Carlo Calenda vuole far sloggiare il Comune di Roma dal Campidoglio: e perché no?!

È tra i punti portanti del programma elettorale dell’aspirante sindaco della Capitale: rendere il Campidoglio un grande museo sulla storia di Roma antica, includendo collezioni provenienti da altri musei della città e spostando gli uffici del Comune altrove

Carlo Calenda
Carlo Calenda

“I Musei Capitolini sono bellissimi ma la parte romana semplicemente non spiega Roma. Vogliamo accorpare le collezioni romane, nazionali e comunali, nei tre palazzi del Campidoglio. Dando vita a un museo unico al mondo, moderno e comprensibile”. Boom. Apriti cielo. Il candidato sindaco vuole mettere le mani sul più antico museo del mondo! Con queste parole – accompagnate da un video e da un piano in 12 pagine su pdf – il  Carlo Calenda ha presentato uno dei punti del suo programma elettorale dedicato alla cultura: la riorganizzazione delle collezioni archeologiche (e non solo) che insistono sulla città di Roma e la realizzazione di un “Museo Unico per la Roma Antica”. Il nuovo museo sarebbe il frutto dell’“accorpamento” di tutte le collezioni custodite in città in una unica sede o per meglio dire in un’unica area, quella del Campidoglio, dove attualmente sorgono i Musei Capitolini e il Palazzo Senatorio. Stando al piano di Calenda, tutti gli uffici del Comune andrebbero spostati fuori dal Campidoglio, per lasciare quindi spazio al grande Museo di Città con dimensioni finalmente adeguate per competere con gli altri musei di Roma e delle altre capitali europee.

MUSEO DI CITTÀ DI ROMA. L’IDEA DI CALENDA

Il grande Museo di Città ambirebbe così accogliere tutte le collezioni, sia comunali sia statali, sparpagliate in diversi musei: Palazzo Massimo (Stato), Palazzo Altemps (Stato), Crypta Balbi (Stato), Museo di Roma – Palazzo Braschi (Comune), Museo della Civiltà Romana (Comune), Collezione della Centrale Montemartini (Comune) e Musei Capitolini (Comune). “Trasferire le opere in un unico centro museale”, si legge nel programma, “sarà anche la soluzione alla problematica della frammentazione delle collezioni, le quali raccontano parti della stessa storia ma in spazi espositivi differenti. È necessario uniformare la gestione delle collezioni e dell’area archeologica circostante. La nostra proposta è quella di creare una fondazione partecipata dal Comune e dal MiC, alla quale affidare la gestione del nuovo percorso culturale”. Alla base di questo progetto è il concetto di “ottimizzazione” (assai caro alla narrativa calendiana), ovvero cercare di concentrare in un unico luogo il patrimonio museale riguardante la storia antica della città che attualmente è frammentato tra più sedi espositive, risultando così poco attrattivo – e anche di complicata fruizione – ai romani, alle scuole e ai turisti. Tale frammentazione porterebbe inoltre alla “dispersione della narrazione storica”, rendendo “i musei romani poco attrattivi. I Musei Comunali, per esempio, accolgono solo il 5% dei visitatori dei Musei di Roma, rispetto al 21% dei Musei Vaticani e al 73% dei Musei gestiti dallo Stato”.

LA FRAMMENTAZIONE DELLE COLLEZIONI DEL PATRIMONIO ARTISTICO ROMANO

L’idea di Calenda andrebbe quindi a colmare questa lacuna logistica, didattica e anche di immagine – “a differenza di tutte le altre capitali europee”, si legge nel programma, “Roma non ha un grande museo pubblico rappresentativo della Città. Parigi, Londra, Stoccolma, Amsterdam hanno saputo creare grandi strutture dedicate alla loro storia, mettendo a sistema le opere più rilevanti e garantendo continuità e solennità alla narrazione” –, facendo del Museo di Città uno dei più grandi musei internazionali: l’attuale superficie espositiva dei Musei Capitolini è di circa 14 mila mq; per accogliere le collezioni attualmente collocate negli altri musei romani, servirebbero 34.730 mq, arrivando così a circa 49mila mq. “Questo gli permetterebbe”, sottolinea il programma, “di avvicinarsi notevolmente alle dimensioni di altri grandi musei internazionali come, per esempio, il Louvre di Parigi (73 mila mq)”. Gli oltre 34mila mq necessari per accogliere le diverse collezioni verrebbero ricavati dagli spazi attualmente occupati dagli uffici comunali, e dall’aggiunta di nuove sedi: “proponiamo di destinare i vicini spazi di Villa Rivaldi – di proprietà dello Stato, in ristrutturazione da anni e il complesso di Via dei Cerchi – utilizzato solo in parte da uffici del Comune, in particolare da Polizia Municipale e dal Municipio I – per trasformarli in spazi espositivi”. Si tratta di due grandi palazzi che da anni si ipotizza di destinare a musei senza mai arrivare a compimento a causa delle lentezze del sistema romano. Il Museo di Città, frutto della sinergia tra pubblico (Comune e Stato nella visione di Calenda costituirebbero una fondazione) e privato, andrebbe così a completare il grande circuito che narra la storia di Roma antica, dando vita a un percorso unico e sinergico con la grande area archeologica, costituita dai Fori di Cesare, Augusto, della Pace, Nerva, e dal Foro e dai Mercati di Traiano. Anche questi spezzettati tra proprietà cittadina e statale come Calenda denuncia in quest’altro video.

