A cento anni dalla nascita di Mimmo Rotella, la Galleria Nazionale di Roma ospita la più vasta retrospettiva mai dedicata alla sua carriera.

Oltre 160 opere e un allestimento che evoca la logica del manifesto inseguita da Mimmo Rotella nel corso della propria vita artistica. La mostra capitolina riavvolge il nastro di una storia creativa densa di sperimentazioni che hanno fatto scuola. Ne abbiamo parlato con Antonella Soldaini, curatrice della rassegna insieme a Germano Celant e direttrice del Mimmo Rotella Institute.

Gli allestimenti giocano un ruolo cardine nell’economia, anche concettuale, della mostra. In riferimento al display, Celant ha parlato di una “interpretazione urbana”, alludendo agli spazi del Salone Centrale della Galleria Nazionale e al concetto di piazza. Quali sono le origini e gli obiettivi di tale scelta?
Tutto nasce dal fatto che il linguaggio di Rotella si basa principalmente su un unico soggetto: il manifesto. Partendo da questa semplice constatazione è emersa, da parte di Celant, l’idea di “tappezzare” la sala centrale della Galleria Nazionale come fosse una piazza con sei grandi cartelloni dal formato in media di 3 metri per 10 metri circa. Il risultato è un allestimento che permette di osservare l’excursus artistico di Rotella come una carrellata in slow motion. La successione cronologica degli insiemi-manifesto ‒ così sono stati chiamati gli insiemi dei lavori che compongono le sei pareti della grande sala ‒ permette di meglio comprendere le diverse fasi che Rotella ha attraversato durante la sua lunga carriera.

Come è organizzato il display?
Nel centro del Salone Centrale della Galleria Nazionale sono state installate una serie di bacheche organizzate in ordine cronologico, utilizzando materiali eterogenei come manoscritti (spesso inediti), cataloghi e pubblicazioni. Il tutto è presentato in modo da creare rimandi alle opere che si trovano negli insiemi-manifesto. Dalle fotografie che ritraggono Rotella nello studio romano nel 1948 alle immagini che lo colgono mentre strappa i manifesti dai muri della Capitale, gli stessi che si ritrovano nei décollages e nei retro d’affiches esposti; dagli scatti in cui è immortalato con Robert Indiana e Roy Lichtenstein nel 1968 a New York e con Enrico Castellani nel 1975 a Milano alle sue performance vocali.

Mimmo Rotella Manifesto. Exhibition view at Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea, Roma 2018. Photo Giorgio Benni
Mimmo Rotella Manifesto. Exhibition view at Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea, Roma 2018. Photo Giorgio Benni

La mostra fa seguito a una serie di pubblicazioni su Rotella realizzate dal Mimmo Rotella Institute. Per quanto riguarda in particolare il catalogo ragionato a cura di Celant, quali sono i criteri specifici che sono stati adottati e quanto è durata la sua gestazione?
La compilazione del catalogo ragionato è cominciata nel 2012 ed è finita nel 2016. Vista la produzione abbondante di Rotella, è stato deciso che le pubblicazioni sarebbero state più di una e avrebbero compreso tutto il suo operato analizzato in ordine cronologico, a esclusione delle tecniche legate al processo del disegno. I criteri adottati da Celant si basano su un puntiglioso e meticoloso lavoro di ricerca scientifica, portato avanti insieme a Veronica Locatelli, dove entrano in gioco diversi fattori. Partendo da un’indagine a tappeto su tutto il materiale esistente nell’archivio dell’artista e creando un database avanzato per la catalogazione di questo materiale e per la schedatura delle opere, siamo passati a incrociare questi dati con le informazioni raccolte all’esterno, a partire dalle persone che sono state a lui più vicine. Una ricerca che spesso ha assunto i contorni di un’indagine poliziesca.

A cosa si riferisce?
Nel caso di Rotella, dove si riscontrano casi frequenti di falsi, la nostra attività si è fatta particolarmente complessa e avvincente, tanto che, oltre a basarci sulle nostre sole forze e sui dati oggettivi, ci siamo avvalsi della consulenza di periti cartari per l’analisi dei materiali che costituiscono le opere di Rotella e di grafologi che hanno permesso lo studio delle modalità con cui Rotella ha firmato e siglato le sue opere nel corso della carriera.

Quale impatto crede abbia avuto Rotella sullo sviluppo dell’estetica contemporanea a partire dal décollage?
Con il décollage l’artista trova il modo per dire addio alla pittura senza tuttavia entrare nella diatriba del momento che vedeva contrapposti astrattisti contro figurativi. Il décollage rappresenta un momento di svolta in quanto apre le porte, con il suo essere costituito da oggetti, come i manifesti, prelevati dalla vita reale, a nuove possibilità linguistiche, intercettando l’esigenza dell’artista di entrare direttamente in contatto con il cuore della società contemporanea. Il carattere decostruito dei décollages si riallaccia da una parte alle scomposizioni futuriste e dall’altra alle ricerche musicali del jazz che l’artista amava molto e di cui aveva capito il valore poetico e la forza innovativa. Il suo gusto per la dissoluzione di un centro, per la creazione di una composizione che può essere osservata e interpretata in più modi anticipano di molti anni la sensibilità postmoderna. Un trend di cui l’artista è stato di sicuro un anticipatore e motivo per cui ancora oggi le sue opere mantengono un forte legame con l’attualità.

