, filosofiche e artistiche, e raggruppava usanze tipiche della cultura Mesoamericana: usava l’ossidiana per fini chirurgici e bellici e il suo calendario (quello rituale di 260 giorni e quello civile di 365) era molto avanzato. Successivi agli olmechi e toltechi, gli aztechi situavano la loro origine mitica nel Chicomóztoc, il “luogo dalle sette caverne”, e comunicavano in nahuatl classico, che ancor oggi è la lingua indigena con maggior parlanti sull’intero territorio messicano.
In effetti la popolazione indigena messicana è molto diversificata e ancora vivissima. La questione è assai viva e costituisce un nucleo patrimoniale di grande importanza per il Messico, il quale conta, su tutta la Repubblica, 68 lingue indigene. È ben noto come il periodo della colonizzazione spagnola fu caratterizzato da un cospicuo asservimento nel quale, gradualmente, la società ormai ibrida iniziò a costruirsi una nuova identità. È in corso, da alcuni anni un interessante processo definito decolonialismo, di ordine simbolico-fenomenologico più che giuridico-politico, che si propone una presa di coscienza e di potere da parte di coloro che sono stati colonizzati: una sorta di lotta pacifica, impercettibile e spesso intrapersonale, per la libertà. E l’aspetto culturale è evidente: la tendenza alla copia, la mitizzazione di ciò che c’è aldilà, l’adulazione di coloro che vengono da lontano, la necessità di fuggire altrove per trovar fortuna sono condizioni sempre meno presenti. Ci troviamo piuttosto in un contesto multisfaccettato e capace di inglobare le diversità più disparate, coniugando antichità e avanguardia. L’estetizzazione della tradizione, insieme alla sperimentazione tecnologica e metodologica, creano una commistione peculiare tra l’aspetto latino e quello nordico.
La semplificazione storica appena avvenuta non è altro che un invito ad approfondire gli accadimenti del passato in chiave organica rispetto a quel che possiamo osservare del presente: una sorta di autorganizzazione omeostatica per cui la contemporaneità come processo in continuo divenire può esser colta appieno solo se contestualizzata rispetto a un arco temporale amplio che include visione indietro (storia) e avanti (avanguardia).

IL CONTEMPORANEO IN CITTÀ

La descrizione di ciò che succede in città rischia di richiamare aneddoti simpatici ma insignificanti, eventi di poca lungimiranza e scoop di scarso rilievo. Il contemporaneo invece è quell’imminente evocazione suscitata dal giorno per giorno, quell’ingorgo che permette alla grande idea di emergere, quel collettivo pop up che si ritrova a seguito di un terremoto dissipatore di palazzi ma stimolatore di coscienze. Veniamo dalla settimana dell’arte guidata dalla fiera ZONAMACO, che si è svolta nei primi giorni di febbraio. Qui vi raccontiamo invece della quotidianità popolare dell’arte di strada, del camminare tra architetture sbalorditive, del ritrovarsi agli opening negli angoli più remoti della metropoli, del conoscere persone di ogni parte del mondo: artisti, galleristi, docenti, amanti dell’arte.
Tutta quella serie di gallerie, laboratori e musei che potete vedere nella mappa della città offre quotidianamente sfiziosi pretesti per ritrovarsi ed essere partecipanti culturali attivi, raffinati percettori dai gusti più svariati. Ma sono numerose anche le possibilità di far parte dell’agency artistica, unendosi a collettivi aperti o proponendo azioni indipendenti, come fanno ad esempio alcuni dei gruppi di arte giovane quale Cráter Invertido, che nel 2012, dopo una congiuntura di effervescenza politica, diede vita a una cooperativa di artisti che usano la stampa come pretesto per unire e tessere comunità, recuperando capacità condivise in un progetto a lungo termine. Biquini Wax EPS, Casa Equis, Salón Silicón o Poligono costituiscono realtà di simile indole: artisti attivisti collaborativi e indipendenti, spazi espositivi e zone di co-working.
Ci sono poi gallerie ampiamente affermate sul territorio locale e globale: pensiamo alla Karimanzutto, uno spazio inizialmente itinerante aperto ad artisti emergenti; o la Galería Nina Menocal, che propone anche artisti delle generazioni precedenti, mentre la López Quiroga e Machete Galería sono focalizzate su una meticolosa selezione di arte latino-americana.

