Archivi digitali e storie dimenticate per Parma Capitale della Cultura 2020

Parola a Milo Adami, sostenitore di un progetto che, a margine degli eventi clou di Parma Capitale Italiana della Cultura, si impegna a recuperare la memoria della città. Le riflessioni di Valentina Avanzini.

Dall'archivio dei PAQ. Montanara Sorelle in via Raffaello, primi anni ‘70
Dall'archivio dei PAQ. Montanara Sorelle in via Raffaello, primi anni ‘70

Si è aperto l’anno di Parma Capitale Italiana della Cultura. La Piccola Parigi porta a sostegno del prestigioso titolo una lunga storia di eccellenze: dal battistero di Antelami a Bernardo Bertolucci, dalla straordinaria cupola del Duomo di Correggio al prosciutto di Parma, tutte glorie celebrate dal video della “ragazza in giallo” realizzato in occasione di questo 2020 da capitale. Il ritratto urbano scelto come immagine ufficiale, però, rivela una città desertica, quasi disabitata, in cui alle bellezze dei monumenti sembra non corrispondere un tessuto comunitario. La cultura batte il tempo – motto di Parma 2020 – allude forse alla conservazione del fossile, perfetto ma immutabile?

RE-IMMAGINARE LA CITTÀ

Nata e cresciuta in questa città, ne conosco il saldo tessuto di piccole e grandi iniziative, associazione, spazi di recupero, rigenerazione e innovazione che sono parte viva dell’assegnazione di questo titolo. Fra le motivazioni, infatti, si legge: “Esempio virtuoso di elevata qualità nella progettazione territoriale a base culturale, i suoi punti di forza sono rappresentati in particolare dalla capacità di attivare e coordinare un sistema estremamente complesso di soggetti, allargato su base territoriale estesa”.  Sul greto del torrente, vicino al Parco Ducale voluto da Maria Luigia, fino a qualche anno fa un graffito recitava: “Senza poesia non c’è città”. Aggiungerei senza memoria, senza sogni, senza progetti, senza la possibilità di rinnovare il modo in cui la città immagina sé stessa, in un mosaico che non dimentica le periferia, i laboratori di quartiere e i cinema d’essai.

L’INTERVISTA A MILO ADAMI

È nella periferia settentrionale della città, presso le Officine On/Off (spazio di coworking e laboratorio di fabbricazione digitale), che il 22 gennaio 2020 si svolgerà l’incontro fra due progetti patrocinati dal Comune e vicini a un’idea meno monumentale del fare cultura. Da una parte AstroLab, creato da un gruppo di giovani parmigiani, un archivio virtuale che ripensa la città creando connessioni fra cittadini, scuole, associazioni e luoghi intimi raccontati dalla cittadinanza, dall’altra i Piccoli Archivi di Quartiere, ideato da Milo Adami e Sandro Nardi con il finanziamento di Miur e MiBACT (Cinema per la scuola): un progetto di ricerca, digitalizzazione e valorizzazione delle memorie audiovisive recuperate tra gli abitanti di tre quartieri di Parma con l’aiuto e il sostegno di enti e scuole.
In occasione di questo incontro, abbiamo provato a a definire con Milo Adami le coordinate di questo approccio alla città.

Quello che hanno in comune questi due progetti è una raccolta di immagini che compongono un ritratto intimo e meno conosciuto di Parma. Cosa significa raccontare una città per immagini?
Penso a uno straniero che vede tutto per la prima volta, penso alla prospettiva di un bambino, a un vagare senza meta; una città non dovrebbe mai smettere di sorprenderci, bisogna aver voglia di perdersi nei suoi dedali, nelle sue strade meno note, uscire dal tradizionale, dall’arcinoto. Occorre risvegliare immagini dormienti, riattivare un immaginario sopito, aiutare le persone a riappropriarsi di un sentire comune, ripercorrere le tracce del passato, non cedere ai preconcetti, ai facili giudizi: guardare il presente con occhi diversi, per comprenderci tutti meglio. “Quanto più usciamo dal centro, tanto più politica si fa atmosfera”, scriveva Walter Benjamin, ecco, queste sono le immagini che mi interessano.

