Posti di lavoro nel settore culturale: l’annoso problema dell’overeducation

Sono sempre di più i laureati che partecipano a selezioni per lavori nel mondo della cultura che non richiedono qualifiche specializzate. Ma quali sono le ricadute – sociali ed economiche – di questa tendenza?

Photo Mario Gogh via Unsplash
Photo Mario Gogh via Unsplash

Recentemente il Ministero della Cultura ha pubblicato un avviso per la selezione di candidati da assumere come operatori di custodia, vigilanza e accoglienza. In totale, si ricercano in tutta Italia 150 risorse, con almeno il diploma di licenza di scuola media.
Guardando al nostro recente passato, e guardando anche alla nostra condizione attuale, è facile immaginare che a partecipare al concorso ci saranno anche persone iper-formate rispetto alla posizione: diplomati, laureati, con master, con dottorati. Se così fosse, ancora una volta un semplice annuncio di lavoro finirà con l’essere il riflesso dello stato di salute della nostra struttura sociale ed economica: un sistema che spinge sempre più alla formazione universitaria (anche per obbedire a obiettivi di natura comunitaria), e un mercato del lavoro molto più lento, e che necessita di lavori che non richiedono tutte queste competenze.

CHE COS’È L’OVEREDUCATION

In ambito anglosassone, la condizione per cui un ruolo è ricoperto da una persona con competenze eccessive rispetto a quelle necessarie viene indicata con il termine overeducation. Detto in termini formali, si considera overeducation la condizione per la quale il titolo di studio non è stato necessario per acquisire il posto di lavoro. Come sarebbe nel caso dei laureati nel concorso appena richiamato. Condizione che in Italia assume dati che richiedono quantomeno attenzione: a 5 anni dalla laurea, la percentuale media di overeducated, e quindi di persone che hanno trovato un lavoro per il quale il percorso di studi non è stato determinante ai fini di ingresso, sono più dell’11%, con picchi che riguardano proprio le discipline letterarie, casi in cui l’overeducation arriva a circa il 18%. Condizione questa che denota una bassa capacità del sistema economico di assorbire i lavoratori con qualifiche elevate.

Si considera overeducation la condizione per la quale il titolo di studio non è stato necessario per acquisire il posto di lavoro”.

Per quanto possa essere d’appeal sostenere che in Italia anche il custode ha un dottorato, in realtà non è un bene per nessuno: non è un bene per gli iper-formati, che si trovano a fare un lavoro che non li stimolerà mai, non è un bene per i non-iper-formati, che si trovano a dover competere anche per lavori non di concetto, non è un bene per il nostro sistema sociale, che svilisce gli anni di preparazione, oltre ad agire direttamente anche sul reddito medio annuo.
Certo, dal punto di vista contrattuale, per il pubblico, qualcuno potrebbe anche sostenere che sia una condizione favorevole: in questo modo il settore pubblico potrà contare sulla presenza di tanti laureati, che partecipano volontariamente a concorsi per lavori che prevedono un compenso ben più modesto di quanto sarebbe necessario altrimenti.
Ma è soltanto una visione miope, di chi non riesce a guardare l’insieme e pertanto si concentra soltanto su un piccolo dettaglio. Non si può non tener conto del fatto che, nel frattempo, per far fronte a emergenze occupazionali e salari troppo bassi, sono in essere misure straordinarie di sostegno economico e misure specifiche per favorire il consumo culturale.
Quindi, da un lato, lo Stato che paga di meno, ma dall’altro lo Stato che paga di più per incrementare i consumi: così si possono aggirare le logiche di stampo prettamente ragionieristico che spesso hanno contraddistinto grande parte dei nostri ultimi anni politici ed economici.

IPOTESI PER IL FUTURO

Sarebbe forse più giusto stabilire dei limiti: se possono partecipare al concorso le persone che hanno un diploma di scuola media, si possono presentare soltanto coloro che hanno, al massimo, un diploma.
Il problema è che poi l’Amministrazione dovrebbe anche contemplare delle assunzioni, a tempo indeterminato, anche per i laureati. Perché un disoccupato laureato costa molto di più alla collettività. Non solo per le potenzialità, ma anche perché negli anni di studio ha eroso risparmi. Ma, nell’attuale schema di visione delle assunzioni pubbliche, questa prospettiva è ancora lontana dall’essere applicabile.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.