Questa è la storia di un personaggio straordinario, diviso fra Italia e Stati Uniti: Leo Lionni. Tantissimi i suoi interessi, ma l’eredità più preziosa sta nei suoi libri per l’infanzia.

Un tempo esisteva l’albero alfabeto dove sulle foglie vivevano le lettere. Un giorno arrivò una tempesta che spazzò via alcune lettere. La paura fu così tanta che le lettere sopravvissute si nascosero tutte insieme tra i rami più bassi dell’albero”. La splendida immagine che apre L’Albero Alfabeto (The Alphabet Tree, 1968) di Leo Lionni è una delle tante che popolano la fantasia di un artista poliedrico, di un graphic designer eccezionale, di un giornalista di spicco (Lionni ha diretto riviste come Print e Panorama, è stato art director della rivista Fortune, disegnatore di vignette per il New Yorker e redattore della Casabella di Persico e Pagano), di un uomo votato per intensità etica alla didattica, alla pedagogia e alla letteratura per l’infanzia.
Sono un pittore che fa anche grafica e scultura, scrivere è un’altra storia”, ha avvisato nella sua autobiografia (Between Worlds: The Autobiography) pubblicata nel 1997, due anni prima della scomparsa. Consapevole che la scrittura sia una presa di posizione, una scala diversa di vedere le cose e un luogo mediante il quale creare una fantasia d’avvicinamento ai perimetri del passato, Lionni sente l’esigenza di imbattersi, sin dal 1959 (anno a cui risale il suo primo pikture book, Little Blue and Little Yellow, dedicato ai nipoti Pippo e Annie), tra le contrade leggere della pedagogia, per sensibilizzare i bambini alle problematiche civiche del presente. “Si dice che per scrivere per i bambini devi essere il bambino, mentre è vero l’opposto. Scrivendo per i bambini, bisogna fare un passo indietro e guardare al bambino dalla prospettiva di un adulto”.

Leo Lionni
Leo Lionni

UN INTELLETTUALE TOTALE

Diviso professionalmente tra l’Italia e di Stati Uniti (“Ricordo che una volta ho detto di considerarmi al 100% italiano e al 100% americano. Forse mi riferivo proprio a queste due componenti: la creatività che avevo imparato in Italia negli Anni Trenta e la concretezza professionale appresa negli Stati Uniti), Lionni non è soltanto il mago del design che ha lavorato negli anni con Motta, Olivetti of America, Ford o Container Corporation of America (per la quale aveva ideato la campagna “International” in cui coinvolse artisti del calibro di Léger e Man Ray), il professore al Black Mountains College (sotto la guida di Josef Albers, e al fianco di Matter e Bayer), il creatore dei corsi sulla fenomenologia dello spazio tenuti alla Cooper Union di New York o il responsabile scientifico (con Erberto Carboni e Albe Steiner) della mostra Grafica sperimentale per la stampa alla 36. Biennale di Venezia, ma anche l’intellettuale totale il cui ruolo sociale lo spinge a tornare in Itala, dove si era formato e ben inserito (Marinetti nel ‘31 lo aveva anche inserito nella cerchia degli aeropittori), per scrivere un capitolo brillante di storia dell’editoria per l’infanzia.

Leo Lionni, Guizzino, 1963
Leo Lionni, Guizzino, 1963

COME VENGONO LE IDEE?

Il desiderio di giocare e “l’urgenza di fare cose” lo portano, infatti, a realizzare almeno un libro all’anno (Guizzino, Federico, Pezzettino e Cornelio ne sono alcuni), con il desiderio di sperimentare una propria idea di Gestaltung, di costruire mondi magici, di fondere insieme le esperienze maturate nei vari campi creativi navigati negli anni.
Di tutte le domande che mi sono state rivolte come autore di libri per bambini, la più frequente senza dubbio è: ‘Come vengono le idee?’. Molte persone sembrano credere che il modo in cui si ottiene un’idea sia allo stesso tempo misterioso e semplice. Misterioso, perché l’ispirazione si pensa provocata da un particolare stato di grazia concessa solo alle anime più fortunate. Semplice, perché si crede che le idee caschino dentro la testa, già tradotte in parole e immagini, pronte per essere trascritte e copiate sotto forma di libro con tanto di pagine finali e copertina. Niente è più lontano dal vero. Talvolta, dall’infinito flusso della nostra fantasia, all’improvviso emerge qualcosa di inaspettato che, per quanto vago possa essere, sembra contenere una forma, un significato e, più importante, un’irresistibile carica poetica. Il senso di fulmineo riconoscimento grazie al quale trasciniamo questa immagine fino alla piena consapevolezza, rappresenta l’impulso iniziale di tutti gli atti creativi… Altre volte, devo ammetterlo, la creazione di un libro si trova nell’improvvisa e inspiegabile voglia di disegnare un certo tipo di coccodrillo”.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).

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