La mia amicizia con Nanni Balestrini. Il ricordo di Renato Barilli

Il critico bolognese ripercorre il legame con l’amico e artista Nanni Balestrini, recentemente scomparso.

Nanni Balestrini. Kazimir Malevič, Ragazze nel campo, 1928-29
Nanni Balestrini. Kazimir Malevič, Ragazze nel campo, 1928-29

Mi sento sempre più come un bersaglio contro cui il peso implacabile del tempo scaglia una gragnuola di spari o di coltelli lambendo il mio corpo. Ma ora questo colpo caduto sul mio perfetto coetaneo Nanni Balestrini mi ha quasi raggiunto al cuore. Poche persone come lui hanno scandito e accompagnato il mio percorso, da un lontano momento, nel 1956, in cui ci siamo incontrati sotto la Galleria di Milano, fino a poco tempo fa. Ci univa il fatto di essere entrambi allievi fedeli di Luciano Anceschi, io sul versante universitario, di quell’impegno accademico che spinse Anceschi a lasciare la sua Milano per venire a Bologna, mentre Nanni ne era la vigile scorta sul cammino dell’innovazione letteraria, attraverso la fondazione del Verri, di cui fu subito l’insostituibile braccio destro, fino al punto di esercitare una velata censura sullo stesso maestro, se questi indulgeva a qualche omaggio ai baroni accademici, arbitri del suo destino su quel fronte. Nanni cioè era pronto a fingere che un ladruncolo gli avesse sottratto dall’auto qualche testo un po’ alieno dalla linea provocatoria della rivista. D’altra parte nessuno come lui ha saputo accompagnare negli anni una capacità organizzativa a una uguale radicalità nella scrittura. Tutti ci siamo affrettati a definirlo lo scrittore che nulla scrive con la sua mano, infatti, come Duchamp, aveva capito che già troppe frasi costellano il nostro universo, e dunque era inutile inserirne delle nuove, bastava assemblare il già esistente, scoprirne l’intima energia, farne scaturire fiammelle, scintille. Fu anche il primo a comprendere che una simile operazione poteva ormai essere affidata all’aiuto di un calcolatore, come si diceva allora, rivolgendosi a un antenato del computer per chiedergli di procedere al modo di un caleidoscopio, di un getto di dadi, di una cornucopia da cui potevano uscire sorprendenti, esilaranti, drammatici “cadaveri squisiti”, magari da affibbiare, in veste più discorsiva, alle variegate e polimorfe avventure di una anonima Signorina Richmond.

Nanni Balestrini Potere Operaio 1969
Nanni Balestrini Potere Operaio 1969

UNA FORZA INTRINSECA

Il rigore metodico di Nanni lo portava infatti ad applicare la medesima ricetta a ognuno dei vecchi generi letterari. Poesia o narrativa, non c’era differenza per lui, e del resto quel ritmo implacabile di sbriciolare e ricomporre ciò che già esiste egli non mancava di applicarlo anche ai dati visivi, pronti a essere raccolti in gloriosi festoni. Questa sua immensa forza intrinseca non voleva esaurirsi solo sulla pagina, ma doveva sfociare in gesti pubblici, da qui appunto il sorgere dell’organizzatore infaticabile, che fonda il Gruppo 63 e ci chiama a dare prova di noi stessi nel primo raduno di Palermo, nell’autunno di quel medesimo anno.
Non ci sono limiti al suo oltranzismo, che infatti non esita a diffondersi pure sul piano della politica, in cui egli sposa ogni causa estremista. Devo dire che quella fu l’unica possibilità di qualche rottura o disputa tra di noi, dato che io ero invece il “socialdemocratico”, il reprobo da espellere, prima da Quindici, poi da Alfabeta, in entrambe le sue incarnazioni. Ma nulla da fare, la comune radicale adesione allo spirito della neoavanguardia ci gettava continuamente nelle braccia l’uno dell’altro, facendo di noi gli ansiosi esploratori dell’orizzonte, a spiarvi i segni di qualche ritorno di possibilità innovative.

Nanni Balestrini. Vasilij Kandinskij, Cresta blu, 1917
Nanni Balestrini. Vasilij Kandinskij, Cresta blu, 1917

NARRATIVE INVADERS

La fortuna fu con noi, infatti assieme riuscimmo a condurre quell’operazione bis che si svolse a Reggio Emilia, col Gruppo 93 nella poesia e con una straordinaria ondata di nuovi narratori, i “narrative invaders”, come lui propose di chiamarli. In fondo eravamo come una compagnia di ventura, come un carro di Tespi, spesso respinti da qualche establishment, ma sempre pronti a ricominciare. Infatti, un brutto giorno, cacciati via da Reggio Emilia, abbiamo subito ricominciato a Bologna, sempre nel nome della ricerca. D’altronde Nanni era anche saggio, sapeva tutelarsi, quando perdeva alla roulette delle puntate di un azzardo politico massimalista, era pronto a rientrare nel suo perenne gioco pazientemente combinatorio, a tessere le sue tele policrome, polimorfe, le si potrebbe anche dire ibride, poste alla congiunzione tra il vecchio mestiere delle lettere e le nuove possibilità concesse dall’informatica. Certamente è caduto in via, avvolto in un manto che infaticabilmente ritesseva, fatto di mille splendenti spezzoni e frammenti e gettoni.

Renato Barilli

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.