Saul Melman. Uno stendibiancheria da New York a Torino

Barriera di Milano, Torino – fino al 30 settembre 2016. Il lavoro di Saul Melman è il quarto scelto da Christian Caliandro per Opera Viva Barriera di Milano, progetto che si pone come momento di riflessione culturale, con l’obiettivo di non ingabbiare l’arte in luoghi istituzionali. Trasformando così la vita delle persone attraverso una sorta di dialogo ininterrotto con il quartiere.

Saul Melman, Stretched and Still Lies the Midnight, 2016 - particolare
Saul Melman, Stretched and Still Lies the Midnight, 2016 - particolare

“Ed era strano guardare dentro così, senza esser visto, dal balcone. Essere lì, dentro, eppure non esserci”. La frase di Raymond Carver è un utile spunto per comprendere un pezzo della narrazione messa in atto da Saul Melman (Baltimora, 1968) sulla rotatoria di Piazza Bottesini a Torino, quarto artista – dopo Zanbagh Lotfi, Andrea Mastrovito e Aryan Ozmaei – che ha contribuito alla realizzazione di Opera Viva Barriera di Milano, in collaborazione con la fiera Flashback (i prossimi saranno Gian Maria Tosatti e Alessandro Bulgini).
In Stretched and Still Lies the Midnight, Melman realizza un collage fotografico di indumenti stesi su uno stendibiancheria costruito con una sorta di carrucola industriale. Un filo di cui non si sa nulla, dove parte o dove va. Un filo tirato dall’Atlantico in poi, dall’Atlantico a noi, assorbendo a ogni confine un pezzo di quella cultura, uno sguardo, una sbirciata fugace in una finestra, un passaggio distratto, lo svolazzante senso di disordine del quotidiano e il processo di cambiamento degli oggetti stessi, da bagnati ad asciutti, da asciutti a bruciati, un po’ per gioco, un po’ perché la vita ha sfaccettature imprevedibili.
Il manifesto di tre metri per sei non si può non notare, ma la distrazione è spesso complice delle nostre giornate. Se per un attimo si alza la testa, però, si possono vedere anche un panificio, un bar, una scuola guida, un lavasecco rapido e un supermercato. Realtà. Tutta realtà intorno a noi, che aspetta solo di essere scoperta. Questo è il racconto dell’opera di Melman, che ci illumina per un momento come la finestra di un palazzo nel corso della notte, contenendo mondi che possiamo solo intuire, o immaginare in forme diverse, ognuno frutto di un’esperienza unica. A questo serve alzare il naso, per spiare nell’intimità di quel caos e creare mutamento al di là di quello che gli occhi sono in grado di vedere.

Saul Melman, Stretched and Still Lies the Midnight, 2016
Saul Melman, Stretched and Still Lies the Midnight, 2016

Come hai iniziato e cosa ti ha spinto a diventare un artista?
Ci sono queste due foto di me da bambino, in una sto dipingendo su un cavalletto con un’espressione concentratissima, nell’altra sto ascoltando il battito cardiaco del mio cane con uno stetoscopio. Al college mi sono laureato in arte e ho studiato scienze. Ho deciso di andare a scuola di medicina e diventare un dottore specializzato in medicina d’urgenza. Diversi anni dopo sono tornato a fare arte e mi sono iscritto a un Master in Belle Arti e Scultura. Fare arte è un’opportunità senza fine per imparare. Essere un artista mi insegna a mantenere l’attenzione alta nei confronti del mondo che mi circonda. E questa è una continua fonte di ispirazione.

Il primo aspetto che vorrei approfondire riguarda la genesi del tuo lavoro. Come nasce l’idea?
Ho iniziato ponendomi tre domande: 1. chi vedrà questo lavoro ogni giorno? 2. come può un’immagine su un cartellone pubblicitario rispondere in modo dinamico a questa collocazione? Un pedone occupato e una rotonda circondata da tre piccoli parchi; e 3. quali sono le più attuali e urgenti questioni geopolitiche per i torinesi, e in particolare a Barriera di Milano?

Quanto è grande il collegamento tra luoghi e opere?
Gran parte del mio lavoro risponde al sito di installazione. Per esempio, quando mi è stata data l’opportunità di creare un’opera nel PS1, ho trasformato un’enorme caldaia abbandonata che si trovava in una sala espositiva sotterranea. Ora è un’installazione permanente del museo.
Per il progetto di Torino ho cercato di rispondere al clima socio-politico e architettonico del luogo. Per esempio, la direzione di movimento dell’immagine segue la direzione del traffico attorno alla rotonda. Lo stendibiancheria potrebbe quasi finire tra gli alberi nel parco dietro il cartellone, e le calze soffiare nel vento generato dagli alberi. Quando sono arrivato sul posto, sono rimasto sorpreso di scoprire un monumento agli Alpini. Il titolo del mio lavoro, Stretched and Still Lies the Midnight, è preso in prestito da una poesia sulla guerra di Walt Whitman, in cui i corpi amputati diventano l’emblema della frammentazione e della perdita. Così, senza volerlo, c’è una connessione tra il mio lavoro e il memoriale. Amo coincidenze magiche come quelle.

