I Due Sublimi dell’Arte Generativa
Prosegue la polemica sull’ampliamento del museo romano ad opera di un grande studio di architettura. Questa volta a intervenire è l’ex direttrice, alla guida dell’istituzione per 22 anni che in questa intervista entra in polemica aperta con il Comune di Roma
È stata senza dubbio, tra le direttrici di museo più celebri e autorevoli di Italia, familiare persino ai non addetti ai lavori e seconda per fama solo alla mitica Palma Bucarelli della Galleria Nazionale. Ma Anna Coliva, per 22 anni (dal 1998 al 2020) a capo della Galleria Borghese, in questa bufera scatenata dalla proposta di edificare ampliamento del meraviglioso “teatro dell’universo” museo-capolavoro del Cardinal Scipione, non è voluta finora intervenire.
Pur sollecitata da molti media, ma restia a lasciare veloci e sporadici commenti, eccola ora invece disposta a ragionare su un tema delicato che ne solleva molti altri e che pone al centro del dibattere princípi storici ed etici come riuscire a conciliare la responsabilità della tutela e la crescita del patrimonio in armonia con il mondo che ci circonda.
L’arte contemporanea a Galleria Borghese
Cosa a lei talmente a cuore che le costò anche polemiche e ostilità, essendo stata la prima direttrice a far entrare l’arte contemporanea il quel tempio barocco e a chiedere persino agli artisti di immaginare progetti site-specific. Ma di fronte alla proposta avanzata dal Comune di Roma di concerto con lo sponsor Proger Spa disposto a finanziare con 875.750,19 euro il concorso di idee finalizzato alla “fornitura di un nuovo edificio in uno spazio contermine alla sede del museo”, ecco i pensieri e le motivazioni che la spingono a evidenziare i rischi, a suo parere, di tanta operazione.

Intervista ad Anna Coliva
In mezzo alla polemica che ha diviso il mondo dell’arte, quello accademico, politico e architettonico, lei, pur essendo tra le figure più “informate sui fatti”, si è tirata in disparte rifiutando di commentare questo progetto di ampliamento. Cosa la tratteneva? E ora finalmente, può dirci cosa ne pensa?
Tralasciando le ovvie considerazioni sull’intoccabilità di un luogo prezioso e magnifico come la Villa Borghese, sottoposta a vincolo esattamente come l’edificio del Museo e pertanto intoccabile, è bene considerare ciò che è più sorprendente nella vicenda dell’ampliamento. Ed è il silenzio di tutti i commentatori -sia i favorevoli che i contrari- su alcune contraddizioni che dovrebbero saltare all’occhio.
Quali contraddizioni?
La prima è proprio sulla questione chiave, quella che ha portato a richiedere un “progetto di fattibilità tecnico economica per realizzare “un nuovo volume” (edificio) “contermine” (accanto) al Museo Galleria Borghese “…” per accogliere simultaneamente un maggior numero di visitatori”: cioè la struttura stessa della Villa che richiede ingressi contingentati. Da qui la necessità di un nuovo edificio “perché l’attuale configurazione dell’immobile monumentale impone limiti strutturali all’accoglienza, alla sicurezza e accessibilità dei percorsi”, ribadiscono il contratto di sponsorizzazione e la Memoria di giunta del 24 maggio 2026.
Ma un edificio “contermine”, bello o brutto che sia, cosa risolverebbe rispetto alla capienza del Museo? Come potrebbe fare accogliere a quest’ultimo, “simultaneamente un maggior numero di visitatori “? Il nuovo edificio potrebbe essere usato in tutti i modi possibili, quelli dichiarati e quelli no (nella Memoria di adesione al progetto della società Proger, molto stimata dal sindaco Gualtieri, ma che ha sentore di project financing, si parla di “successiva governance”) potrebbe essere usato per distrarre il pubblico con ogni tipo di intrattenimento digitale ma, a meno che non lo si sfinisca, prima o poi questo pubblico vorrà entrare nel vero museo. Dunque, cosa risolve un edificio nuovo? È bizzarro che l’oggetto stesso del progetto non sia stato chiarito da chi si è prodigato in esempi dolorosi di accessi negati, di spazi angusti, di visitatori delusi e disperati di non poter vedere sino all’ultima opera dei depositi. Le quali peraltro sono tutte esposte e visibili sin dal 2002, quando un’importante sponsorizzazione rese la Galleria Borghese l’unico museo al mondo con i depositi allestiti con criteri museali e normalmente visitabili. Ma c’è un punto ancora più sensibile…
Che cosa intende?
Voglio dire che sorprende la scarsa conoscenza del luogo stesso di cui si dibatte, lo straordinario insieme urbanistico e architettonico costituito dal Museo, dalla Meridiana, dall’Uccelliera e dagli Uffizi. La villa e le sue collezioni appartengono allo Stato; gli altri tre edifici furono inspiegabilmente assegnati alla competenza del Comune nel 1903 e da questi mai restituiti, nonostante le richieste, le proposte anche di cogestione, le offerte di sostegno dei costi, avanzate dalla Galleria al Comune negli ultimi trent’anni. Precisamente dal giugno del 1997, quando fu sottoscritto, dall’allora sindaco Rutelli e dal ministro Veltroni, il progetto “Parco dei Musei”.
Ci spieghi meglio.
