Parola a Bill Vorn, artista che da trent’anni indaga il sempre più attuale tema della robotica.

Quest’anno nella sempre più pimpante Maker Faire di Roma è stata inserita una sezione di Arte Digitale che ha presentato, disseminate nei vari padiglioni, una trentina di opere di diversi autori, italiani e stranieri, a cura di Valentino Catricalà. Fra questi un artista canadese, Bill Vorn (Montréal, 1959), autore, negli Anni Novanta, di un lavoro di grande impatto: No Man’s Land sembrava mostrare gli aspetti problematici delle nuove tecnologie e in particolare della robotica, ambito nel quale Vorn ha continuato a lavorare.

L’INTERVISTA A BILL VORN

Nel 1996 vidi aD Ars Electronica il tuo lavoro No man’s Land, che mi piacque molto, ne scrissi su una rivista d’arte e più tardi lo inserii in un libro sui Nuovi Media intitolato Corpi Sognanti. L’immagine dei Robot era drammatica, i Robot erano aggressivi e non sembravano d’accordo nell’osservare la Prima Legge dei Robot scritta da Asimov: “Un Robot non deve recare danno a un essere umano, o permettere per inazione che un essere umano possa farsi danno”. L’aspetto visivo del lavoro era vicino alla cyberpunk culture e ai film distopici degli Anni Ottanta. La Macchina come fine del mondo umano? 
Anche se sono sempre stato molto influenzato dalla science fiction nei film, nella letteratura e nei comics, il mio lavoro non ha relazioni con una visione distopica del futuro. Anche se è basato su un mondo di macchine, lo considero più come ciò che sta avvenendo qui e ora sotto i nostri occhi. Non è sulla fine del mondo umano. Forse questi robot sono percepiti come aggressivi, ma è più un’impressione che non una reale minaccia. I robot sono come noi li programmiamo e le leggi di Asimov dovrebbero applicarsi ai loro programmatori, non alle macchine.

Una linea d’uso di materiali trovati e di “macchine nonsense” è presente nell’arte moderna dai tempi delle Avanguardie storiche e tornano di frequente come nel New Dada e in Fluxus, nel lavoro di Tinguely e di molti altri. Eri interessato a questi artisti? Ci sono contenuti Dada nel tuo lavoro?
Sì certo, c’è un po’ di Jean Tinguely in quello che faccio, ma non è realmente Dada. Io non vengo dalle arti visive, comunque. Trovo le mie influenze in Mark Pauline, Chico Mac Murtrie o Stelarc. Non che non mi piacciano Joseph Beuys o Nam June Paik, ma penso di avere un approccio con le cose molto diverso.

Nel 1981 hai co-fondato un gruppo di musica elettronica. Che tipo di musica facevate? E quell’esperienza ha influenzato il tuo lavoro futuro? Suoni ancora live?
All’epoca ero influenzato dalla musica Pop elettronica, molto dai Kraftwerk e dall’emergere della New Wave. Il nostro gruppo si chiamava Rational Youth e diventò uno dei primi all-electronic gruppi rock canadesi. Ancora oggi è riconosciuto come uno dei gruppi più importanti del periodo in Canada e in Scandinavia. Penso di essere anche oggi un musicista e ho un approccio con la robotica simile a quello che ho con la scrittura di rock music. Sono sempre molto interessato all’effetto creato sul pubblico. Suono raramente musica live (anche perché le macchine lo fanno per me) eccetto in alcuni casi come Inferno, dove siamo sul palco (come DJ) e controlliamo tutto live (musica, luci, movimenti degli esoscheletri, ecc.).

Molti artisti digitali hanno lavorato sul concetto e l’iconografia del robot, ma tu sei andato più a fondo. C’è qualche progetto che volevi realizzare e che ti piacerebbe fare oggi?
Non so se sono andato più a fondo, ma ho usato una via completamente diversa. I robot sono sempre stati descritti come perfetti o migliori degli esseri umani, io volevo renderli più che umani mostrando le loro debolezze. Ecco perché ho iniziato a lavorare su temi come “la miseria delle macchine” o “il disordine mentale delle macchine”. Diventando fragili e vulnerabili, i robot sembrano esprimere una maggiore relazione con gli umani di quando sono virtuosi o supereroi. Inoltre, macchine con comportamenti imprevedibili tendono ad assomigliare agli animali (e agli umani) molto più degli automi ripetitivi.

