Tecnologia alla portata di tutti. L’esempio di Fablab Venezia

Attivo nel campo digitale e tecnologico, Fablab Venezia ha fatto della condivisione di pratiche innovative un punto di forza, applicandole anche al mondo dell’arte, della cultura e della formazione. Ci siamo fatti raccontare la sua storia e i suoi obiettivi.

L’esperienza dei fablab non è una novità e oggi può contare su una rete capillare, che coinvolge un centinaio di Paesi. Tra gli artefici di questo mosaico c’è anche Fablab Venezia, una sorta di “officina” multidisciplinare con sede nel Parco Scientifico Tecnologico VEGA di Marghera. Uno spazio aperto a tutti, dove sapere tecnologico e innovazione acquisiscono il valore di bene comune e necessario allo sviluppo di pratiche culturali collettive. Lo dimostra il progetto Re-Art | technologies for culture, una piattaforma ispirata alla digitalizzazione in ambito artistico, uno strumento reso ancora più attuale dalle ricadute della pandemia sul comparto della cultura.

ORIGINI E INTENTI DI FABLAB VENEZIA

Raccontateci che cos’è Fablab Venezia: quando ha preso forma, quali sono i suoi intenti e come funziona.
Fablab Venezia nasce nel 2013 dalla volontà di riportare nel territorio veneto le filosofie e i valori del network fablab, che si andava diffondendo internazionalmente sulle orme dell’idea del professor Gershenfeld del Massachusetts Institute of Technology di Boston. Il concetto di fab-lab (fabulous laboratory) vede la luce infatti come spazio privilegiato per permettere di sperimentare e prototipare idee passando dalla teoria alla pratica. Oggi i fablab sono circa 1800, in 100 nazioni: una rete globale che condivide conoscenze, valori ed esperienze per supportare lo sviluppo di soluzioni innovative, contribuire all’educazione e alla formazione dei più giovani, fornire a tutti conoscenze tecniche e strumenti tecnologici avanzati per realizzare progetti e idee. Ciascun laboratorio ha la sua specificità, Fablab Venezia ha deciso di fare suoi tutti i rami d’attività propri del progetto originario: il service, per supportare progetti creativi, imprenditoriali e di innovazione; la formazione, per guidare coloro che vogliono imparare a governare gli strumenti della fabbricazione digitale; il laboratorio aperto, per offrire a tutti un luogo privilegiato per lo sviluppo di idee innovative.

Qual è il vostro metodo di lavoro, nel concreto, e da chi è composto Fablab Venezia?
Ci avvaliamo di nuove tecnologie, come la stampa 3D, di macchinari a controllo numerico e di strumenti parametrici per portare innovazione in tutte le pratiche del fare, dalla progettazione alla produzione, in modo smart e sostenibile.
Oggi Fablab Venezia è guidato da Andrea e Leonidas e ha rafforzato il suo impegno trasversale nel supportare la digitalizzazione a servizio della manifattura, della creatività e dell’innovazione sociale: dalle produzioni culturali al comparto delle costruzioni, dal design del prodotto all’artigianato tradizionale, chiunque può e deve beneficiare della rivoluzione tecnologica in atto.

Partecipazione, dialogo, scambio di competenze, innovazione tecnologica e sostenibilità sono alcuni elementi chiave della vostra identità e del vostro lavoro. Quali cambiamenti sono avvenuti su questi fronti con il dilagare della pandemia?
Questo periodo così particolare è stato per noi un’occasione per tornare a esplorare le radici del nostro fare e consolidare i rapporti di collaborazione all’interno del team e con i partner. La difficoltà si può tradurre infatti in una possibilità più forte di fare rete, per affrontare in maniera organica le sfide, anche inaspettate. D’altro canto questo rallentamento obbligato ci ha anche permesso di concentrarci maggiormente su alcuni progetti interni che stanno vedendo la luce in questo periodo e che affrontano temi di grande scala e di impatto ambientale (Re-Art e Territoriotipo). Il periodo ci ha portato infatti ad affrontare alcune riflessioni sul tema della sostenibilità del nostro lavoro, indirizzando i nostri sforzi più marcatamente in questa direzione. La pandemia ha costretto tutti a una riflessione sul ruolo delle nostre attività quotidiane, anche lavorative, in relazione all’ecosistema che ci ospita. In qualità di innovatori, chiamati quindi a un atteggiamento lungimirante e consapevole dei cambiamenti in atto, lavoriamo sulla tecnologia nella sua accezione migliore, come strumento abilitante di produzioni più eque e sostenibili. Questa crisi ci fa andare al cuore delle questioni, rafforzando la necessità di approfondire questi temi, e ci fa capire che lavorare con la tecnologia e l’innovazione in modo sostenibile è il modo giusto di procedere.

