Abbiamo intervistato Abraham Cruzvillegas, fra gli artisti più interessanti del centro America. Parlando di comunità e pandemia, di solidarietà e lockdown.

Abraham Cruzvillegas (Città del Messico, 1968) è un artista che dagli albori è stato ispirato dalle storie di abitazioni autocostruite nel suo Paese natale, il Messico, Autoreconstrucción o Insistir, insistir, Insistir è infatti un’ulteriore iterazione della serie di Autoconstrucciones di Cruzvillegas. Ma questa volta la sua opera diventa lo scenario di un’altra performance: protagonista di una danza inscenata dalla coreografa e coautrice dell’opera Bárbara Foulkes, che attiva questo spazio sulla musica di un altro messicano, Andrés García Nesitla. Muovendosi anarchicamente, il corpo assembla gli oggetti provenienti dalle strade distruggendo la struttura iniziale di Cruzvillegas, ricordando il ruolo della distruzione nel processo di ricostruzione. Il tutto nel teatro della scatola nera di The Kitchen, storico spazio alternativo a New York City, tra le primissime istituzioni americane ad abbracciare i campi del video e della performance, aiutando a definire l’avanguardia artistica americana.

Cosa significa per te oggi ricostruire?
Le azioni implicate nelle varie costruzioni comportano una violenza con gli oggetti che non è semplicemente la manifestazione della rabbia, ma la condizione necessaria della costruzione. Il sé e l’ambiente, co-dipendenti, si costruiscono a vicenda in un processo violento radicalmente creativo di mutuo mutamento e adattamento.
In questa opera ogni oggetto che cade a terra scagliato dal corpo danzante rende onore al sottotitolo dell’opera, “Insistere, Insistere, Insistere”. Un processo distruttivo che apre all’anarchia della materia, un processo di distruzione apparentemente pura si rivela, in realtà, come una ricostruzione.

Come sta cambiando lo scenario dell’arte?
La pandemia ora sta cambiando sicuramente il modo di fare arte. Per esempio, la partecipazione di García Nesitla, collaboratore di lunga data, che ha suonato dal vivo sì, ma dal Messico: tutto possibile grazie a Skype. In questo caso non è dovuto alla pandemia ma a una richiesta di visto respinta dal governo degli Stati Uniti (senza una ragione chiara). Ma grazie a un laptop collegato al sistema audio di The Kitchen, posizionato sopra una pila di sedie, prossimo lavorare insieme. In questi tempi di autoritarismo reattivo in tutto il mondo, eventi come questi ci ricordano la necessità di reinventare sempre come lavorare con le risorse a nostra disposizione. Autoreconstrucción è una testimonianza del fatto che fino a quando le autorità continuano a costruire muri tra di noi, la distruzione è un passo necessario nel processo di ricostruzione.

Abraham Cruzvillegas. Courtesy the artist & kurimanzutto, Città del Messico New York. Photo Omar Luis Olguín, 2019
Abraham Cruzvillegas. Courtesy the artist & kurimanzutto, Città del Messico New York. Photo Omar Luis Olguín, 2019

LE OPERE DI ABRAHAM CRUZVILLEGAS

Parlaci delle tue ultime opere.
Solo l’anno scorso a Chicago ho portato undici nuove opere all’Arts Club. Ho raccolto rifiuti e detriti da Chicago e da una “casa ancestrale” a Michoacán, nel Messico occidentale, per costruire una serie di sculture altamente contingenti i cui elementi sono legati con corde sottili e spago alle pareti e soffitto della galleria. Le opere riflettono le mie mani, i miei occhi: ho scelto vari oggetti scartati per la loro “inutilità” (ad esempio una sedia con una gamba rotta, un attaccapanni con pioli rotti) e li ho riutilizzati per fare un lavoro nuovo.

E in queste geografie cosmopolite come entra il tuo Messico?
Nella tecnica, nei materiali. Per esempio, molte delle costruzioni includono pezzi di legno laccati con una tecnica tradizionale “maque”, che delinea cerchi intersecanti e concentrici. Ma anche nei materiali: le sculture sono ancorate da piante in vaso, come i cactus autoctoni della terra che si trova a cavallo tra Messico e Stati Uniti; asclepia, l’unica pianta su cui la farfalla monarca migratrice depone le uova; e panico verga, originario dell’Illinois e comune in tutte le praterie del Nord America.
Mi viene in mente la serie Ricette, per il Mori Art Museum di Tokyo, che si può consultare su Facebook, dove ho spiegato come fare il “mole”, uno dei cibi più ricchi di ingredienti e più antichi al mondo, con cui sono cresciuto. O il guacamole. Dalle tradizioni culinarie, dall’indagare sulla storia del peperoncino, possiamo aprire mondi interi: il tema dell’identità, del conflitto, del meticcio…

Abraham Cruzvillegas nel Cookbook del Mori Art Museum, Tokyo 2020. Video Alberto Cabrera Luna. Courtesy the artist & María Gutiérrez
Abraham Cruzvillegas nel Cookbook del Mori Art Museum, Tokyo 2020. Video Alberto Cabrera Luna. Courtesy the artist & María Gutiérrez

ARTE E PANDEMIA SECONDO CRUZVILLEGAS

Il tuo presente è Parigi però, dove insegni all’École des Beaux-Arts: è cambiata la tua visione del mondo con questo spostamento d’ottica?
In realtá sento che da sempre sono stato in movimento. Quello che è cambiato è il tempo e l’importanza che sto dedicando alla pedagogia nel mondo dell’arte.
Cerco di lavorare in una forma molto orizzontale coi miei allievi, anche se spesso sento che non è cambiato molto dal Rinascimento a oggi nella forma d’insegnare l’arte. Un funzionamento tipico del mastro dell’atelier, coi suoi allievi che guardano, imparano per mimesis, prima di poter acquisire l’esperienza necessaria per viaggiare soli. Io cerco di lavorare creando qualcosa insieme, per alcuni funziona, per altri no.

Un’ultima domanda: cosa ha significato il lockdown per te e la tua forma di fare arte?
Se, in parte, il lockdown impedisce una relazione libera con gli oggetti e con gli altri, dall’altra per me è intriso da una forma di fantasticheria, di rendere ancora più materiale, più presente nelle opere il sognare di un luogo oltre il qui e ora. Intimità e recupero di un corporeo, di un contatto ravvicinato con la tecnica pittorica, con gli oggetti: materiali a portata di mano, rispondenti alle condizioni e ai limiti del lockdown. Infatti, nella galleria londinese Thomas Dane, ho esposto dei disegni su carta, realizzati durante la quarantena. Sono opere monocromatiche spontanee a mano libera con inchiostro e grafite, linee che in un momento si leggono come segni calligrafici e in quello successivo si trasformano giocosamente in silhouette di primati.

‒ Virignia Negro

https://onlineexhibition.thomasdanegallery.com/screen-time/
https://thekitchen.org/

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Virginia Negro
Dopo aver studiato Comunicazione e giornalismo tra Bologna e Parigi, ha continuato le sue ricerche con un progetto finanziato da un consorzio di università internazionali che l’ha portata a vivere prima in Spagna, poi in Polonia e infine a Buenos Aires. Adesso fa la ricercatrice in Messico, dove vive da quasi quattro anni. Collabora con “Repubblica”, “Il Reportage”, “Lettera 43”, oltre che con varie pubblicazioni latinoamericane e il quotidiano “Milenio”.