Il Museo di Carlo Calenda. Tra idee coraggiose e qualche perplessità

Irrompe in campagna elettorale la proposta di un Museo della Storia della Città che accorpi tutte le diverse collezioni di Roma antica. La diagnosi è condivisibile, l’obiettivo forse un po’ velleitario, il target fuori fuoco. Qualche domanda per non far cadere l’idea nel calderone agostano di una campagna elettorale deprimente.

Centrale Montemartini, Roma
Centrale Montemartini, Roma

L’idea del candidato sindaco di Roma Carlo Calenda di creare un “maestoso” Museo della Storia della Città al posto dei Musei Capitolini è interessante e merita una riflessione di spessore maggiore rispetto al dibattito politico che rischia di prendere come sempre il sopravvento. Il punto di partenza non può che essere il dettaglio della proposta, così come formulato dal suo comitato sul sito.

AL DI LÀ DELLA BUROCRAZIA

Si vuole qui premettere che le questioni gestionali-burocratiche appaiono in questa sede assai poco interessanti. Vogliamo discutere il merito della proposta, l’utilità e opportunità dell’idea, lasciando la querelle sulla fattibilità concreta ad altri ben più qualificati tavoli. Si pensa infatti, magari sbagliando per ingenuità, che se una cosa è giusta o utile, essa prima o poi diverrà fattibile, e gli ostacoli alla sua concretizzazione saranno rimossi, col buon concorso di tutti. Se invece una cosa è sbagliata, o almeno non così utile come sembra, è meglio intuirlo prima di immergersi in questioni come le criticità di un trasloco massiccio delle collezioni, le difficoltà di una collaborazione tra Roma Capitale e Stato, il modello gestionale più adeguato (una Fondazione?) e altre amenità. Per questo parleremo soltanto dell’idea.

MUSEO DIFFUSO O MUSEO CENTRALIZZATO?

In primo luogo, appare assolutamente condivisibile la diagnosi di una attrattività inferiore al suo potenziale del circuito museale incentrato sull’archeologia. Il patrimonio antico “indoor” risulta disperso tra almeno quattro musei comunali – Palazzo Braschi, il Museo della Civiltà Romana, la Centrale Montemartini e ovviamente gli stessi Musei Capitolini – e due musei statali, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps.
Tale frammentazione ha vantaggi e svantaggi: i primi consistono nel portare cultura e conoscenza su un tessuto urbano più vasto, in alcuni casi semi-centrale (come Montemartini a Ostiense) o periferico (la Civiltà Romana all’Eur); i secondi, invece, sono rappresentati dal rischio di disperdere la buona volontà del visitatore, soprattutto non romano, il quale magari, avendo poco tempo a disposizione, si vede costretto a sacrificare alcune mete, quasi sempre le più lontane dal centro (in molti casi non è neppure a conoscenza della loro esistenza). Le ragioni del museo diffuso si contrappongono quindi a quelle del museo centralizzato, pensato sullo stile dei musei-simbolo delle altre grandi capitali europee.

Savinio. Incanto e mito. Exhibition view at Palazzo Altemps, Roma 2021. Photo Studiozabalik
Savinio. Incanto e mito. Exhibition view at Palazzo Altemps, Roma 2021. Photo Studiozabalik