IL GRANDE MUSEO DI ROMA. TRA BOUTADE E FATTIBILITÀ

La proposta è interessante. In primo luogo perché smuove le acque di una campagna elettorale soporifera, priva di qualsivoglia visione e progettualità, ne giusta ne sbagliata. Ovviamente siamo, appunto, in campagna elettorale e le idee buttate sul tavolo servono a stanare gli avversari, posizionarsi, solleticare la fantasia degli elettori, attirarsi critiche, sostegno e visibilità. Considerata l’orda di commenti sui social all’insegna di “Calenda non si occupi di musei visto che non è esperto”, parecchie persone sono cascate esattamente nel gioco innescato dal candidato. Le torve repliche nello stile “i Musei Capitolini non si devono toccare anche se hanno un allestimento vecchio di secoli anzi proprio perché hanno un allestimento vecchio di secoli” rappresentano poi l’esatto motivo per il quale la città di Roma sta da decenni sprofondando sommersa da se stessa. Ovvio: la proposta di Calenda è un pelo naif, a tratti sfiora il kitsh (“nei Fori si terranno spettacoli di luce” dice il documento!), ma pone dei problemi e non va letta con un goffo approccio museografico – sarebbe patetico – bensì come uno spunto agostano da campagna elettorale, spunto dal quale cogliere il meglio con l’obbiettivo di far muovere dibattiti e confronti. E quale è questo meglio? Quali sono i punti su cui ha senso ragionare e non criticare o prendere in giro? Ad esempio l’idea di far sloggiare il Comune di Roma dal Campidoglio. Bene. Stiamo parlando, di gran lunga, dell’ente locale peggiore d’Europa. Il peggiore. Non sappiamo come possa essere redimibile, ma sappiamo che qualcosa (anzi molto) deve cambiare. Sia per motivi funzionali e pratici sia per motivi meramente simbolici visto che la città necessità di uno scossone, di un ultimo potente massaggio cardiaco prima di dichiararne la dipartita. La sede ad esempio, come hanno fatto a Bologna o a Londra: una cittadella amministrativa efficiente, trasparente (anche architettonicamente), aperta a tutti, urbanisticamente in dialogo con la città. Non un fortilizio sopra una collina a guardare il popolo dall’alto in basso e a custodire privilegi e inefficienze. Il progetto peraltro c’è, è pronto sebbene Calenda non lo sottolinei, si chiama Campidoglio 2 e deve essere costruito laddove ci sono inutili e polverosi parcheggi abbandonati al quartiere Ostiense. Tutto bloccato da anni, senza un perché.

IL TEMA DELLA DIDATTICA NEI MUSEI

Poi Calenda col suo progetto-boutade sottolinea la ridicola frammentazione delle collezioni artistiche e del patrimonio. Un problema che non è solo romano ma che a Roma raggiunge vette surreali. Non sappiamo se la soluzione che propone il candidato sindaco sia quella corretta, sappiamo che c’è un problema e che bisogna parlarne altro che indignarsi. Il fatto che molti osservatori replichino “mescolare le collezioni è fuori legge” significa solo una cosa: il mondo della cultura italiano è arreso alla burocrazia. Chi s’è arreso alla burocrazia non può far parte del mondo della cultura: sono due concetti in antitesi. Ultimo ma non ultimo. Calenda sottolinea più volte nel suo piano il concetto di “didattica”. È centrale. Progettiamo la nostra offerta museale non solo in maniera sostenibile, non solo in maniera razionale (scrollandoci di dosso chi si sbraccia urlando “non si cambia perché s’è sempre fatto così”), non solo come piattaforma insostituibile di ricerca e studio, ma progettiamola anche in maniera fruibile, utile, coinvolgente, magica, scientificamente istruttiva per i bambini e per i ragazzi. Tutto il resto viene da solo. E Roma si salva (non oggi, ma tra 20 o 30 anni) solo se fa tornare una connessione forte tra il suo patrimonio culturale e la sua storia con la sua popolazione più giovane. Non ce ne può fregare di meno se il museo “ha un allestimento settecentesco che hanno copiato in tutto il mondo secoli fa”, ce ne frega se il museo contribuisce a creare cittadini migliori, più attenti, più consapevoli, più profondamente legati alla propria città non solo quando gioca la squadra di pallone allo stadio. I Musei Capitolini oggi fanno questo lavoro? No. Dunque un dibattito sulla loro trasformazione è il benvenuto.

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