Dopo Matteo Pericoli, prende la parola la voce de Le luci della centrale elettrica, nell’ambito degli incontri organizzati presso il Museo del Novecento di Milano, ospite della mostra dedicata ai legami artistici fra New York e il Belpaese.

Il secondo incontro della rassegna vite parallele: Italia, America organizzata in concomitanza con la mostra New York New York. Arte Italiana: la riscoperta dell’America presso il Museo del Novecento di Milano è con Vasco Brondi (Verona, 1984) e Tiziana Lo Porto. L’artista italiano, uno dei volti più noti dell’indie rock nazionale, si è raccontato parlando del proprio percorso, di Ferrara, della musica, delle sue idee di libertà, di provincia, di spostamento e, chiaramente, del suo rapporto con New York.

Ferrara, Milano e New York. Come è cambiata la tua musica vivendo in queste città e cosa è cambiato nel tuo sguardo?
Credo che un tema a me caro e che è rimasto un punto fermo all’interno del mio percorso sia la realtà di provincia, che è legata alla città di Ferrara. La provincia tende a rassomigliarsi a ogni latitudine, e penso che in ogni sua declinazione porti con sé un altrove.
New York è invece per eccellenza l’opposto del concetto di provincia, anzi si potrebbe tranquillamente dire che esiste la provincia perché esiste New York. In provincia credi quasi che ti stai perdendo qualcosa, e che dove sei tu non succeda nulla, e invece New York è il posto dove succede tutto, è virtualmente il centro del mondo sotto questo punto di vista. Quindi per me la prima volta che ci sono andato per tre mesi da solo è stato anche un ridimensionare l’idea di New York. È successo dopo, chiaramente non era l’intenzione con cui sono partito, ma mi sono reso conto che, come mi hanno sempre insegnato i CCCP, “non a Berlino ma a Carpi”, e cioè che anche Carpi andava benissimo, e dunque Ferrara nel mio caso. Ovviamente c’è un salto enorme tra queste città, ma relativo, perché ognuna contiene già in sé l’idea dell’altra.
Si può dire che esista un filo logico tra Ferrara e New York, dato dall’immaginazione e dalle idee che queste due realtà portano con sé.
Pavese diceva “un paese ci vuole non fosse altro che per tornare” o per andarsene, e dunque per me è fondamentale che esistano sia New York sia Ferrara.

E a proposito di Milano?
Per quanto riguarda Milano, si può dire che sia la New York più a portata di mano per chi è della pianura padana, quella che già da bambino ti suggestiona.
Poi a me Milano dal punto di vista lavorativo non ha dato niente, stare lì piuttosto che a Ferrara è identico. Tuttora vivo tra queste due città, tra il raccoglimento della provincia e Milano, dove la cosa più bella e forte che c’è è la stessa che c’è a New York, cioè gli inquieti. Sono posti che hanno un magnete per le persone inquiete, di qualsiasi età. Attirano quelli che poi agitano l’aria di queste stesse metropoli, e di conseguenza in queste città è anche più difficile stare calmi, con tutte queste menti agitate di persone che cercano di realizzarsi sgomitando in ogni modo.

E tu riesci a sentirti a tuo agio in queste realtà?
Ho cominciato a star bene a Milano da quando so che ho la mia base a Ferrara, quindi sapendo che ho un altro posto. E anche a Ferrara sto bene sapendo che c’è una Milano dove posso andare. Ferrara è un posto in cui tornare. Quando sono stato a New York pensavo di andare là a scrivere il disco Costellazioni e non ho scritto neanche una riga. Sono tornato a Ferrara e ho scritto tutto. Perché in quel clima di scoperta e inquietudine non riuscivo a fermarmi a scrivere, cosa che mi riesce benissimo nella mia città.

Vasco Brondi, Museo del Novecento, Milano 2017
Vasco Brondi, Museo del Novecento, Milano 2017

Come è stato andare a New York e viverci?
È stato comunque travolgente e più facile di quanto credessi. L’ho trovata molto ospitale, non me l’aspettavo. Prima di partire ero stato un mese a Londra, sempre da solo, e come città l’ho trovata molto più difficile, ero in soggezione. A New York hai la sensazione che come te ci siano tantissime altre persone da sole e allo sbaraglio e che nessuno sia di lì, e questo ti dona tranquillità. È proprio un altro approccio delle persone e verso le altre persone.