IL PARAGONE COL LOUVRE NON REGGE

Calenda infatti propone un confronto tra Musei Capitolini e Louvre o British Museum, sulla base del numero di visitatori totali nel 2019 (pre-Covid). Mentre i nostri hanno avuto soltanto 445mila ingressi, quelli di Parigi e Londra ne hanno contati rispettivamente ben 9 e 6 milioni. Numeri impietosi, senza dubbio. Tuttavia anche questo confronto mostra un limite, ovvero il non considerare che Roma ha già un grande museo-simbolo in grado di rivaleggiare, se non per numero di visitatori, quantomeno per immagine internazionale e dimensioni: sono i Musei Vaticani, che però hanno anche il difetto ineliminabile di appartenere a un altro Stato.
È sacrosanto investire su un maggiore appeal dei musei comunali romani, ma appare un po’ velleitario sperare che questi possano diventare il nostro Louvre. Si consideri inoltre che Roma può vantare un’altra perla, per restare alla dimensione prettamente museale, quale la Galleria Borghese. È vero che le opere ospitate in queste sedi appartengono a periodi storici differenti, e per questo sono poco sovrapponibili dal punto di vista storico-scientifico: ma non è affatto detto che il turista, anzi il visitatore medio, possa essere incentivato a dedicare così tanto tempo a musei tradizionali (al chiuso) in una città che ospita così tanta arte all’aperto, e la cui immagine – troppo da cartolina? –  è a tal punto caratterizzata dal paesaggio architettonico. Insomma, il nuovo museo proposto da Calenda potrebbe mai scalzare i Musei Vaticani nella classifica di museo romano più visitato? Ne dubitiamo fortemente.

IL MUSEO DI CALENDA PORTEREBBE UN SURPLUS DI VISITATORI?

Qui entra in gioco la questione archeologica. Il museo di Calenda vorrebbe instaurare “una vera sinergia” tra i “nuovi” musei capitolini (lettera qui minuscola) e l’Area Archeologica, poiché accorpando sul Campidoglio, proprio a un passo da Fori Imperiali e Palatino, le opere antiche provenienti da altri siti della città, si amplierebbero gli attuali spazi dagli odierni 14mila mq a quasi 50mila, tendendo alle dimensioni degli altri grandi musei internazionali. L’idea di una “sinergia”, che qui significa “vicinanza fisica” a meno di altre sfumature che non sono ancora suggerite, è positiva. Però occorre chiedersi, con trasparente sincerità e onestà intellettuale, quale sia il fine di una così importante operazione.
Si è già detto che si vuole rivaleggiare con il Louvre, e quanto questo possa essere illusorio in una città come Roma. La domanda successiva è quanti più visitatori si possa ragionevolmente supporre di attrarre, con un nuovo grande museo sul Campidoglio. A quanto si legge dal manifesto elettorale, non sembra siano state fatte simulazioni, o creati scenari quantitativi in tal senso. In mancanza di dati, si può avanzare il dubbio che i turisti/visitatori interessati alla Roma archeologica, una volta visitati il Colosseo, i Fori e annesso Palatino, il Pantheon, magari anche il recente e ben pubblicizzato Mausoleo di Augusto, possano dirsi appagati del loro tour nell’antichità, e quindi non rispondere in maniera incrementale alla visita di un museo indoor, per quanto comodo da raggiungere e soprattutto “maestoso” per dimensioni e ambizione culturale.
Naturalmente si sta semplificando, ma il dubbio è che il surplus di visitatori che ne deriverebbe (ammesso e non concesso che si verifichi davvero) possa non compensare, appieno o a sufficienza, il deficit causato dalla chiusura delle collezioni periferiche (un deficit quantitativamente basso, ma comunque presente). Insomma, il gioco vale veramente la candela? Sarebbe meglio discutere di scenari quantitativi, invece di affidarsi alle suggestioni, positive o negative che siano.

Roma, Fori Imperiali. Photocredits Irene Fanizza
Roma, Fori Imperiali. Photocredits Irene Fanizza

QUALE TARGET PER IL MUSEO DELLA STORIA DELLA CITTÀ?