Piccoli e piccolissimi interessi legati a quegli spazi hanno fatto scegliere al Comune, come al solito, di non agire, cosicché lo straordinario complesso è sempre rimasto colpevolmente frammentato. Col progetto Parco dei Musei molte delle funzioni – solo ora invocate come irrinunciabili ma sinora impedite dalla stessa Amministrazione Comunale – trovavano una possibile soluzione. L’edificio della Meridiana doveva essere destinato agli archivi, al centro di ricerca e documentazione, alla biblioteca; quello dell’Uccelliera, con la sua ariosa struttura e capienza, era il perfetto spazio per conferenze; quello degli Uffizi poteva ospitare la biglietteria e la caffetteria affacciata sul giardino.
Si liberava così il vasto piano seminterrato della Palazzina, spazio magnifico recuperato con i lavori del 1997, da adibire alle mostre, aperto senza necessità di contingentamento perché accessibile direttamente dall’esterno. L’ultimo piano invece, liberato da archivio, biblioteca e parte degli uffici, doveva ampliare lo spazio dei depositi. Che, va detto, è sempre sembrato del tutto sufficiente visto l’assai limitato numero di opere – circa 200 – che vi sono contenute. Nell’insieme un progetto di ripristino storico-architettonico non invasivo ma che ha il difetto di costare pochissimo, di non necessitare di sponsor tecnici e di sostenitori illustri ma solo delle normali competenze di un direttore di museo.
Ma forse non avrebbero consentito tutte le attività “altre” che oggi si richiedono. Attività che potrebbe invece essere accolte da un nuovo edificio….
Non sarebbe l’unico caso, perché non sarà mai possibile avere negli edifici storici le innumerevoli funzioni che sogneremmo noi tutti direttori di museo; ma questo vale per ogni grande monumento o scavo o tesoro paesaggistico d’Italia. O dovremmo prevedere, accanto ad ognuno di essi – alla Camera degli Sposi di Mantova o alla Cappella del Cristo Velato di Napoli – nuovi edifici funzionali? O una prolunga davanti alla vietatissima spiaggia di Budelli dove costruire un magnifico resort? Se la natura o l’architettura frappongono degli ostacoli all’intensivo sfruttamento di ogni spazio possibile, come dimostra di voler fare il progetto, tali ostacoli devono diventare occasione di inventiva e creatività, ma anche di umile adeguamento ad essi.
Lei era a conoscenza del progetto?
Assolutamente no. L’intera operazione sorprende per la fretta di approvare, senza un preventivo dibattito, un progetto tanto clamoroso. Rivela un bisogno, di spendere gli enormi fondi piovuti sulla città che impediscono seri approfondimenti.
L’unico rimasto in silenzio in questo clamore è il Ministro.
Forse è in attesa di capire. Dimostra in questo una innegabile onestà intellettuale perché al contrario, per Palazzo Labia a Venezia, ha indetto addirittura un’assemblea pubblica.
L’estemporanea iniziativa, quindi, sembra provenire tutta dalla giunta comunale. Ma che c’entra il Comune?
La mera attribuzione del suolo non gli conferisce la competenza né scientifica né patrimoniale. Stupisce soprattutto perché il Comune non ha mai dimostrato un interesse così smodato per la cultura, meno che mai per quella contemporanea, come espresso ora e per questa occasione nella citata Memoria.
Il progetto è difeso dai contemporaneisti contro i passatisti che difendono sempre l’esistente.
Non credo di poter essere considerata una passatista. Ovviamente il dibattito su cui è stato dirottato il progetto – diatriba tra antico e moderno, le accuse di conservatorismo e passatismo contro chi si oppone – non c’entra nulla e sembra piuttosto essere usato come una porporina culturale sparsa per offuscare altre ragioni. Ma molti ci sono cascati e ne dibattono con fervore.
Del resto, si inserisce su un dibattito più ampio che coinvolge ad esempio anche l’invasione di cantieri per la nuova metro nel centro storico e barocco di Roma…
Le ‘archeostazioni’ della metropolitana sono operazione analoga al progetto di ampliamento della Borghese. Mentre le tendenze più avanzate indicano di mimetizzare il più possibile queste stazioni nel contesto, a Roma si sta procedendo a una nuova, enorme stazione che, si suppone, avrà le stesse caratteristiche di modesta architettura da mega-store di quella del Colosseo. E megastore sarà, perché le sue improponibili dimensioni servono solo per collocarvi negozi di sfruttamento sempre più intenso del turismo. Ma ecco spuntare la cultura a camuffare la speculazione commerciale: l’idea del “museo”, tradotta nel disporre qualche vetrina per i reperti trovati.
Ma stavolta la megastazione è prevista davanti alla Chiesa Nuova e all’Oratorio dei Filippini, vale a dire uno dei complessi monumentali più straordinari del Barocco, distruggendone per sempre il meraviglioso equilibrio e buona parte della visibilità con un manufatto invasivo. Lo spropositato cantiere ha già invaso tutta la piazza e nasconderà le facciate dell’Oratorio dei Filippini e della Chiesa Nuova per almeno vent’anni. Molti non le vedranno più e gli altri faranno in tempo a dimenticarle: così la loro distruzione sarà meno dolorosa.
Come vede nell’insieme Roma e la sua politica?
Tutta proiettata agli ‘eventi’, allo sfruttamento turistico e al sostegno di chi lo pratica, a intero discapito di chi non è coinvolto in esso. Il turismo è la via più facile per far cassa, si fa da solo, basta non ostacolare la speculazione. Al contrario un vero, solido sviluppo economico ha bisogno di alte competenze, di programmazione, di visione. È più impegnativo.
Alessandra Mammì
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