La Kunsthaus di Zurigo ospiterà il nuovo lavoro dello scultore messicano, “Autorreconstrucción: Social Tissue”. Un’opera che valorizza l’autocostruzione e la condivisione. Ne abbiamo parlato con lui.

La città si costruisce di pietre viventi”, diceva il filosofo romano Agostino ne La città di Dio, manifestando la corrispondenza tra ciò che è animato e ciò che non lo è. Per il mondo romano l’urbs, l’insieme di strade, delle cose che si possono toccare e la civitas, l’insieme di atti che connettono i cittadini, sono indissolubilmente legate nel paesaggio. Lo sguardo è addestrato secondo queste leggi, e la città era una maniera di stare insieme. Almeno fino al Cinquecento, quando il salto alla modernità inventa un nuovo schema separando il soggetto e l’oggetto e l’invenzione della prospettiva divide gli occhi dalle dita, come dice il geniale geografo abruzzese Franco Farinelli.
C’è bisogno di questa breve eziologia delle nostre città cosiddette globali per andare a fare colazione con lo scultore messicano Abraham Cruzvillegas (1968) nella sua casa con alti cactus a Città del Messico. Uno dei protagonisti dell’avanguardia artistica latinoamericana insieme agli amici Damián Ortega, Gabriel Orozco e Gabriel Kuri: quelli che si incontravano ogni venerdì nei famosi Taller de los viernes.
Davanti a delle uova con mole, una salsa messicana scura, ma soprattutto uno dei piatti più antichi della storia del globo, Abraham racconta della sua infanzia in un quartiere nel sud della città che ha lottato per la sopravvivenza. Infatti, il lavoro di Cruzvillegas esplora da anni quello che lui chiama l’autocostruzione, una pratica urbana ma, in questo caso, anche un elemento personale. Nato sotto il vulcano, in un quartiere chiamato Ajusco, dove, negli Anni Sessanta, quando la città capitalista cominciava a sorgere, gli abitanti del luogo iniziarono a costruire le loro case con le pietre che quel paesaggio roccioso offriva loro. Ci mostra una foto con un muro di pietra e delle case piccole e instabili. “Questo è com’era al principio. Piano piano, grazie alla partecipazione di tutti si sono edificate case migliori, le strade…”. La famosa casa incrementale di Alejandro Aravena è un’idea che viene proprio dai quartieri dell’autocostruzione, dove le case e gli ambienti si adattano negli anni alle trasformazioni delle famiglie che crescono, alle esigenze della gente.
È stata la battaglia dei bambini e delle donne, mentre gli uomini andavano a lavorare, costruivamo le case, le strade, i nostri luoghi. Quando poi ho deciso di intervistare i miei genitori e di farmi raccontare la storia della nostra casa, mio padre mi parlava dei cieli, della natura che fu, mentre mia madre mi raccontava delle marce, della lotta politica…”, racconta Abraham.

IL MESSICO E L’AUTOCOSTRUZIONE

Una guerra che si combatte a colpi di autocostruzione, che, soprattutto in un Paese come il Messico, è l’antidoto alla schizofrenia del soggetto moderno, un soggetto che l’urbanismo ha confinato e congelato in un’identità che dipende dalla sua distanza con gli oggetti, finalmente scorporati dal sé, dove il confine è diventato la rappresentazione dell’autorità. L’effetto della prospettiva funziona soltanto se il soggetto è immobile, ma, come dice il geografo Franco Farinelli, la prospettiva è un trucco. Per reggere questo trucco è necessario credere dogmaticamente alla mappa. La politica passa dall’essere il farsi cura della città al definire e separare, gruppi sociali, luoghi e usi.
Abraham Cruzvillegas si aggiunge alle fila di chi resiste alla fissità dello sguardo prospettico, insieme a un fitto battaglione, insieme a Jane Jacobs che difendeva l’uso contro la rappresentazione, insieme alla scoperta della genetica e la capacità di autodefinizione del DNA, agli antropologi e la loro idea di un soggetto espressione di una serie di localizzazioni mutevoli. Tutte storie che hanno messo sotto torchio il soggetto della geografia finora conosciuta, facendolo finalmente esplodere.