Viaggiare è un tema che ricorre molto nei tuoi lavori ma anche nella tua vita personale o sbaglio?
Sì è vero, il viaggio come lo spostamento, che poi è relativamente legato ai chilometri. Ghirri, quando ha iniziato a fotografare, parlava dei suoi viaggi domenicali minimi, nell’arco di dieci chilometri da casa sua, e ha fatto delle fotografie che rimangono eterne, quelle al mercatino dell’usato per dire. È la scoperta di quei posti che mi affascina terribilmente.
Paradossalmente adesso New York è uno di quei luoghi che ti immagini già prima di andarci, e quando ci arrivi è simile a come te la eri immaginata. Questi posti a pochi chilometri da casa propria, per dire Domodossola rispetto a Milano, di questi invece non sappiamo nulla, perché sono ormai disabitati e nessuno li ha raccontati. Sono dei luoghi che per me è ora molto importante visitare, perché non sai cosa trovi. Generalmente ti trovi di fronte a un rimasuglio di tracce del passato unito a qualcosa del contemporaneo, e un cortocircuito lì in mezzo. Il libro che ho fatto con Massimo Zamboni, Anime galleggianti. Dalla pianura al mare tagliando per i campi, tenta di esprimere proprio questo.

Raccontaci qualcosa di più.
Siamo andati a Polesine, tra Emilia, Veneto e Lombardia, seguendo un canale che congiunge Mantova fino al mare, in paesi mai sentiti nominare da nessuno, neanche da me che sono di quelle zone. Per tornare, andando all’andata con calma e al ritorno accelerando il passo, ci abbiamo messo comunque due giorni, che è il tempo che ora ci metti per arrivare alle Hawaii. Il viaggio dunque non è più nella distanza chilometrica, ma è l’irraggiungibilità che fa il viaggio, ed è data dalla pochezza dei mezzi per arrivarci e dalla mancanza di attrattive, che a me piace tantissimo. Siamo un po’ focalizzati e cresciuti su posti ideali, siamo come gazze ladre, che si girano solo quando luccica qualcosa. Se no non abbiamo neanche più la sensibilità di capire che può esserci qualcosa. Io credo che questo sentimento debba fare molto parte del viaggio, e credo che sia così per tutti. Un altro elemento che riguarda chiunque viaggi è anche la necessità di trovare un posto che ti piace nella città che visiti. Un posto che non sia sulle rotte turistiche, ma dove trovi qualcosa in cui ti riconosci, in cui vorresti tornare e di cui nessuno ti aveva ancora parlato.

Tornando invece a New York, libri, film, canzoni e opere d’arte ti hanno influenzato nel tuo approccio alla città?
La mia idea era influenzata certamente da prima, tant’è che appena arrivato sono andato in tutti i posti iconici dal punto di vista culturale e musicale. Per dire, ascoltare Lou Reed andando a vedere il Lower East Side, l’East Village, e notare come siano poi quattro strade che potrebbero essere anche nella periferia di qualsiasi città. Eppure nella pratica non sono solo quattro strade, sono posti leggendari, perché ci sono state alcune avventure e persone che le hanno descritte, e non è possibile non vederle filtrate attraverso le scritture, le letture, i dischi, i film.

Vasco Brondi, Museo del Novecento, Milano 2017
Vasco Brondi, Museo del Novecento, Milano 2017

Un artista o un’opera d’arte che per te sono icone di New York?
Direi Keith Haring forse, perché quando sono andato io c’era al Brooklyn Museum la mostra più grande mai dedicata a lui, relativa, nello specifico, al rapporto che Haring aveva con la città. È un artista che seguo moltissimo, ho visto tutti i documentari a lui intitolati e cercato sempre tutto il materiale su di lui. È stata una visita che ho fatto i primi giorni, appena arrivato, ed è stato un po’ un benvenuto. Poi invece la figura che più rappresenta per me New York è Patti Smith, perché ogni volta che ci sono andato c’era qualche evento o concerto con lei. Dalla presentazione di un libro a una festa a un reading, lei è ovunque. È una persona che vive la città, come se ti aprisse la porta appena arrivi e ti accogliesse sulla scena newyorkese. Ti guida attraverso tutti i luoghi attraverso le sue scritture, le sue canzoni ma anche attraverso la sua presenza.
Sembra quasi che sia più innamorato della città e del concetto di New York che delle persone specifiche che la vivono. E poi mi viene in mente allo stesso tempo, anche se non si tratta di artisti, che le persone iconiche di New York sono i taxisti, che molto spesso non sanno le strade, gli devi spiegare dove andare, ed è un aspetto tipico di quella città.