Mamou Mani per COS, Conifera, Fuorisalone, Milano 2019. I 700 moduli che la compongono sono stati stampati da 4 hub europei (Fablab Venezia, Fab.Pub, Superforma, Design for Craft). Photo Henrik Blomqvist. Courtesy Domus
Mamou Mani per COS, Conifera, Fuorisalone, Milano 2019. I 700 moduli che la compongono sono stati stampati da 4 hub europei (Fablab Venezia, Fab.Pub, Superforma, Design for Craft). Photo Henrik Blomqvist. Courtesy Domus

PANDEMIA, ACCELERAZIONE TECNOLOGICA E CULTURA

Restando in tema di pandemia, la diffusione del Coronavirus e le modifiche di paradigma che ne sono derivate hanno determinato una crescita esponenziale nelluso degli strumenti tecnologici e nella loro implementazione. Come vi state muovendo in questo senso e cosa prevedete per il domani?
La pandemia ha sicuramente dimostrato quanto la tecnologia possa essere preziosa, ma anche quanto sia necessaria una adeguata formazione, indirizzata a un uso consapevole degli strumenti. Un tema sempre più ricorrente è il rapporto fra tradizione e innovazione: le nuove tecnologie non devono indirizzare verso una completa sostituzione degli strumenti e dei saperi tradizionali, ma anzi acquistano valore quando diventano un supporto a favore dei saperi consolidati, per spingerli verso un’evoluzione virtuosa e contemporanea. Nelle collaborazioni e nei progetti che stiamo sviluppando, le azioni di formazione e trasferimento del know-how occupano un posto di rilievo: è necessario permettere ad artigiani, giovani, creativi, cittadini di entrare in possesso delle conoscenze necessarie a realizzare gli ecosistemi residenziali e produttivi del futuro: smart cities abitate da smart citizens. Saranno città in movimento dove i temi sociali, culturali e ambientali sono un unicum, resi sostenibili e vivibili dalla tecnologia.

A proposito di tecnologie al servizio dellarte e della cultura, uno dei progetti da voi ideati si chiama  Re-Art, un network fondato sulla digitalizzazione e fabbricazione in ambito culturale. In cosa consiste nello specifico e come si evolverà rispetto allo scenario attuale?
Il progetto Re-Art | technologies for culture, di cui siamo fondatori e sostenitori, mira alla costituzione una rete operativa di attori e stakeholder del sistema cultura, una piattaforma di dialogo e progettualità per supportare la digitalizzazione delle pratiche culturali e artistiche. L’obiettivo è quello di diffondere conoscenza sulle potenzialità delle tecnologie a supporto della valorizzazione, tutela e diffusione del patrimonio artistico e culturale, per arrivare a sviluppare progetti avanzati che siano espressione del miglior rapporto possibile tra digitale e cultura.
Attraverso le dinamiche di rete sarà possibile costruire occasioni di formazione e divulgazione sulle potenzialità del digitale di abilitare un’offerta culturale contemporanea e di qualità, sulle nuove modalità di fruizione e tutela del patrimonio, e supportare le pratiche artistiche contemporanee. Non parliamo infatti unicamente di digitale come mezzo di comunicazione o organizzazione dei processi, ma soprattutto di strumento per attuare processi innovativi per il restauro, la musealizzazione, la didattica culturale, la realizzazione di grandi installazioni artistiche.

La Mano del Colosso, parte dell’allestimento dell’esposizione Homo Faber 2018. Photo © Fablab Venezia
La Mano del Colosso, parte dell’allestimento dell’esposizione Homo Faber 2018. Photo © Fablab Venezia

FABLAB: INNOVAZIONE E INCLUSIONE

Chi sono i vostri interlocutori, sia in ambito istituzionale sia dal punto di vista degli utenti?
Nell’attività quotidiana del fablab entriamo in contatto con svariati interlocutori: la digitalizzazione e le potenzialità della fabbricazione digitale offrono infatti infinite possibilità applicative e di innovazione di processo. Sviluppiamo progetti di formazione con enti culturali e fondazioni; lavoriamo con artigiani, designer e artisti per realizzare opere e prodotti anche di grandissimo formato e complessità; supportiamo le imprese nella prototipazione e le aiutiamo a comprendere come abbracciare la trasformazione digitale e inserire processi innovativi nel loro business; offriamo a creativi e studenti la possibilità di utilizzare i nostri macchinari e di formarsi all’uso delle tecnologie e dei software. Fablab Venezia si propone come un hub per la cultura del “fare” digitale, aperto a tutti.

Secondo voi qual è il futuro dei fablab?
Siamo convinti che ci sia bisogno dei fablab, proprio per questa vocazione inclusiva e per la capacità di diffondere il sapere digitale che hanno. Sarà necessario che questi laboratori trovino sempre più la strada verso una propria sostenibilità economica e autonomia: Fablab Venezia è un laboratorio indipendente e dai nostri recenti dialoghi con la Fab Foundation abbiamo capito che anche dal loro punto di vista è auspicabile che ai fablab come realtà annesse a enti e organizzazioni si affianchino luoghi indipendenti di sperimentazione; spazi che sappiano abbracciare la trasversalità del pensiero fablab per riportarla a tutti gli strati della popolazione e ai soggetti del panorama produttivo.

Arianna Testino

www.fablabvenezia.org

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Arianna Testino
Nata a Genova nel 1983, Arianna Testino si è formata tra Bologna e Venezia, laureandosi al DAMS in Storia dell’arte medievale-moderna e specializzandosi allo IUAV in Progettazione e produzione delle arti visive. Dal 2015 lavora nella redazione di Artribune. Attualmente dirige l’inserto cartaceo Grandi Mostre ed è content manager per il sito di Sky Arte, curato da Artribune. Nel 2012 ha pubblicato il saggio "Michelangelo Pistoletto. L'unione di vita, parole e opera" e nel 2016 "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (con Marco Enrico Giacomelli).