Mimmo Rotella, Le cachet, 1960. Collezione privata. Photo Courtesy Fondazione Marconi © 2018 Mimmo Rotella by SIAE
Mimmo Rotella, Le cachet, 1960. Collezione privata. Photo Courtesy Fondazione Marconi © 2018 Mimmo Rotella by SIAE

Negli ambienti francofoni, la tecnica del décollage è strettamente legata al nome di Jacques Villeglé. Quali erano i rapporti di Rotella con i Nouveaux Réalistes?
Il tramite fra Villeglé, Raymond Hains e gli altri artisti del Nouveau Réalisme con Rotella è stato Pierre Restany. Ovviamente esiste una lunga diatriba su chi sia stato il primo a realizzare un décollage e se da una parte la critica italiana tende ad assegnare il primato a Rotella, gli studiosi francesi sono portati a vedere in Villeglé l’artista che per primo ha effettuato questo genere di lavori. Se si guarda però solo alle informazioni che a oggi sono a nostra disposizione, salta agli occhi una discrepanza di date. Se la prima mostra di Rotella, dove sono presenti i décollages, risale al 1955, quella di Villeglé, così come indicato anche nel catalogo ragionato sull’artista, si tiene da Colette Allendy a Parigi nel 1957. Ma è un argomento complesso che necessita ancora di uno studio più approfondito e di un’analisi dei documenti, soprattutto quelli che sono in Francia. Credo comunque che questa problematica, per i diretti interessati, non fosse una questione di vita o di morte. I loro rapporti, da quanto si può capire, furono in realtà, soprattutto all’inizio, piuttosto amichevoli.

PAROLA AD AGHNESSA ROTELLA

La Fondazione Mimmo Rotella è nata nel 2000 per volere di suo padre. A distanza di diciotto anni, come si è sviluppata l’attività della Fondazione da lei presieduta?
In questi anni, come voleva mio padre, la Fondazione ha continuato a occuparsi della ricerca, della gestione dell’archivio e della Casa della Memoria, la casa-museo aperta nel 2005 a Catanzaro nell’abitazione di famiglia. Si è occupata inoltre di promuovere il suo lavoro in Italia e nel resto del mondo con diverse esposizioni in musei e gallerie importanti.

Nel 2012 ha dato vita, insieme a sua madre Inna, al Mimmo Rotella Institute. Quali sono gli obiettivi di questo organismo?
Per promuovere, valorizzare e tutelare l’attività e l’opera di mio padre e per riuscire a comporre un catalogo ragionato che racchiudesse e presentasse a un vasto pubblico la produzione di una carriera così lunga e varia, abbiamo pensato di avvalerci a livello scientifico di un team di professionisti. Perciò con mia madre abbiamo costituito un’associazione culturale che potesse prendersi carico di una parte importante di questi oneri, in parallelo ma non sovrapponendosi alla Fondazione, con una costante attività di supporto. Ci siamo rivolte a Germano Celant affinché intraprendesse, in qualità di consulente, dopo la sua prima grande monografia su Rotella del 2007, la compilazione del catalogo ragionato delle opere di Mimmo, mentre a dirigere il Mimmo Rotella Institute è stata chiamata Antonella Soldaini che ha lavorato in passato, come ricercatore, in importanti archivi di altri artisti italiani contemporanei.

L’artista in Piazza del Popolo, Roma 1954 © 2018 Mimmo Rotella by SIAE
L’artista in Piazza del Popolo, Roma 1954 © 2018 Mimmo Rotella by SIAE

Come si struttura il dialogo con la Fondazione?
Il Mimmo Rotella Institute, affiancando la Fondazione in questo compito, si occupa della strategia espositiva, nonché dell’impostazione culturale di mostre monografiche e di eventi attinenti all’opera di Rotella. Un’ulteriore mansione del MRI è infine il controllo in relazione al diritto di immagine sulle opere e sulla qualità della comunicazione, su libri, riviste, articoli, documentari e altri media.

La mostra alla Galleria Nazionale di Roma si inserisce fra gli eventi ideati per festeggiare il centenario della nascita di Mimmo Rotella. Crede che il lavoro di suo padre sia ancora un punto di riferimento per le nuove generazioni di artisti?
Le opere di mio padre testimoniano di un animo artistico sempre attento, sempre in evoluzione e in rapporto con le generazioni più giovani. Gli sviluppi che si susseguono nelle sale della Galleria Nazionale, la spettacolarità, la provocazione di alcune scelte spesso in anticipo sui tempi credo possano essere ancora oggi un esempio stimolante per chi si approccia a questo mondo. Per esempio ultimamente l’artista americano Mark Bradford, parlando del suo lavoro, ha fatto un esplicito riferimento a Rotella. Anche le opere di Klara Lidén e di Mario García Torres richiamano in qualche modo la tecnica del décollage inventata da mio padre.

Marco Enrico Giacomelli e Arianna Testino

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #13

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Evento correlato
Nome eventoMimmo Rotella Manifesto
Vernissage29/10/2018 su invito
Duratadal 29/10/2018 al 10/02/2019
AutoreMimmo Rotella
CuratoreGermano Celant
Generearte moderna
Spazio espositivoLA GALLERIA NAZIONALE
IndirizzoViale delle Belle Arti 131 — 00197 - Roma - Lazio
EditoreSILVANA EDITORIALE
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.