Rochelle Goldberg, lo spazio e il tempo. L’intervista per la mostra a Bergamo

A Bergamo, la prima personale istituzionale italiana dell’artista canadese immerge gli spazi della GAMeC nella gravità dello smarrimento. Il colore ocra alle pareti sospende ogni profondità di campo, designando elementi scultorei, tra pieni e vuoti, come dispositivi per l’orientamento. I due curatori della mostra, Stefano Raimondi e Sara Fumagalli, ne raccontano i dettagli.

Rochelle Goldberg, No Where, Now Here, 2016 - Courtesy l’artista e Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 - photo Roberto Marossi
Rochelle Goldberg, No Where, Now Here, 2016 - Courtesy l’artista e Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 - photo Roberto Marossi

Una grande installazione, un tappeto di moquette marrone distribuito sull’intera superficie dello spazio espositivo, che agisce come piattaforma monocromatica e paesaggistica su cui vengono presentati i lavori dell’artista: la grande opera No Where, Now Here, che dà il titolo alla mostra e che sviluppa il lavoro presentato quest’anno da Rochelle Goldberg (Vancouver, 1984) all’interno della collettiva Mirror Cells al Whitney Museum di New York, accanto a una nuova serie di lavori scultorei e a un wall-drawing che si estende su tutte le pareti della sala. I curatori Stefano Raimondi e Sara Fumagalli accompagnano, in una doppia intervista, passaggi e dinamiche di un percorso che, alla GAMeC, sembra acquisire nuovo senso.

Secondo voi, quale tassello, tematico ed estetico, aggiunge la prima personale italiana di Rochelle Goldberg, dopo una serie di presenze internazionali di spicco?
La mostra di Rochelle succede a quelle di Cory Arcangel, Ryan McGinley e Rashid Johnson e anticipa quella di Pamela Rosenkranz, che aprirà a maggio 2017. Questo programma, che presenta artisti anche molto diversi tra loro, ha dei punti cardine comuni che ne definiscono l’identità. Per prima cosa, quello che ci interessa è partire dal contesto in cui il museo è inserito, dal suo pubblico di riferimento e da quello potenziale che vogliamo raggiungere.
Quasi tutte queste mostre hanno trasformato o trasformeranno lo spazio in un ambiente emotivo; si tratta di creare territori immersivi che mettono il visitatore al centro dell’opera e offrono modalità di esplorazione, e non più di sola osservazione, sempre diverse. Vogliamo arrivare a un’immediatezza e a un coinvolgimento capaci di stimolare una ricerca in profondità del lavoro dell’artista. Questo approccio, unitamente al fatto di essere mostre presentate in anteprima italiana o europea, come nel caso di Rochelle, ha costruito una specifica e preziosa identità del museo. Ci fa piacere che questo lavoro meticoloso di programmazione venga riconosciuto prima di tutto dagli artisti stessi che hanno sempre, con grande generosità, donato al museo delle importanti opere, segno indelebile di questa storia.

Rochelle Goldberg, No Where, Now Here, 2016 - Courtesy l’artista e Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 - photo Roberto Marossi
Rochelle Goldberg, No Where, Now Here, 2016 – Courtesy l’artista e Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 – photo Roberto Marossi

La selezione dei materiali e dalle lavorazioni, in mostra è decisamente importante. In particolar modo, quali significati assume la ceramica?
La ceramica smaltata è sicuramente un elemento ricorrente nelle opere di Rochelle Goldberg. Come l’artista ha avuto modo di raccontare, la modellazione delle sue sculture è un lavoro molto lungo e intenso e, nell’opera finale, si possono ravvisare le sue impronte rimaste impresse nella materia. La duttilità della materia le consente di dare vita a forme intricate dove, talvolta, è difficile delineare con precisione gli elementi compositivi; inoltre, la ceramica può essere impressa con altri materiali come la pelle sintetica di serpente. Nell’installazione No Where, Now Here, per esempio, quelli che da lontano sembrano pellicani, a uno sguardo ravvicinato appaiono come grovigli instabili di serpenti, gli stessi grovigli che, qua e là, prendono le sembianze di valigette ventiquattrore. Le forme collassano e danno vita a nuove configurazioni in un continuum trasformativo che scardina la distinzione dicotomica fra preda e predatore, dentro e fuori, contenitore e contenuto, materiale e forma. Lo smalto metallico che riveste le superfici delle ceramiche riflette la luce confondendo la percezione dell’oggetto e sfumando i contorni, contribuendo, in ultima analisi, a minare la definizione stessa dell’oggetto.

