Lo IED compie 50 anni. Passato presente futuro in una intervista

Compie mezzo secolo lo IED – Istituto Europeo di Design. Un traguardo non da poco per un ente di formazione privato, che in questi decenni ha moltiplicato le sue sedi in Italia ed è anche sbarcato in Spagna e Brasile. Di storia e futuro abbiamo parlato con Emanuele Soldini, direttore IED Italia.

IED Roma
IED Roma

La nascita nel 1966, il focus sulle professioni, poi l’espansione in Italia e con gli anni anche lo sbarco all’estero. In questa intervista abbiamo ripercorso la storia dello IED insieme a Emanuele Soldini, direttore IED Italia. E ci siamo anche fatti raccontare i progetti a venire.

Quest’anno lo IED compie cinquant’anni. Ci racconta la sua storia?
I cinquant’anni sono un traguardo importante per noi, perché non è così banale raggiungerlo. È una scuola nata da zero, in crescita continua. Oggi è in tre Paesi del mondo con undici sedi e soprattutto è l’unica scuola di questo tipo a essere rimasta totalmente di proprietà italiana.

Com’è nata, nel 1966, l’idea di dare vita allo IED?
Il nostro presidente, che è anche il fondatore, Francesco Morelli, al tempo aveva 24 anni ed era molto attento ai fenomeni che interessavano l’Italia in un periodo di pieno sviluppo. Senza avere una preparazione specifica nel settore, ha individuato le nuove professioni creative che in quel momento stavano emergendo, con un’attenzione particolare al mercato e al marketing, differenziando così lo IED dalle altre iniziative ed esperienze italiane, come la Scuola Sperimentale di Venezia o la Scuola di Novara, che poi è diventata la Scuola Politecnica.

Il valore aggiunto quindi è stato proprio questo côté pragmatico che latitava nella formazione pubblica?
Assolutamente sì, un côté pragmatico molto vicino al mercato e ai docenti professionisti, che ai tempi non era affatto una banalità. Milano era già il luogo dove stare per esercitare questi mestieri. Le aziende hanno avuto da subito un ruolo chiave: sviluppare simulazioni professionali ha per noi un’importanza strategica, perché forma gli studenti in modo pragmatico, appunto. La formula è stata dunque semplice ma innovativa rispetto alla realtà italiana.

IED Roma
IED Roma

Il focus inizialmente è stato il design e la moda, giusto?
Si è iniziato con il design e subito dopo è toccato alla fotografia e alla moda. E poi alla grafica e ai corsi di marketing, perché fin dall’inizio l’anima era duplice: creatività da una parte e mercato dall’altra.

E sul piano della distribuzione geografica, com’è stata l’evoluzione?
L’evoluzione è stata: Milano nel 1966, Roma nel 1973, Cagliari nel 1984 e Torino nel 1989. Poi, dal punto di vista strategico, si è capito che bisognava muoversi e andare all’estero, quindi abbiamo aperto in Spagna, prima a Madrid nel 1993 e poi a Barcellona nel 2002. Sono seguite Venezia nel 2006, Firenze e Como nel 2009, e infine Rio de Janeiro nel 2013.

Tornando al pragmatismo, è uno degli aspetti che vi distingue dalla formazione pubblica. Però non esiste solo questa peculiarità, pur essendo fondamentale.
Nei primi trent’anni la nostra storia è stata libera dai riconoscimenti accademici e questo ci ha consentito di essere molto veloci nel lanciare corsi, anche al di fuori dei canonici processi di riconoscimento e della burocrazia che ne consegue. Con il tempo, i piani di studi si sono evoluti; lo IED non è solo una scuola dove si fa mestiere, ma anche dove si fa cultura.

Emanuele Soldini, Direttore IED Italia
Emanuele Soldini, Direttore IED Italia

Per quanto riguarda i competitor privati, cosa pensa della scena formativa creativa in Italia?
Ci sono tanti attori. Io penso sempre che al competitor si debba guardare, ma fino a un certo punto. L’importante è fare cose buone, che poi il mercato riconosce. Esistono molte realtà, soprattutto a Milano, dove questa competizione ha garantito alla città di continuare a essere un punto di riferimento per tutte le discipline del settore.

Quanti sono i vostri studenti stranieri? Milano esercita un grosso appeal su di loro?
Noi siamo stati i primi a lanciare una serie di corsi in inglese negli Anni Novanta. I corsi di moda e interior design contano il maggior numero di studenti stranieri, perché sono i due asset principali. I corsi in lingua italiana contano il 50% di studenti stranieri. Negli ultimi cinque o sei anni i corsi in lingua inglese stanno finalmente vedendo aumentare il numero di iscritti italiani, che all’inizio erano molto impauriti dal fatto di non essere all’altezza. Ora è diverso: per esempio, i master di design sono tenuti esclusivamente in lingua inglese. Oggi è il mercato a richiederlo. Anche i docenti devono essere all’altezza del compito di insegnare in lingua inglese, quindi la selezione del corpo insegnante è difficile, ma fondamentale.

E nel campo delle arti visive quali sono le novità che può offrire lo IED?
La nostra caratteristica è di avere gli stessi focus in tutte le sedi e questo ci consente delle opportunità che fino a oggi abbiamo sfruttato poco sul piano della mobilità. Lo dico perché anche nel settore arte abbiamo già attivi dei corsi che consentono di trascorrere alcuni periodi in sedi diverse. Da qualche anno, per esempio, abbiamo un corso attivo tra Venezia e Roma. In generale, è uno dei temi su cui ci focalizzeremo, forse non tanto sull’area management, perché già moltissime università tengono corsi in quest’ambito, ma su attività più specifiche e vicine al nostro DNA.

Marco Enrico Giacomelli

http://www.ied.it/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.