Il collezionista dallo “spirito di caccia”: conversazione con Maurizio Vetrugno

Abbiamo incontrato l’artista-collezionista in occasione del talk che lo vedeva protagonista svoltosi alla Pinacoteca Agnelli di Torino. Cosa significa collezionare? Con quale spirito farlo?

Maurizio Vetrugno
Maurizio Vetrugno

Alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli si svolgono le Conversazioni sul Collezionismo, a cura di Marcella Pralormo, un ciclo di incontri che invita diversi personaggi a parlare della loro esperienza e passione, per far luce su un tema cruciale ma non ancora abbastanza conosciuto al grande pubblico. Dal 2006, data in cui gli incontri hanno avuto inizio, si sono avvicendati i detentori delle raccolte più disparate: dal gallerista Massimo Minini all’avvocato Giuseppe Iannaccone (il cui studio, a Milano, è ormai diventato un piccolo museo non di rado aperto al pubblico), passando per Sandro Pezzoli, collezionista del vetro, Francesco Campidori, collezionista della moda vintage, o Francesco Mancinelli, collezionista di Piero Fornasetti. Lo scorso 19 febbraio è stata la volta di Fatima Vetrugno, sorella del collezionista Maurizio Vetrugno (quest’ultimo assente per motivi di salute) in dialogo con la curatrice e giornalista Olga Gambari. Maurizio Vetrugno (Torino, 1957) incarna in sé il ruolo di artista e quello di collezionista. Due attività parallele e intrecciate tra loro, come dimostrano gli oggetti che vengono inclusi nelle sue opere (“una sorta di appropriation art”, spiega), o gli arazzi ricamati copiando le copertine della sua collezione di dischi. Senza dimenticare i prestiti: un nucleo importante delle sue porcellane cinesi è in mostra fino al 3 marzo al MAO di Torino. Gli abbiamo chiesto di parlarci della sua collezione, svelandoci qualche “segreto del mestiere”.

La sua è una collezione particolarmente eterogenea…
Direi proprio che non è una collezione unica.

Addirittura? E come si potrebbe definire?
Si potrebbe piuttosto definire una “collezione di collezioni”, a compartimenti. Ci sono principalmente tre nuclei: le porcellane cinesi, oggetti di uso utilitaristico o rituale dalla forma cava. Questa particolarità rientra all’interno di un mio interesse, quasi metafisico, per gli oggetti che sono vuoti… l’utilità del nulla! Il secondo è composto dagli articoli di moda, accessori e gioielli di ogni tipo, datati tra gli anni ’20 e la fine degli anni ’80, periodo aureo per il couture. Colleziono questi articoli avendo da sempre un interesse per la moda – ho anche scritto per varie riviste di fashion come Uomo Vogue – e inserendole in parte nei miei lavori artistici. C’è, infine, la raccolta di dischi, inizialmente collezionati più che altro a causa del mio amore verso la musica, poi entrati a far parte delle mie opere.

In quale occasione ha cominciato a collezionare?
Ho cominciato con le porcellane cinesi quando ero a Bali, dove ho avuto casa per vent’anni. Mi sembrava riduttivo vivere in un paese asiatico e non guardare alla cultura del luogo. È stata un’occasione per studiare questi oggetti che si trovavano in Indonesia per via degli scambi con la Cina già in atto dal X secolo. Quindi il fascino è sorto in maniera spontanea, dal piacere di possedere un oggetto e scavare per scoprire che cos’è.

Collezionare significa solo accumulare oggetti, ma ha sfaccettature ben più articolate. Qual è per lei il piacere di farlo?
Ci sono delle motivazioni diverse: ad esempio, per quanto riguarda i manufatti cinesi, oltre al piacere di studiare e di capire una cultura avendo degli oggetti in mano, c’è anche quello di viaggiare nel tempo, evocando mondi passati ma anche fantastici. Sulla collezione di moda e couture, c’è l’interesse per l’essere umano e per il modo in cui si ama rappresentarsi. In qualche modo gli accessori possono diventare, oltre che un complemento, un talismano. Ripercorrono la storia dell’estetica del Novecento, attraverso dei capisaldi, ovvero la narrazione di un’estetica che poi è parallela a quella dell’arte.

Che consiglio si sente di dare a un neofita che sta per intraprendere un’attività di collezionismo?
Parto da un’esperienza personale… la mia fortuna è stata trovare, nei miei anni di pellegrinaggio in Asia, cose che non erano nell’occhio del ciclone del collezionismo internazionale o locale, che non avevano mercato. Quindi, per uno che vuole collezionare, il consiglio è sempre di partire da uno stimolo individuale e di guardare più a fondo: l’idea del collezionismo è sempre legata a una moda altalenante, occorre quindi guardare dove si può creare un genere laddove non esiste. Fondamentalmente credo sia questo. Cito Warhol, quando negli anni Ottanta a diceva: “New York è una città che va così veloce che l’unica possibilità di ottenere qualcosa è prendersi qualcosa che nessuno vuole”. Quando si ha la passione della caccia bisogna seguirla, anche se in un dato momento su quella cosa non c’è mercato. Insomma: cercare oltre gli ambiti specialistici.

-Giulia Ronchi

http://www.pinacoteca-agnelli.it/visit/conversazioni-sul-collezionismo/

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AutoreMaurizio Vetrugno
Spazio espositivoPINACOTECA GIOVANNI E MARELLA AGNELLI - LINGOTTO
IndirizzoVia Nizza 230 - Torino - Piemonte
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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.

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