Da sempre interessato al rapporto tra arte e tecnologia, l’artista Carlo Zanni firma un libro che si sforza di individuare nuovi modelli economici per le opere digitali. E propone un sistema più simile a quello della musica o della letteratura: tirature ampie e prezzi bassi. E una politica più aperta in fatto di copyright e distribuzione. Ecco cosa ci ha raccontato.

Raccontaci la storia di questo libro, com’è nato e quando?
Il libro nasce sulla spinta di due lunghi interventi che feci nel 2011, sostanzialmente delle presentazioni del mio lavoro. All’interno c’erano già, in piccola parte, anche alcuni spunti di riflessione e considerazioni più ampie molto incentrate sulla parte economica, che è un campo di ricerca a me caro fin dagli inizi. In quel periodo poi stavo riflettendo molto sul mio lavoro, e se la mia pratica avrebbe potuto aderire in qualche modo a quel fermento che vedevo in musica e letteratura e che non trovavo nel mondo dell’arte.
Su questa base ho continuato a raccogliere materiale di ricerca e a ipotizzare nuovi scenari. È stato abbastanza naturale continuare a scrivere, lo è stato meno portare tutto avanti per circa sette anni, fino alla pubblicazione di qualche mese fa.

È un libro d’artista, un saggio, un’autobiografia? O tutte queste cose insieme?
Un po’ tutte queste cose. Anche se la parte autobiografica è minima e calibrata sugli aspetti economici o immediatamente collegati. Per essere chiaro, non è un libro che parla della mia carriera, né dei miei lavori. Il libro è composto da tre macro aree: una ricerca storica recente che prende in esame anche discipline quali la musica e la letteratura nonché Wikileaks e la Blockchain; una parte più autobiografica dove riporto alcuni casi studio; una parte in cui parlo a ruota libera da un ipotetico presente (o futuro) dove racconto di alcuni possibili cambiamenti del mondo dell’arte.
Queste sezioni si intersecano continuamente grazie a paragrafi-anno presentati in un ordine apparentemente casuale: si passa dal 2001 al 1936 al 2009 a oggi. È una specie di macchina del tempo impazzita, una sessione di browsing con venti finestre aperte.

Carlo Zanni. Photo Elena Vaninetti (www.modus operandi.org)
Carlo Zanni. Photo Elena Vaninetti (www.modus operandi.org)

Ti sei occupato per molto tempo del rapporto tra mercato dell’arte e mondo digitale. Come sono cambiate le cose negli ultimi anni? Hai visto dei grandi mutamenti oppure le cose sono rimaste abbastanza stabili?
Mi sembra abbastanza stabile perché l’onda anomala del post-internet era ed è costituita in larga parte da oggetti “normali”, quindi poco ha spostato dal punto di vista commerciale. Sono appena tornato da Art Brussels e in fiera i video in vendita erano pochissimi: una galleria vendeva un video in edizione di 4 con 2 AP [prove d’artista, N.d.R.].
Un’altra in edizione di 5 con 1 AP. Come dico nel libro mi risulta difficile capire cosa possa essere una AP quando l’opera è un file. C’è sempre un po’ la voglia di appoggiarsi al passato. Se per le fusioni in bronzo un sistema così va bene, allora deve andare bene anche per la videoarte.

Ci puoi raccontare qual è stato il momento in cui hai capito che il tuo lavoro avrebbe avuto bisogno di un diverso modello di disseminazione rispetto alle opere d’arte più tradizionali?
Stavo lavorando a un progetto che aveva una parte video di base e una parte di codice. Quest’ultima non riuscii a portarla a termine, ma il lavoro aveva comunque un suo equilibrio e decisi di provare a venderlo come un comune video. Intanto pubblicai quel video su YouTube e, grazie a un articolo su Wired.com, in poche ore ricevette circa 10.000 visualizzazioni, cosa che fa ridere se pensiamo ai volumi degli Youtuber, ma per me fu comunque un’epifania: capire che là fuori poteva esserci un pubblico un po’ più allargato, oltre a quello degli addetti. Un pubblico potenzialmente interessato a questo tipo di arte.

Qual è secondo te il motivo principale dello scarso mercato che c’è attorno alle opere d’arte digitali rispetto ad altre tipologie di lavori? È più un problema pratico (sono opere riproducibili e spesso difficili da gestire tecnicamente) oppure un problema culturale?
Entrambe le cose. È culturale perché se vai matto per la copia unica, allora credo che questo tipo di arte non faccia per te. Più in generale, l’idea di unicità dovrebbe caratterizzare, come in musica e letteratura, il contenuto/forma dell’opera, e non soltanto l’oggetto o file con cui si manifesta.
È anche un problema pratico perché video e file hanno bisogno di una cura un po’ diversa rispetto a un quadro. Video e file hanno anche caratteristiche intrinseche molto particolari, che secondo me andrebbero accolte e non respinte. Prezzi molto alti e “tirature” limitate sono un grande ostacolo, creano diffidenza e riducono le vendite.

In Italia la situazione è allineata con il resto del mondo oppure siamo indietro?
Non saprei, ma direi che è simile in un certo senso. Non conosco gallerie o collezionisti che in modo netto e deciso propongano video con un approccio economico alternativo.
Siamo molto avanti invece dal punto di vista artistico. Da vent’anni almeno ci sono artisti italiani che lavorano con video, tecniche digitali avanzate e Internet ed espongono un po’ in tutto il mondo. In questi giorni il Link Art Center di Brescia ha organizzato una mostra con solo artisti italiani a Bruxelles in partnership con un’istituzione locale, l’iMal, e con la fiera Art Brussels.

Pensi che in futuro sarà possibile immaginare un nuovo modello economico per le opere d’arte che possono essere scambiate sotto forma di file? La nuova generazione di collezionisti cresciuta con i Torrent e con Spotify accetterà ancora le vecchie “regole del gioco” o imporrà un modello diverso, magari più vicino a quello della musica o dei libri, come proponi nel tuo libro?
Penso di sì, e le nuove generazioni di collezionisti, critici e galleristi avranno un ruolo fondamentale. Ma ancor di più devono crederci gli artisti, iniziando a ripensare il modo con cui si pongono nei confronti del mercato. Il resto verrà da sé.

Domanda di rito: progetti per il futuro? A cosa stai lavorando in questo momento?
A tutto e a niente, guardo Netflix tutto il giorno.

Valentina Tanni

Carlo Zanni ‒ Art in the Age of the Cloud
Diorama Editions, Milano 2017
Pagg. 128, € 16
ISBN 979122002198
www.dioramamag.com
www.zanni.org

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AutoreCarlo Zanni
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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.