Ruinart e l’arte. Intervista con Vik Muniz

L’interesse di Ruinart, il più antico luogo di produzione di champagne al mondo, nelle vicinanze di Reims, verso la creatività contemporanea è sempre più profondo. Lo dimostra l’ultima collaborazione tra la maison francese e Vik Muniz, all’interno di un progetto che si sta facendo conoscere nell’ambito delle maggiori fiere internazionali, da miart a Basilea.

Vik Muniz, Flow Diptych, 2018, making of. Courtesy the artist & Ruinart
Vik Muniz, Flow Diptych, 2018, making of. Courtesy the artist & Ruinart

L’impegno di Ruinart nei confronti dell’arte si riconferma ogni anno con un progetto destinato a girare il mondo, ospite delle più importanti fiere e manifestazioni internazionali. Questa volta, a rappresentare la maison (un luogo nato nel 1972), è l’artista brasiliano Vik Muniz (San Paolo, 1961). Dopo un periodo trascorso nel paesaggio francese dove si produce questo champagne, ha elaborato una serie fotografica ispirata agli elementi naturali del luogo, oltre a un progetto enogastronomico in collaborazione con l’enologo Frédéric Panaïotis e lo chef David Toutain. A raccontarci di questa esperienza è stato lo stesso Muniz.

Provieni da una città fortemente urbanizzata come San Paolo. Che effetto ti ha fatto immergerti a pieno nella natura francese e nelle Crayères Ruinart?
Sono nato a San Paolo, una vera megalopoli e ho visto la mia prima mucca quando avevo 14 anni: la natura era qualcosa di molto remoto e astratto durante la mia infanzia. Più tardi ho sviluppato un interesse per la forma degli alberi perché penso che offrano una narrativa forte, sono come un gesto, ma al rallentatore, un gesto molto lento. Nella regione dello Champagne la natura è ovviamente molto diversa dal Brasile, ma ho visitato i vigneti e mi sono ispirato alle forme delle viti.

Cosa ti ha colpito maggiormente di questo tipo di paesaggio?
Poiché queste forme non sono solo causate dal clima, dal vento o dal suolo, danno anche prova della lenta danza che ha legato l’umanità con le viti per molti secoli. Come gli ulivi, le viti sono state modellate dagli uomini. Mi è piaciuto anche il paradosso che, nonostante sia molto al nord e abbia terreni poveri, lo Champagne è una delle regioni che coltiva le migliori uve. Le avversità dell’ambiente spingono la vite a produrre frutti migliori. Quindi volevo catturare questa tensione creativa che rende al meglio le condizioni difficili. Ho anche avuto l’opportunità di utilizzare nuovi materiali, come foglie di chardonnay ed elementi naturali che ho raccolto nel vigneto. Mi piace interagire con nuovi materiali per creare le mie opere.

Vik Muniz, Flow Diptych, 2018. Courtesy the artist & Ruinart
Vik Muniz, Flow Diptych, 2018. Courtesy the artist & Ruinart

Nel tuo percorso hai lavorato a stretto contatto con l’enologo Frédéric Panaïotis e lo chef David Toutain, con i quali hai creato il progetto Shared Roots. Venite da settori molto diversi eppure avete condiviso tutto. Come è stato possibile?
Quando ho incontrato Frédéric Panaïotis abbiamo immediatamente instaurato un’intesa. Mi ha portato nei vigneti, ha condiviso con me le sue conoscenze, abbiamo parlato di botanica e natura. Ho fatto amicizia con David Toutain totalmente per caso, pochi giorni prima di incontrare Frédéric, perché mia moglie Malu e io siamo passati davanti al suo ristorante; non sapevamo nulla di lui ma sembrava bello ed eravamo entrati a cenare. Quindi è stata una grande sorpresa quando Ruinart mi ha proposto di lavorare con lui qualche giorno dopo.

Qual è stato, quindi, il fattore legante tra di voi?
Ciò che ci ha uniti è la nostra passione per i sensi. Arte, gastronomia o degustazione di vini sono tutti modi per collegare i nostri sensi in modi inaspettati. È stato bello capire il processo creativo di uno chef o di un enologo e confrontare le nostre visioni ed esperienze. E il risultato è un pasto che è l’unione di tutti i sensi.

Vik Muniz, Flow Diptych, 2018, making of. Courtesy the artist & Ruinart
Vik Muniz, Flow Diptych, 2018, making of. Courtesy the artist & Ruinart

Hai lavorato con i più disparati materiali ma, da quanto affermi, è il processo creativo a interessarti davvero. Quali sono stati i passaggi più importanti che hanno portato alla creazione di opere fotografiche come Chardonnay Leaf, Flow Vine o Flow Polypthyc?
Sono stato ispirato dalla morfologia delle viti perché rivela il lento movimento della loro crescita e per me è come una danza che si svolge in un altro tempo, un flusso molto lento di tempo. Così ho fotografato i ceppi di vite più pittoreschi e sulla base di quelle fotografie ho creato composizioni usando legno e carbone.

Perché hai scelto proprio questi elementi naturali?
Ho usato questi materiali perché le viti sono alberi e le volevo rappresentare con elementi provenienti dagli alberi stessi. È come quando si usa una matita per disegnare un albero, infatti si usa quello che era un albero per evocare l’idea di un albero. Come per il time-lapse delle foglie di chardonnay, volevo creare una gigantesca foglia chardonnay con foglie di chardonnay. Come vedi, il processo è molto importante in queste opere, il materiale che scelgo di usare deve dire qualcosa sull’intero progetto, come gli elementi di un mosaico.

Giulia Ronchi

www.ruinart.com
vikmuniz.net

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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AutoreVik Muniz
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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.