Messico. Photo Javier Barrera
Messico. Photo Javier Barrera

DERIVE MESSICANE

In una città così grande è bene dunque organizzarsi e pianificare cosa interessa e come arrivarci. Rimane però fondamentale rimarcare la bellezza del lasciarsi andare nella consapevole possibilità del deambulare, almeno nel centro: i grandi Musei dagli eclatanti contenuti artistici e storici, e dalle meravigliose architetture transculturali, si susseguono instancabilmente in uno spazio che ispira e respira, alternandosi nei quartieri del centro, ma raggiungendo anche zone più remote.
Ciò che permette agli abitanti di ossigenare la loro permanenza in città è l’ampia scelta di aree verdi: la principale è il Bosco di Chapultepec, all’interno del quale si trova un grande lago e il Castello Virreinal della Nuova Spagna. A pochi chilometri dalla città vale la pena dirigersi verso Popocatépetl, arte naturale e vulcano attivo la cui ultima fumata è avvenuta pochi mesi fa; vicino alla sorella Malinche, entrambi sono viva ispirazione degli artisti locali di ogni tempo, come il paesaggista Dr. Atl.
Nei pressi della città troviamo anche la vastissima zona archeologica di Teotihuacán, centro culturale e religioso mesoamericano che misura circa 32 kmq. La messicanità scaturita da una storia così fitta – e ancora tangibile negli edifici rimasti e leggibile nei racconti letterari – ha un carattere diffuso e ovviamente identitario, a priori: è però particolarmente evidente in alcuni artisti i quali ne fanno un sostrato su cui creare. Una delle tecniche più frequentate della valorizzazione storica e indigena è la tessitura: pensiamo a Gabriel Dawe e ai suoi finissimi orditi, a Javier Senosiain e al suo Giardino di Quetzalcoatl, ad Abraham Cruzvillegas che, nato in periferia, cerca di cogliere quotidianamente le tante sfaccettature usando materiali che per altri sono immondizia e che lui invece definisce “oro”, e ancora alla mostra Los huecos del agua. Arte actual de pueblos originarios allestita alcuni mesi fa al Museo Universitario del Chopo.

UNA CITTÀ AL FEMMINILE

Impossibile non nominare Frida Kahlo, l’adulata pittrice dallo sguardo ambiguo, i cui quadri sono diventati icone diffuse e stampe sul biglietto da 500 pesos. Passare da Coyoacán senza entrare in quella che era la sua casa sarebbe una mancanza insensata: è meravigliosa e piena della sua vita. I vestiti che indossava, le decorazioni sul volto e tra i capelli si possono ancor oggi ritrovare in loco, ma anche in molte campesinas, nel look delle ragazze del centro o tra le donne dell’alta società. Certo lei era maestosa, nei suoi quadri e nella sua storia si ritrova una parte di ogni storia al femminile: il suo dolore rappresentato, il suo amore indicibile, la sua estetica vistosa diventano internazionalmente riconosciuti.
L’arte messicana prolifera però anche di geniali figure femminili quali Carmen Mondragón aka Nahui Olin, Lilia Carrillo o Lola Alvarez Bravo, inizialmente assistente del famoso fotografo nonché marito Manuel e poi fotografa indipendente. Seguono cronologicamente tutta un’altra serie di artiste, tra le quali la pittrice Rosario Cabrera, e Ángela Gurría, che nel 1974 divenne la prima donna membro dell’Accademia di Belle Arti, ed Helen Escobedo, con una lunga carriera specializzata nell’arte ecologica e urbana. Fra le esponenti delle generazioni più recenti, Silvia Gruner, Yolanda Andrade, la celebre Teresa Margolles (vista alla Biennale di Venezia nel 2017 e 2019), l’attivista Lorena Wolffer, la cui proposta si impronta sulla critica politica in chiave femminista, e l’attualissima Tania Franco Klein, fotografa classe 1990. Particolarmente interessanti il lavoro dell’artista 40enne Pia Camil nonché la fashion designer Bárbara Sánchez-Kane, che insieme al marito Pedro Reyes costituisce una tra le più ammirate coppie della creatività messicana contemporanea.
Sono numerose anche le artiste straniere che negli anni hanno raggiunto Città del Messico per poi radicarvisi: l’italiana Tina Modotti o la russa Angelina Beloff, quasi sconosciuta in vita ma poi elogiata come protagonista nella novella semi-biografica scritta da Elena Poniatowska, Querido Diego, te abraza Quiela. È la stessa Elena, di origine polacca e nata a Parigi, scrittrice e interstizio intellettuale tra molti artisti, a prendere la nazionalità messicana. E poi c’è Joy Laville, nata in Gran Bretagna e morta nel 2018 a Cuernavaca; Marta Palau, artista spagnola tra le prime a lavorare su temi riguardanti le donne e i migranti; la talentuosa Remedios Varo, anch’essa spagnola, che proprio a Città del Messico esordì in una mostra collettiva. Ma la storia più curiosa è quella della britannica Leonora Carrington: approdata all’Ambasciata messicana di Lisbona in seguito alla fuga da un ospedale psichiatrico spagnolo e in attesa dell’esilio negli Stati Uniti, incontra Max Ernst, con cui sembra aver avuto una stretta relazione nonostante la presenza della futura moglie Peggy Guggenheim. Nel 1942 la Carrington raggiunge il Messico, dove fiorirà come scrittrice e pittrice.

‒ Silvia Barbotto Forzano

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #54

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