Donald Trump. Una vittoria predetta

Mentre il mondo dell’arte e della cultura occidentale si esercita in alti lai, e sui social network impazzano le interpretazioni rigorosamente ex-post della vittoria del magnate, vale la pena notare che l’immaginario statunitense aveva prefigurato in più occasioni, negli scorsi decenni, qualcosa del genere.

Biff Tannen in Ritorno al Futuro-Parte II (Robert Zemeckis 1989)
Biff Tannen in Ritorno al Futuro-Parte II (Robert Zemeckis 1989)

RITORNO AL PRESENTE
Il punto di partenza obbligato è, ovviamente, Ritorno al Futuro-Parte II (Robert Zemeckis 1989), a metà del quale Marty McFly piomba nel 1985 “sbagliato”. Biff Tannen, a cui il se stesso anziano ha consegnato il mitologico Almanacco dello Sport (e chi di voi da bambino non l’ha desiderato ardentemente, almeno una volta?), ha trasformato una cittadina più o meno ridente in un incubo a cielo aperto. Una distopia realizzata, modellata a propria immagine e somiglianza tra gang scatenate e crimine fuori controllo, senzatetto e privilegio. Il giovane e incredulo protagonista – a partire da una scena esattamente speculare a quella del suo ingresso nella piazza principale del 1955 – affronta un paesaggio urbano e sociale fatto di degrado pauroso, il cui centro fisico e simbolico è il Pleasure Paradise, casinò a ventisette piani tempio del culto di Biff (in origine modellato proprio sul Trump Plaza Hotel, completato nel 1984!).

ANALOGIE INTENZIONALI
Bob Gale, co-sceneggiatore del film, ha dichiarato che le analogie sono del tutto intenzionali e che all’epoca basò i tratti caratteristici della personalità di Biff proprio su quelli di The Donald: “Se abbiamo pensato a lui quando abbiamo realizzato il film? Stai scherzando? Nella scena in cui Marty affronta Biff nel suo ufficio c’è questo grande ritratto alla parete, e c’è un momento in cui Biff si alza e assume l’esatta posizione del ritratto. Beh, direi proprio di sì”.
Stiamo parlando quindi di un tipo particolare e specifico di distopia, in cui la tragedia vira sensibilmente verso la commedia, o almeno si presenta nelle sue vesti, e gli aspetti dell’eccessivo, dell’esorbitante, del sovraccarico tendono a predominare sul resto. (La cultura popolare e l’immaginario collettivo sono intrecciati alla geopolitica in modi che spesso ci risultano indigesti, ma che nondimeno sono molto più “reali” di tantissime rappresentazioni finzionali.)

Frank Miller e Dave Gibbons, Give me Liberty (1990)
Frank Miller e Dave Gibbons, Give me Liberty (1990)

PREDIZIONI A FUMETTI
È stato soprattutto il mondo del fumetto a sviluppare narrativamente questa tendenza. Frank Miller (spesso accusato, peraltro, di essere un pericoloso destrorso) nel 1990 pubblicò insieme a Dave Gibbons per la Dark Horse Comics la mini-serie in quattro volumi Give Me Liberty. Nella vicenda, ambientata in un’America dominata dal caos e sempre sull’orlo della guerra civile, la protagonista Martha Washington si trova a contrastare il Presidente Moretti, un militare che, a causa della sua impreparazione politica, causa la secessione di Manhattan, Brooklyn, della Florida e del Texas. La serie sarà seguita da Martha Washington Goes to War, in cinque volumi, nel 1994.

UN ROMANZO ERETICO
Infine nel 2000 Bruce Sterling – negli Anni Ottanta inventore del cyberpunk insieme a William Gibson – prova a dire la sua su questo tema con il brillante ed eretico Lo spirito dei tempi (Zeitgeist). Il produttore musicale Leggy Starlitz tenta di invadere il mercato musulmano con le G7, il peggior gruppo femminile di sempre (“Non sanno cantare. Non sanno ballare. Vanno in playback. Sulle basi”), i cui membri provengono, come dice il nome, dai maggiori paesi industrializzati. Ambientato tra Istanbul, Cipro, il New Mexico e le Hawaii, il romanzo si muove tra politica del consumo e spettacolo della guerra, illustrando la complessità e le trappole di un pianeta che, sulla spinta della globalizzazione, si è trasformato in un villaggio litigioso e aggressivo, sempre sul punto di esplodere, e in cui la commedia si alterna regolarmente alla catastrofe.
Poi, certo, si potrebbe parlare di altri oggetti culturali, prontamente trasformati in serie tv, come ulteriori prefigurazioni in questo senso (vedi il caso di The Walking Dead e Game of Thrones): ma questa, come si dice, è un’altra storia.
In ogni caso, come dice dallo schermo un tronfio e soddisfatto Biff in Ritorno al futuro, mentre Marty lo guarda attonito: “Just wanna say one thing: God bless America!”.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).