Possibili strategie di rilancio per le città. Il caso Napoli

Ciò di cui Napoli ha bisogno è un rinnovato rapporto tra privati e pubblica amministrazione che non può che nascere da una visione condivisa di lungo periodo per lo sviluppo del territorio.

Napoli, Maschio, Angioino via Wikipedia Photos by Luca Aless
Napoli, Maschio, Angioino via Wikipedia Photos by Luca Aless

Che ci piaccia o no ammetterlo, sono anni che più o meno tutti, siano essi enti pubblici privati, o del terzo settore, in sede di redazione del bilancio, si rivolgono al “commercialista” per individuare “strategie” per traghettare condizioni non proprio idilliache verso tempi che si sperano essere migliori. Una condizione, se si vuole, naturale e legale, ma che perde di senso adottare man mano che le speranze del ritorno delle “vacche grasse” divengono sempre più irrealistiche. Il risultato pluriennale di questa pratica è ormai evidente: le piccole criticità, che si trascinano da anno in anno, da amministrazione ad amministrazione, sono divenute col tempo sempre più importanti, fino ad acquisire, in alcuni casi, il carattere di “emergenza”. La pandemia, ovviamente, non ha fatto che velocizzare questo processo. Ma va anche detto che, mutuando il lessico medico, che la pandemia non ha fatto altro che rendere “acuto” un problema “cronico”. In queste condizioni l’unica strada da percorrere è quella di analizzare i fatti nella loro drammaticità, e porre in essere una strategia di breve termine, che riduca ove possibile il collasso, e una strategia di lungo termine, che si ponga obiettivi di rientro di medio periodo, con un impegno da parte di tutte le forze politiche a rispettare tale linea nel tempo.
Questa situazione è infatti la diretta conseguenza del modo un po’ sghembo di intendere la funzione politica oggi in Italia: per pigrizia, forse, gli italiani hanno iniziato a confondere la notorietà con l’affidabilità. E i politici, quindi, hanno smesso di essere “amministratori” e hanno iniziato ad essere “protagonisti”.

Napoli, Parco archeologico del Pausilyponph Armando Mancini, fonte Wikipedia
Napoli, Parco archeologico del Pausilyponph Armando Mancini, fonte Wikipedia

IL CASO DI NAPOLI

È chiaro che in una logica di questo tipo nessun amministratore deciderà di rinunciare ad essere il “sindaco che ha fatto rivivere la città” ed accettare per sé il ruolo più umile e meno lusinghiero di chi invece ha avviato una politica volta a far quadrare i conti, non oggi e non domani, ma tra almeno 10 anni. Prendiamo il caso di Napoli che ultimamente è tornato di nuovo al centro del dibattito pubblico e che rappresenta un esempio chiaro di questo meccanismo: già nel 2018 la città si era trovata in difficoltà di bilancio, ed era corsa ai ripari arrivando a mettere in vendita alcuni beni-simbolo della città. Poi, a seguito del “rientro dell’emergenza”, avendo avuto la possibilità di far slittare i debiti su un orizzonte temporale più ampio, la città ha subito dismesso le “dismissioni”. Come se “il problema” fosse risolto. Perché, coerentemente con la logica applicata, se non è proprio necessario, nessuno vuole essere ricordato come colui o colei che ha “venduto” la città.

LA CANDIDATURA DI MANFREDI

La candidatura di Manfredi a sindaco della città segna una nuova pagina di questa vicenda: pochi giorni prima dell’annuncio di oggi, infatti, l’ex Ministro all’Università aveva praticamente vincolato questa candidatura ad un “patto per Napoli”. Facile attendersi, quindi, che la conferma della sua candidatura rappresenti un impegno, preso anche a livello politico centrale, di sostenere la città, destinando, alla città partenopea, fondi straordinari per tutelarne l’ordinaria amministrazione. Un grande avvio di campagna elettorale, certo, ma la cui reale utilità dipenderà dalla natura del “patto”, perché un elemento deve essere chiaro: un debito spalmato su 50 anni è un’ingiustizia nei riguardi di chi verrà dopo di noi.
Proprio Manfredi, qualche giorno fa, aveva auspicato un coinvolgimento attivo, una “mobilitazione” delle parti sociali, per rivendicare l’importanza della realtà napoletana all’interno dello scenario nazionale.
Ma non è questo ciò di cui la città ha bisogno. Ciò di cui Napoli ha bisogno è un rinnovato rapporto tra privati e pubblica amministrazione che non può che nascere da una visione condivisa di lungo periodo per lo sviluppo del territorio.

POSSIBILI STRATEGIE

Anche su questo, il settore culturale può rappresentare un importante banco di prova: dalle concessioni alle partnership pubblico private, se l’Amministrazione riesce a sviluppare una strategia che oltre ai fondi provenienti da Roma o dall’Europa pone come prioritario lo sviluppo “endogeno” del territorio, allora la città di Napoli, pur con quelle contraddizioni che la caratterizzano e che in fondo ci auguriamo continuino ad esserci, ha tutte le caratteristiche economiche, sociali, finanziarie, imprenditoriali e culturali per poter costruire un percorso di sviluppo, e consolidare i propri bilanci. Una visione di questo tipo, però, è una visione che cresce nel tempo, e che riduce, giorno dopo giorno, le criticità ereditate. L’unica mobilitazione possibile, nel nostro scenario attuale, è una mobilitazione fatta di obiettivi comuni, di azioni concrete che agevolino i percorsi di collaborazione. Perché Napoli, in fondo, può essere tutta interpretata come un Patrimonio. E come ogni patrimonio che si rispetti, e questo la cultura può davvero insegnarlo, c’è solo una cosa da fare: valorizzarlo.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.