L’arte che non ragiona. Intervista a Franco Toselli

Parola al gallerista italiano che ha riempito di nuove sfumature una professione complessa. E che è andato in mostra alla Triennale di Milano con i “suoi” artisti.

Franco Toselli è un pezzo di storia dell’arte ambulante. Dal 1967 la sua galleria è sempre stata itinerante e dinamica, ha sempre cambiato sede quando un luogo esauriva la sua carica. È stata demolita, ricostruita e spostata in continue reincarnazioni fisiche e spirituali. Ha lavorato con i più grandi nomi dell’arte italiana, da Agnetti a Zorio passando per Boetti, De Maria, Merz. Ha avuto anche il merito di portare nomi internazionali del livello di Daniel Buren, Gordon Matta-Clark, John Baldessari, Richard Serra, Tony Cragg.
Parlando di lui e con lui è difficile non scadere nell’agiografia e nell’evocazione di celebri personaggi. Proprio per questo acquisisce senso la sua recente presenza alla Triennale di Milano con la mostra Portofranco ‒ Soft Revolution, in cui racchiude un angolo delicato della propria filosofia sull’arte e sull’esistenza per com’è oggi, senza ragionare troppo su ciò che è stato e usando il passato solo come base d’appoggio vitale e non come qualcosa di cristallizzato da ammirare a distanza.
Incontriamo Franco per caso, entrando nella sua mostra in un mercoledì d’agosto; la Triennale è semideserta come il resto della città e il gallerista-artista sta parlando con la guardasala. Offre a tutti una piccola visita guidata personale, in seguito alla quale è nata questa intervista-conversazione.
Questa mostra di Portofranco è una cosa legata all’oggi, è fatta per portare insieme alcune cose, rubarle per un mese e far vedere al pubblico una mostra diversa, che poi è un cantiere aperto e che continuerà a lavorare. Portofranco è una cosa viva, e il suo nome, infatti, significa libertà. Se l’arte non è libera allora diventa un cimitero, mentre dev’essere sempre vitalità, come dice Nicola [De Maria, N.d.R.], “sono un corridore felice””.

Quello che vedo in Portofranco è una mostra viva e libera, molto spontanea e per questo inusuale. Non c’è pretenziosità in quello che ci fai vedere.
Non so se sia così, lo spero. Le opere che ho portato qui sono quelle che reputavo giuste – o quelle che son riuscito a trovare – degli artisti di Portofranco. È un lavoro iniziato negli Anni Novanta e ancora attivo, gli artisti lavorano sempre insieme, a stretto contatto, e così nasce qualcosa di corale e unito.

Quindi Portofranco non è solo il titolo della mostra, ma è un nome collettivo sotto cui si riuniscono tutti questi artisti?
Sì, esatto. Galleria Toselli è sempre stato uno spazio per gli artisti, e io ho sempre lavorato direttamente con loro, senza mai fare una vera mostra di opere: ci incontriamo, parliamo e insieme decidiamo cosa fare. Il problema di oggi è che lottare con le condizioni di produzione artistica è diventato sempre più difficile, non solo per una questione di soldi. Sta sparendo sempre di più il contatto con gli artisti e la loro arte. Quello che mi piace di un’opera ha raramente a che fare con un ragionamento, perché questo mi rende spesso difficile l’incontro.

E cos’è che impedisce questo incontro oggi rispetto a una volta?
È la stessa cosa, solo che oggi ci sono più ostacoli. Quello che succede quando l’arte viene isolata – e questo capita anche nel caso di artisti bravissimi in gallerie eccellenti – è che tale incontro difficilmente diventa “del terzo tipo”, ossia simile all’incontro con un alieno: arte in divenire, sconosciuta e sorprendente, e proprio per questo irresistibilmente affascinante. Ciò è sempre più raro perché questo tipo di contatto viene mediato, nascosto e protetto da sempre più serrature. Ecco perché non mi interessa sentir parlare delle “chiavi del paradiso”, il paradiso non deve avere alcuna serratura, dev’essere aperto.
Ecco, lo stesso succede con l’arte, non devono esserci barriere che ne impediscano il contatto.

Nicola De Maria, Valigia veliero

Nicola De Maria, Valigia veliero

Questa cosa delle chiavi mi fa pensare a una storia sulla tua galleria, quando l’hai demolita con Michael Asher. Alcuni dicono che tu non sia un gallerista, ma qualcosa di difficile da definire, una sorta di artista con gli artisti…
Guarda, questa è una cosa che si dice, ma io non ho mai pensato a come definire la questione. Ho sempre voluto fare il lavoro necessario perché l’arte succedesse, e non è una cosa semplice. Ci vogliono molti sacrifici e impegno. In un certo senso ho lavorato affinché gli artisti riuscissero a esprimersi nelle proprie opere, come ha detto Boetti: “Mettere al mondo il mondo”.