Il rischio più grande di titoli come “città della cultura”, che portano con sé anche un implemento della risonanza nazionale e internazionale così come del turismo, è quello di una “cartolinizzazione” del territorio. Un’immagine più accomodante, meno complessa, che parla facilmente al viaggiatore di passaggio, ma che attecchisce a fatica nel tessuto quotidiano. Penso invece alle cassette e alle bobine che avete raccolto, che sono memorie comuni e private allo stesso tempo, ora aperte al pubblico in un documentario e quattro sedi espositive. A chi è rivolto, quindi, Piccoli Archivi? Quale pubblico avevate in mente quando avete ideato questo progetto?
Le memorie che abbiamo raccolto sono fragili, minute, delicate, filmini di famiglia, storie di vita, di comunità, di socialità, di rivolta, partecipazione, su un palco non salirebbero, neppure su un piedistallo; non attraggono folle, non guadagnano consensi, sono private e al contempo collettive, ci raccontano di un modo diverso di vivere lo spazio pubblico, più socievole, partecipato, attivo. Piccoli Archivi è rivolto a chi solitamente resta escluso dalle macro narrazioni monumentali e soprattutto è rivolto ai ragazzi, agli studenti per i quali questo progetto è stato pensato, sono stati loro a trovare, con l’aiuto di storici, documentaristi, archivisti, tutte le storie di cui si compongono la mostra e il documentario, sono loro i custodi di una memoria viva. Li vedo felici come avessero scoperto un tesoro, è così.

 

Dall'archivio dei PAQ. Operai dello stabilimento Bormioli, 1911
Dall’archivio dei PAQ. Operai dello stabilimento Bormioli, 1911

Sia AstroLab che i Piccoli Archivi si muovono su un terreno virtuale per parlare di luoghi, memorie e visioni estremamente fisici. In particolare, il grande lavoro di digitalizzazione che avete svolto nell’ultimo anno ha permesso di rendere di nuovo visibile ciò che, per obsolescenza dei mezzi, non avrebbe potuto più esserlo. A chi va l’eredità di questo nuovo archivio digitale di memorie su pellicola?
Il lavoro di digitalizzazione è stato svolto dagli studenti liceali (Albertina Sanvitale e Ulivi) insieme a un laboratorio specializzato di Parma (Digitarlo), con la consulenza scientifica di Home Movies, l’Archivio Nazionale dei Film di Famiglia di Bologna. Ora, con il consenso dei donatori, stiamo procedendo a un sistema per schedare e conservare i negativi originali. C’è il progetto di continuare ed estendere questa ricerca ad altri quartieri della città di Parma e di rendere il materiale disponibile a tutta la cittadinanza, consultabile o riutilizzabile da studenti, artisti, documentaristi.

In un articolo di commento al video ufficiale di Parma 2020 chiami Città Invisibile quella che veramente batte il tempo, […] quella delle associazioni, delle biblioteche, degli spazi off, delle librerie, dei teatri, dei quartieri limitrofi al centro, del decentramento, di chi crede che CULTURA sia una pratica quotidiana, costante, principio e valore fondante e formativo di una moderna società civile”. Mi sembra che nelle tue considerazioni, in questi progetti e nei loro obiettivi, ci sia in gioco una modalità di appartenenza o, ancora meglio, il modo in cui si sente di far parte di un noi. Per questo ti chiedo: come si diventa cittadini della città invisibile?
Ma lo siamo stati più volte un Noi, uniti, insieme, solidali, tutte le conquiste sociali di cui oggi raccogliamo i vantaggi sono il frutto di lotte collettive. Forse lo abbiamo dimenticato, gli ultimi decenni di sfrenato individualismo certo non ci hanno aiutato. Le città si sono schiacciate sulla messa a profitto del bene pubblico e privato, molti dei centri storici italiani sono diventati scatole vuote, itinerari low cost, città Airbnb. Ma la vera cultura per me non ha nulla a che vedere con tutto questo, è molto di più, è un bene comune, strumento per affrancarci e liberarci dalle nostre paure e insicurezze. Tutto questo, sono fiducioso, iniziamo a capirlo, ricordarlo, stiamo tornando, ma la visibilità non è il nostro fine ultimo. A stare tra tanti, invisibili, senza medaglie, premi, riconoscimenti, ci si sente più utili e più umani.

‒ Valentina Avanzini

www.piccoliarchividiquartiere.it
www.astrolabparma.com

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Valentina Avanzini
Valentina nasce a Parma nel 1995. Dopo la maturità classica si trasferisce a Pavia per studiare Lettere Moderne, laureandosi nel 2014 con una tesi su rito e performance nell’opera di Hermann Nitsch. Ora frequenta il master in Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA di Milano, dedicandosi nel frattempo a progetti personali e collettivi che spaziano dalla letteratura all’arte passando per cinema e teatro.