Come avete seguito i diversi interventi installativi? Sono stati utilizzati artigiani locali o italiani (non solo per gli elementi fittili)?
Dal momento che l’intervento di Rochelle Goldberg ha riguardato l’intero spazio espositivo, rivestendo il pavimento di un tappeto colorato e dipingendo le pareti, fino a una certa altezza, dello stesso colore, siamo partititi dal “contenitore” fino ad arrivare all’installazione vera e propria dei lavori. Da ultimo è stato introdotto l’elemento organico della sabbia lavica miscelata con scorie di carbone e semi di chia, che crea un’ulteriore connessione fra gli elementi della composizione. Per la realizzazione del tappeto ci siamo avvalsi della sponsorizzazione tecnica del Gruppo Radici, mentre per la produzione delle strutture di ferro annerito che attraversano l’installazione e del tavolino su cui poggia la scultura Co-Mingled at Pool, realizzata appositamente per la mostra alla GAMeC, abbiamo collaborato con l’azienda locale Rebuzzi. Entrambe le aziende hanno risposto al meglio alle esigenze del progetto, ottenendo una grande soddisfazione da parte dell’artista.

Rochelle Goldberg, Hands Replace the Deck, 2016 - courtesy l’artista & Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 – photo Roberto Marossi
Rochelle Goldberg, Hands Replace the Deck, 2016 – courtesy l’artista & Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 – photo Roberto Marossi

Potresti raccontare il primo studio visit svolto da lei e il momento esatto in cui hai capito che il suo lavoro avrebbe potuto appartenere alla tua ricerca in GAMeC?
Stefano Raimondi: Emotivamente coincidono. Navy Yard, Brooklyn, 3 novembre 2015. Me lo ricordo bene. Un tempo in quegli spazi enormi e misteriosi costruivano navi da guerra e nella mia immaginazione quel luogo sulle rive dell’Hudson doveva avere l’odore di ferro e carbone, di scenari metallici e strani animali pronti a mutare per adattarsi e sopravvivere. Per questo ho pensato che non poteva esserci per Rochelle posto migliore, visto alcune assonanze con la sua opera. Entro nel suo studio e l’intensità delle opere che stava ultimando per la mostra allo Sculpture Centre di New York mi lascia senza parole. Se avessi potuto le avrei portate via con me, si percepiva una maturità che la mostra della GAMeC a mio avviso ha completamente evidenziato.

Come avete strutturato la mostra?
Stefano Raimondi: Ti dirò la verità: inizialmente il posto che avevo in mente per ospitare la mostra era un’antica cisterna del 1300, ma poi si è aperta la possibilità di realizzare con Sara – che condivideva il mio stesso entusiasmo per il progetto di Rochelle – un nuovo e più significativo progetto alla GAMeC, con un importante catalogo monografico dell’artista. Così, una volta che abbiamo concordato sulla qualità del lavoro, abbiamo presentato a Giacinto Di Pietrantonio il progetto e colto al volo questa possibilità.

Rochelle Goldberg, No Where, Now Here, 2016 - Courtesy l’artista e Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 - photo Roberto Marossi
Rochelle Goldberg, No Where, Now Here, 2016 – Courtesy l’artista e Miguel Abreu Gallery, New York – installation view at GAMeC, Bergamo 2016 – photo Roberto Marossi

A tuo modo di vedere, nei lavori di Rochelle, secondo quali modalità, visivo/percettive si rispecchia la sua incondizionata, materna femminilità?
Sara Fumagalli: L’elemento femminile è molto presente nei lavori di Rochelle in mostra alla GAMeC, ma non so se parlerei di materna femminilità. La figura-guardiano che introduce la narrazione di No Where, Now Here, così come Composite Slip, la maschera attraversata da un cavo di fibra ottica illuminato a LED allestita nel corridoio – che appartiene alla serie Composite Mary – hanno il volto di una donna, nello specifico quello della Vergine Maria. Il riferimento diretto è la Madonna del Prato del Bellini, a cui l’artista si ispira anche per la composizione dell’installazione. Ma le maschere che ci presenta Rochelle Goldberg mantengono dell’originale soltanto la calma dei lineamenti del volto; non possiedono la stessa rassicurante tenerezza di una madre intenta a guardare il figlio. Piuttosto, esse trasmettono una certa inquietudine che, forse, intimidisce persino. La prima non è in contrasto con l’ambiente minaccioso e incerto che si staglia dietro di lei e che è possibile intravedere attraverso la struttura metallica che compone il suo corpo poroso, anzi è empaticamente in perfetta sintonia con ciò che avviene alle sue spalle. Così la seconda è composta, malinconica, ma allo stesso tempo i suoi capelli sono un groviglio dinamico di serpenti che richiamano immediatamente la figura mitologica di Medusa. Nel mito greco, ma anche nelle società più moderne, il corpo femminile evoca spesso ansie e timori. È interessante dunque, a mio modo di vedere, come Rochelle Goldberg proponga piuttosto un’immagine della femminilità non convenzionale e come, in questa maniera, alluda alla diffusa rappresentazione del corpo femminile e della femminilità come un atto politico di dominio e controllo.

Ginevra Bria

Bergamo // fino al 15 gennaio 2017
Rochelle Goldberg – No Where, Now Here
a cura di Stefano Raimondi e Sara Fumagalli
GAMEC
Via San Tomaso 53
035 270272
www.gamec.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/57824/rochelle-goldberg-no-where-now-here/

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.

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