Tutto quanto detto finora dipende da un assunto: che la finalità principale di Calenda sia quella di valorizzare l’arte antica della capitale in termini di maggiori visite totali. Se questo assunto non fosse vero, l’intero discorso apparirebbe del tutto sproporzionato e quindi inutile. In alcune conversazioni su Twitter, Calenda ha affermato che il target della sua proposta è rappresentato dallo studente italiano: è agli studenti, alle scuole, che il nuovo museo vuole offrire una opportunità e una esperienza uniche per apprendere la storia di Roma antica, e qui si inserisce l’ultima parte della proposta, ovvero la “finalità didattica” e la “multimedialità”. Su questi aspetti, davvero poco da commentare. Come si può essere contrari a qualunque tipo di proposta avente l’obiettivo di migliorare il modo in cui avviene la fruizione delle opere, soprattutto nei confronti del pubblico più giovane? Su questo capitolo è lecito sperare che non avvengano divisioni, e che la finalità di tutti sia quella di valorizzare (molto) più e (molto) meglio il patrimonio artistico di Roma.
È però bene intendersi sul target, perché da questo si può definire la strategia. Il vero target del museo è il visitatore medio (ergo il numero di biglietti totali), o lo studente italiano (ergo il numero di biglietti per le scuole)? Le due cose possono certo andare insieme, ma se il reale obiettivo sono le scuole, allora forse si potrebbero pensare altri percorsi, meglio costruiti e comunicati, prima di arrivare a una vera e propria rivoluzione dell’attuale assetto museale. Ad esempio, la Centrale Montemartini, con il dialogo tra antichità romana e archeologia industriale del quartiere Ostiense, rappresenta un gioiello che le scuole di tutta Italia potrebbero molto apprezzare, se solo lo conoscessero come esso merita. Sarebbe un peccato dismettere questa sede, che pur non essendo dentro le Mura Aureliane è una tappa di sicuro interesse per il visitatore, romano e non.

LA CULTURA AL CENTRO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

In conclusione, il dibattito dovrebbe incentrarsi su obiettivi e strumenti per conseguirli, avendo ben chiari i risultati attesi. Ecco un brevissimo formulario di domande-guida, oltre a quelle già poste. Si sono analizzati scenari alternativi, meno impegnativi ma comunque in grado di migliorare l’offerta culturale museale, come ad esempio un radicale cambio di comunicazione e di marketing culturale (perdonate la parola che ad alcuni farà storcere il naso)? Sempre prima del, e in alternativa al grande museo, si sono pensati nuovi percorsi turistici, itinerari didattici, agevolazioni fatte con intelligenza, con l’auspicato supporto e collaborazione del sistema di trasporto urbano (ahinoi non in buone condizioni, ma dobbiamo accontentarci)?
Si sono ipotizzate più forti “sinergie” di tutti gli attori culturali presenti sulla scena, insomma un gioco di squadra tra Comune, Regione, Stato, aziende, operatori culturali, associazioni ecc., magari pensando anche ad “alleanze” interregionali ad esempio con il Museo Archeologico di Napoli, Pompei ed Ercolano? Sinergia è una parola a forte “rischio di vuoto”, dipende da come la si interpreta. Però vi è tantissimo spazio per fare sistema, non soltanto aprendo e chiudendo musei ma anche elaborando sullo status quo, che non è comunque tutto da buttare. Basti vedere, mutatis mutandis, la rinascita del MAXXI che, pur trattando la più “trendy” arte contemporanea ha saputo reinventarsi negli ultimi anni non solo come sede espositiva ma come più esteso polo culturale.
La proposta di Calenda è di grande interesse e ha il merito di avere finalmente portato la parola “cultura” in un dibattito elettorale di deprimente povertà. Una razionalizzazione del patrimonio museale antico appare sensata e opportuna, ma il museo diffuso continua ad avere una importante funzione di presidio culturale sul territorio. Forse, prima di rottamare un intero sistema al grido di “non abbiamo un Louvre a Roma”, occorre ponderare meglio le alternative e far di numero un po’ più di quanto non appaia dal dépliant programmatico. Ma evviva la proposta, ed evviva chi ha il coraggio di osare.

– Marco D’Egidio

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Marco D'Egidio
Ingegnere civile con la passione dell'arte e del cinema, scrive recensioni per Artribune da quando la rivista è stata fondata. Nel frattempo, ha recensito anche per Giudizio Universale e pubblicato qualche editoriale sul sito T-Mag. Sempre a tempo perso, tiene un blog sull'Huffington Post, dove segue i temi dell'attualità politica (ma pure dell'attualità in generale). Nato a Cremona nel 1984, vive e lavora a Roma. Quando può, viaggia.