Invece parlando del tuo ultimo album, c’è una frase della canzone Moscerini che dice “Morire e sentirsi immortali”. Mi ha fatto venire in mente una battuta di Fino all’ultimo respiro di Godard, quando all’artista viene domandato: “Qual è la sua più grande aspirazione?” e la risposta è molto simile al tuo verso. Qual è la tua più grande aspirazione come artista? 
È difficile, perché c’è sempre questo dilemma nel districare la propria vita privata dal proprio lavoro artistico e quindi è complesso capire quale sia l’aspirazione della vita privata e quale quella del lavoro artistico. Uno dei motivi per cui il lavoro artistico, anche in relazione alla vita privata, è un privilegio, è il fatto che ti permetta di evolverti continuamente come essere umano. E per esempio attraverso l’arte, in ogni nuovo disco, è fondamentale capire e dimostrare qualcosa di più, andare sempre un po’ più in profondità dentro sé stessi, e continuare ad affrontare il lavoro artistico senza avere niente da perdere e avvicinandocisi ogni giorno. Il lavoro artistico è un po’ come la preghiera, si continua a farlo perché porta in sé una promessa di mondo migliore e migliorabile, anche di guarigione.

Quindi qual è la tua aspirazione?
Direi che la mia aspirazione è forse semplicemente continuare a fare tutto ciò inserendolo nella mia vita e facendo in modo che abbia senso rispetto al mio percorso. Perché nel momento in cui lo scindi non è più forte, vero e onesto.
Per me è importantissima la qualità della vita, e quindi mantenere nel lavoro artistico e nell’esposizione pubblica un certo grado di sincerità, senza però far coincidere del tutto i due ambiti. Bisogna tenersi la propria intimità e distanza, ed è difficile ma è questione di scelta, come tutto nella vita, direi.
Allo stesso tempo ogni cosa ha il peso che le attribuisci, e dunque rimane importante avere una vita che coincida ma sia anche un po’ slegata dalla sfera privata. Servono una vita, un posto e una stabilità a cui tornare, dove tutto quello che è il vociare intorno all’arte non arriva.

A te è riuscito di mantenere un punto saldo nella tua vita?
Mi sono accorto adesso che rispetto a quando ho iniziato dieci anni fa sto raggiungendo il massimo della libertà.
Si dice che all’inizio uno goda del massimo della libertà, ma per me non è così.
Perché anche inconsciamente, rispetto a quando hai 20 anni, perdi quel bisogno di approvazione degli altri, quel bisogno di comprensione da parte degli altri, perché raggiungi una sicurezza diversa. Cose che ora faccio con la chitarra acustica e che nel punk erano inconcepibili da accostare, come ad esempio anche l’utilizzo del violoncello, che come suono è troppo delicato, un tempo me le precludevo anche se credevo di essere libero. Andando avanti con il lavoro e l’età raggiungi un margine di libertà che ti permette di fregartene di tantissime cose e di rimanere concentrato su quelle importanti.
Anche il concetto di libertà non è quello che ci viene suggerito e imposto dalla pubblicità, per cui la libertà è scegliere una cosa rispetto a un’altra, e la nostra quantità incredibile di possibilità non sono libertà, quella è confusione. La libertà per me è essere come si è, ed è una, non c’è tanta scelta da fare, c’è solo quella di conoscersi e andare in quella direzione.

Concludendo, se dovessi definire con una espressione o un verso o una parola New York dal tuo punto di vista?
Antica. Mi ha stupito, perché è una città moderna ma di un secolo o due fa, arrugginita, male in arnese, non è Los Angeles che si può considerare la città del futuro. Non è più una città moderna ma è antica, e questo mi è piaciuto molto.

Tommaso Santambrogio

www.leluci.org

Evento correlato
Nome eventoNew York New York. La riscoperta dell’America
Vernissage12/04/2017 ore 12 su invito
Duratadal 12/04/2017 al 17/09/2017
AutoriMimmo Rotella, Arnaldo Pomodoro, Tancredi, Emilio Isgrò, Lucio Fontana, Fortunato Depero, Costantino Nivola
CuratoreFrancesco Tedeschi
Generiarte contemporanea, collettiva
Spazio espositivoMUSEO DEL NOVECENTO
IndirizzoVia Marconi, 1 - Milano - Lombardia
EditoreELECTA
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Tommaso Santambrogio
Milanese classe 1992, Tommaso Santambrogio si è laureato in economia e management per l’arte, la cultura, i media e la comunicazione presso l’Università Bocconi. È appassionato e affamato di tutto, specialmente di ciò che non è economico, come l’arte nella sua totalità, il cinema (più è ricercato o semplicemente geniale meglio è), la musica, la letteratura, la poesia e qualsiasi disciplina culturale e che tocca l’uomo nella profondità dell’animo. Ama viaggiare, come testimoniano le esperienze lavorative in una galleria d’arte contemporanea a Cape Town e presso il festival del cinema indipendente europeo di Parigi. Si considera un regista e uno sceneggiatore, senza però avere il benché minimo diritto per farlo; ha collaborato a diversi progetti culturali e imprenditoriali universitari e non, e ama i sognatori in quanto è l’unica categoria in cui si riesce a identificare.