Saul Melman, Stretched and Still Lies the Midnight, 2016 - particolare
Saul Melman, Stretched and Still Lies the Midnight, 2016 – particolare

Come ti sei trovato a Torino? E in Barriera di Milano?
Ho visitato l’Italia molte volte prima di questa mostra, ma questa è stata la mia prima visita a Torino. Lo stendibiancheria è un oggetto che ho spesso incontrato nei miei viaggi attraverso l’Italia, come nel resto del mondo. È un oggetto funzionale e identificabile attraverso le culture. Quando stavo preparando il lavoro nel mio studio a Brooklyn, ho messo insieme quattro diversi stendibiancheria. Ho deciso di usare la carrucola che somigliava di più al coprimozzo di una macchina, facendo riferimento alla storia dell’industria automobilistica di Torino.
All’inaugurazione della mostra un ragazzo mi ha detto di aver interpretato la carrucola dello stendibiancheria come Dio, che si presentava per determinare il destino di tutto in ogni cosa. Cerco sempre di creare un lavoro che consenta agli spettatori di entrare nell’opera e raccontare la propria storia. Che gli spettatori capiscano il mio pensiero iniziale o l’intenzione non è importante.

Perché nella tua opera un paio di calzini sono bruciati?
Le calze rosse sono venute successivamente nel processo di creazione. Il loro colore, i fumetti e il testo erano giusti per il lavoro. Bruciarle non fa altro che seguire la direttiva del testo sulle calze: “Whack, Splat, Zaap, Pow!”. Inoltre bruciarle richiama l’attenzione sulla loro materialità. Le trasforma da pulite e comiche, a ferite e fragili. È stato un mezzo per suggerire un’interpretazione più cupa del lavoro nella sua interezza.

Quando ho visto il tuo lavoro ho pensato a Paolo Cognetti che dice: “New York è una finestra senza tende“. È vero anche per Torino?
Questa è una domanda interessante. Non sono sicuro di cosa intendesse Cognetti, ma mi piace l’immagine di una finestra senza tende come un modo di proporre un’esperienza che è immediata e senza ostacoli. Un modo di vedere che è spogliato di finzioni o decorazioni. L’arte può agire come quel genere di finestra. Mi sforzo di fare un lavoro che non è solo per essere visto, ma una finestra che punta a cose invisibili.

Saul Melman, Central Governor, 2010 - MoMA PS1, New York
Saul Melman, Central Governor, 2010 – MoMA PS1, New York

A kind of productive mental disorder“. Sei d’accordo con questa definizione del tuo lavoro?
Lo scrittore Mark Lane descrive il mio lavoro in questo modo in un articolo per The Believer Magazine. Se l’arte ci può confondere, interrompendo la nostra routine esperienziale, ci offre l’opportunità di mettere in discussione la comprensione di noi stessi e del nostro mondo. Credo che questi interrogativi siano molto produttivi. Il caos può offrire un grande spazio all’apprendimento. A volte mi piace pensare che il mio lavoro abbia il potenziale per soddisfare tale definizione.

Stai già lavorando a nuovi progetti?
Attualmente sto lavorando su un progetto con carta fatta a mano al Dieu Donné Papermill di New York. Mi sto anche preparando per tornare al deserto di Joshua Tree, in California, per proseguire il progetto Heliogram Series, una serie fotografica realizzata con una camera oscura gigante ottenuta dal container di una nave.

Eugenio Giannetta

Torino // fino al 30 settembre 2016
Opera Viva Barriera di MilanoSaul Melman
a cura di Christian Caliandro
PIAZZA BOTTESINI
www.saulmelman.com

MORE INFO:
https://www.artribune.com/dettaglio/evento/55872/opera-viva-in-barriera-di-milano-saul-melman/

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Eugenio Giannetta
Eugenio Giannetta vive a Torino. Giornalista, classe 1986. Si è Laureato alla Facoltà di Lettere di Torino e ha frequentato la Scuola di Giornalismo e Relazioni Pubbliche Carlo Chiavazza. Ha un Master in Comunicazione Sociale presso la Facoltà teologica di Torino. Ha partecipato a workshop di scrittura presso la Scuola Holden e con Davide Calì, aggiornandosi come addetto stampa presso il collettivo di giornalisti Lettera Ventitrè. Collabora con diverse testate giornalistiche per le quali si occupa di cultura, attualità e temi sociali.