Per gli artisti è fondamentale la coerenza. Se ti consideriamo un artista che ha lavorato con altri artisti, che criteri hai usato per mescolarli?
Alcuni sono fissati con il trovare un senso alle cose, mettere le idee in un ordine ben preciso, ma così facendo si pongono molti limiti alla creatività. Le idee si possono analizzare ma ho sempre pensato che non siano roba per gli artisti, l’artista è diverso dal creativo, non deve lavorare per forza seguendo un progetto definito, ha altre frecce al suo arco. Io ad esempio posso avere il desiderio di esporre un monocromo di fianco a delle opere di Salvo, o quando ho messo in mostra le opere di Richard Serra non pensavo certo di affiancarle un giorno agli angioletti di Jan Knap. Bisogna sentire che cosa si desidera fare. Se degli angioletti vogliono stare di fianco a delle lastre di metallo pesantissime, nessuno deve impedirglielo, soprattutto io.
L’arte non è una mia decisione, accade, è frutto di incontri. Infatti se ho incontrato quegli angioletti è perché anche loro vengono dalla margarina di Beuys.

Jan Knap, Senza titolo

Jan Knap, Senza titolo

Quindi Franco Toselli come gallerista ha usato la sua sensibilità artistica per valorizzare questi incontri che sono accaduti e materializzarli?
Sì, ed è per questo che ha senso oggi il concetto di Portofranco che va oltre al gioco di parole sul mio nome: dove non c’è autorità o imposizione c’è libertà, e lì può svilupparsi il desiderio di mettere in luce qualcosa, l’arte.
Hai mai visto il logo della Galleria Toselli? Viene da una spilletta di legno che ho trovato vent’anni fa a Gibilterra, quando l’ho vista ho subito capito che sarebbe stato il mio logo. Allo stesso modo il lavoro di Charlemagne [Palestine, N.d.R.] aveva bisogno di uno spazio, e un matrimonio ha bisogno di una famiglia. Il matrimonio di Carlo e Luisa Orsacchiotti perciò doveva accadere in galleria, anche se nessun gallerista lo avrebbe ospitato a partire da un pensiero razionale.

Logo della Galleria Toselli

Logo della Galleria Toselli

Certo che avete lavorato tanto. Cosa ti ha spinto fino a qui?
Certo che abbiamo lavorato, in alcune parentesi ci siamo anche divertiti, ma mica è solo quello. L’importante è sempre stato l’impegno per riuscire a creare, nonostante sfratti e problemi di ogni tipo. Per lavorare bene bisogna innanzitutto crederci davvero. Senza questo è impossibile fare una buona opera perché quello che trasmetterai è sempre che sei annoiato o arrabbiato. Oppure dovrai spiegare l’opera per farla funzionare, non riuscirai mai a suscitare l’evento poetico che Merz descriveva con Il tramonto nella tazzina o, immergendosi nella foresta, Il vento preistorico dalle montagne gelate. In un’ottica del genere, si riesce a fare arte nel senso di creare un sogno da appendere al muro.

“Suscitare un evento poetico” non è semplice. In che modo pensi si possa allenare questa abilità?
L’importante è lavorare sempre con libertà, in un certo senso essere dei veri professionisti. Essere troppo professionali può essere anche un limite. Si inizia a produrre in un’ottica diversa che non è più quella di distribuire l’arte al mondo. Questo in particolare lo vedo in alcuni artisti che hanno a che fare col politico, col sociale, dimenticandosi che il vero elemento sociale nell’arte l’ha messo per primo Joseph Beuys con la sua idea di distribuire l’arte al mondo in modo democratico. Distribuire l’arte coincide con il sociale, il resto può parlare del sociale, descriverlo, fare polemica, ma non di più.

In un certo senso è quello che hai fatto tu, se circoscriviamo il discorso all’arte piuttosto che all’intero “sociale”, no?
Sì, ho sempre lavorato con gli artisti perché l’arte nascesse e fosse vista, tutto il resto deve essere in secondo piano. Uno dei modi che uso per lavorare è anche quello di scrivere liberamente: è una maniera di tenere traccia delle cose che succedono, pensare a quello che c’è intorno, ispirarsi per il futuro, sognare. Scrivo sempre varie cose anche slegate tra loro o senza un motivo apparente. Senti questa che ho scritto stamattina, poi mi dici cosa vuol dire: “Aspettare il miracolo è una mia poetica”.

Pietro Consolandi

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