Abraham Cruzvillegas
Abraham Cruzvillegas

LA MOSTRA A ZURIGO

Kunsthaus, letteralmente la Casa d’Arte di Zurigo, ospita l’esposizione Autorreconstrucción: Social Tissue, che si inaugura il prossimo 16 febbraio e continuerà fino al 25 marzo.
Lo spazio del museo, ma forse sarebbe meglio continuare a chiamarlo casa d’arte, ospiterà le opere di Abraham ma soprattutto si convertirà in uno spazio di incontro per chi usa le arti come movimento di trasformazione sociale solidale. Il centro di Zurigo si trasformerà in un taller-workshop partecipativo continuo. La scultura è in continuo divenire: lo spazio/tempo euclideo si fa stretto. Un lavoro che segue la logica antimoderna del soggetto nomade, trasgredendo il principio dell’omogeneità, e la felicità torna a essere una strategia mutevole, ricorda l’Ulisse che si nasconde sotto la pancia della bestia mettendo in crisi la coincidenza gerarchica tra le cose e il loro uso.
Lo spazio è multiforme. Ci sarà un cineforum, film a cui sono legato, come “Uccellacci Uccellini”, “Zabriskie Point”, ma anche “Serenghetti” del messicano Carlos Reygadas, la storia di una partita di pallone solo di donne ambientata a Tepoztlan, un villaggio qui vicino. Gli spazi del museo saranno dati in prestito ai collettivi artistici che li richiedono per fare workshop, quindi il risultato della scultura sarà sorprendente, perché verrà usata e reinventata”, dice Abraham.

Abraham Cruzvillegas, Chicas Patas Boogie (sweaty & needy), 2012. Courtesy Regen Projects, Los Angeles
Abraham Cruzvillegas, Chicas Patas Boogie (sweaty & needy), 2012. Courtesy Regen Projects, Los Angeles

PERTURBARE I RAPPORTI

L’urbanistica moderna si fonda sulla rappresentazione di un certo numero di usi, di luoghi, in un ordine che si regge sulla segregazione e sulla descrizione cartografica, quindi sulla cadaverica rappresentazione della Terra. Autorreconstrucción: Social Tissue perturba la forma con la quale abbiamo governato i rapporti tra le persone e il mondo circostante. L’autorità dell’autore non viene risparmiata, anch’essa viene messa in crisi dal soggetto polimorfo: “Quello che più mi appassiona è proprio questo non sapere cosa succederà all’opera”, confessa Abraham, “anche i testi che presento nel catalogo sono di amici, di altre persone…L’interessante è che non sono miei”.
Perché siamo già da molto tempo gli annosi testimoni del futuro di questo schema della modernità. L’ultima opera di Cruzvillegas ospitata alla Kunsthaus ricorda che esisteva un tempo in cui la Terra si chiamava ancora Ctòn: l’abisso, l’oscuro, l’invisibile, quello che Virginia Woolf scriveva essere proprio del futuro. “Il futuro è oscuro, il che tutto sommato è la cosa migliore che possa essere il futuro“.

Virginia Negro

Zurigo // dal 16 febbraio al 25 marzo 2018
Abraham Cruzvillegas. Autorreconstrucción: Social Tissue
KUNSTHAUS
Heimplatz 1
www.kunsthaus.ch

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Virginia Negro
Dopo aver studiato Comunicazione e giornalismo tra Bologna e Parigi, ha continuato le sue ricerche con un progetto finanziato da un consorzio di università internazionali che l’ha portata a vivere prima in Spagna, poi in Polonia e infine a Buenos Aires. Adesso fa la ricercatrice in Messico, dove vive da quasi quattro anni. Collabora con “Repubblica”, “Il Reportage”, “Lettera 43”, oltre che con varie pubblicazioni latinoamericane e il quotidiano “Milenio”.