La New Media Art è andata oltre e lontano dai propri inizi ed è diventata Digital Art (per il momento). Oggi verifichiamo le distanze fra le prime visionarie idee e i nuovi paesaggi digitali, spesso sopraffatti dalle comunicazioni commerciali. Cosa pensi che manchi nei linguaggi digitali e cosa ti aspetti?
Dalla musica agli show robotici, io ho sempre usato la tecnologia per esprimere me stesso, così è difficile dire se aspetto qualcosa al di fuori del mio strumento. Certamente evolverà col tempo, come ha fatto dagli Anni Ottanta, ma io non faccio il “surf” sulle promesse di un futuro migliore. Penso di essere soddisfatto con il mio medium, soprattutto perché è così complesso e composto di tante discipline collegate, non smetterà mai di sorprendermi. Inoltre, non sto seguendo i trend tecnologici principali, come AI per esempio, e questo mi permette di esplorare altre insospettabili aree intorno all’impatto della tecnologia sulle nostre esistenze.

Il Canada è una nazione con molte strutture che supportano i media digitali, università e organismi come la Fondazione Langlois. Tu pensi che qualcosa d’altro possa essere fatto per implementare la crescita delle applicazioni digitali creative?
In Canada la produzione di lavori digitali è ben supportata (dagli Arts Councils, dalle istituzioni, dalle università), ma quello che manca è il supporto per presentare questi lavori al pubblico. Abbiamo alcuni festival e gallerie specializzate, ma sono lontani dall’essere sufficienti in confronto alle possibilità di diffusione dell’arte visiva. Sfortunatamente, l’arte digitale è spesso considerata un tipo d’arte di second’ordine, un’arte di gizmos e gadget, il che è qualche volta vero, ma forse sarà presa con maggiore serietà nella misura in cui più artisti digitali produrranno opere più significative.

C’è stata a lungo una linea di divisione fra New Media e arte contemporanea. Solo oggi c’è un lento ma crescente processo di infiltrazione dei linguaggi digitali nell’arte contemporanea. Cosa ne pensi?
Bene, qualche volta funziona, qualche volta no. Penso a certi folk musician che iniziarono a fare musica elettronica negli Anni Ottanta. Erano interessati alla possibilità di “fare tutto da soli” con il loro computer, parlavano di “democratizzazione della musica”, ma non erano veramente interessati a fare musica elettronica. Il risultato è stato che quasi uccisero la musica elettronica e poi tornarono alla folk music dicendo che la musica elettronica era troppo fredda per loro. Non hanno mai capito cosa avevano per le mani. Spero solamente che non accada la stessa cosa con la Digital Art.

Bill Vorn, Red Light, 2005
Bill Vorn, Red Light, 2005

Uno dei tuoi ultimi lavori, CopacabanaBB01, mostra i robot in una luce diversa, ironica, in stile “musical” e fuori dalla usuale logica macchina=pericolo. E in Luce Rossa sembri cercare una coreografia attraverso luce e movimento. È un nuovo punto di vista che hai assunto?
No. Se stai parlando di coreografie di suoni, luci e movimento, è stato sempre così da quando ho iniziato a lavorare negli Anni Novanta. Qualche volta lo stile è più dark, più industrial, qualche volta più leggero e più divertente, ma l’obiettivo è sempre mostrare un aspetto diverso della realtà delle macchine. Copacabana Machine Sex è una deliberata e pazza satira del music hall o cabaret show, ma nello stesso tempo ha una “dark industrial side”. Qualche volta non posso fare a meno di tornare alle mie origini.

Hai già progetti sul tuo prossimo lavoro?
Sto lavorando su una pièce intitolata ICU (intensive Care Unit), che sarà una specie di allegoria di un ospedale o di una clinica, ma non sarà una replica diretta, piuttosto una rievocazione. Sto anche lavorando con una performance artist canadese, Chun Hua Catherine Dong, su un lavoro collaborativo dove lei interagisce con un suo doppio robotico. E per finire, Louis-Philippe Demers e io stiamo parlando di una nuova versione di Inferno che coinvolgerebbe un diverso (e migliorato) tipo di esoscheletro e tipi diversi di interazione con i partecipanti. È un peccato che non abbiamo mai il tempo di fare tutto quello che vorremmo fare…

Lorenzo Taiuti

2019.makerfairerome.eu

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AutoreBill Vorn
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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).