Quali anticorpi dovrà sviluppare il mondo della cultura italiano per non farsi trovare impreparato alla ripartenza? Su quali aspetti bisogna puntare per iniziare a investire seriamente nelle attività culturali? Le riflessioni e le proposte di Massimiliano Zane.

La notizia di questi giorni è che il ministro Franceschini si è espresso per una prossima riapertura dei teatri/cinema. Ottimo. Soprattutto considerando le posizioni molto prudenziali del ministro fin qui dimostrate. Posizioni nette e mantenute tali, in maniera trasversale, e che ancora oggi vedono i musei “non pervenuti” nel panorama dei settori prossimi a riaprire i battenti, legati all’altalenarsi della situazione pandemica (nonostante il DL “Colosseo” del 2015, voluto proprio dal ministro Franceschini, li collochi tra i servizi essenziali della persona, come scuola e sanità). In ogni caso, dicevamo, una possibile proposta di ripresa delle attività culturali di teatri e cinema, in sicurezza e all’aperto, non può che far piacere. E questo al netto che tale proposta cada in maniera concomitante con un’altra possibile riapertura paventata: quella degli stadi di calcio (per gli Europei).

CULTURA E PANDEMIA

Gli istituti culturali, particolarmente quelli teatrali, e il relativo indotto, ma soprattutto gli operatori del settore, dipendenti e collaboratori, stanno affrontando drammatici scenari che rischiano di passare da un continuo stato di emergenza a un lungo futuro di recessione gravissima. L’impatto sul capitale circolante di organizzazioni molto fragili endemicamente a oggi è altissimo; anche le istituzioni teatrali che ricevono contributi da terzi, o statali, coprono una parte non indifferente delle proprie spese correnti con introiti da biglietteria, oggi azzerati. Inoltre, i mancati ricavi si traducono nella maggioranza di casi in mancate vendite, non in vendite posticipate. Se salta una data, difficilmente sarà recuperata; se salta uno spettacolo in cartellone, difficilmente sarà ricalendarizzato. E questo vale allo stato naturale delle cose, oggi ancora di più.
Va inoltre tenuta in considerazione la stagionalità dei flussi. Per molti musei e teatri questo è un periodo critico per il turismo scolastico: e data la situazione, saltata ogni finestra temporale di programmazione, è difficile che le scuole riprogrammino visite. Senza contare che, in un clima di tale incertezza, fare alcuna programmazione è impossibile: tutto ormai, o quasi, guarda al 2022. Quindi riaprire oggi, senza un piano strategico, una prospettiva cosa significa? Ballerini fermi da mesi e mesi, orchestrali costretti a prove “da remoto” potranno essere pronti ai blocchi di partenza in tempi stretti? E comunque, per chi tutto questo? Per cosa? Per dare un segnale? Certo. Un segnale forte, necessario, fondamentale. Un conforto, certo. Una luce in fondo al tunnel. Ma che non sia un crudele miraggio questa luce. Che non sia solo un segnale retorico come fu quello dell’annunciata riapertura dei sipari nella Giornata mondiale del teatro lo scorso 27 marzo. Riapertura rimasta simbolicamente sulla carta.

Per superare la crisi imposta dal Covid non basterà riaprire le porte dei luoghi della cultura, non basterà tornare a ‘sbigliettare’: dovremo tornare a offrire accoglienza”.

Perché nell’incertezza che perdura da oltre un anno emergono ancora chiaramente due prospettive: da una parte quella politica, con il bisogno (urgente) di rafforzare e armonizzare la gestione di un settore (e la sua filiera), sia per teatri che per musei e tutto il settore, a oggi ancora troppo frammentato, esposto a contingenze terze imprevedibili. Un asset economico e produttivo (piace definirlo così) importante, tuttavia ancora volatile nel suo esser privo di una connotazione economica tale da permettergli di godere, tanto in tempi buoni, quanto in quelli di emergenza, di un “piano industriale” vero e specificatamente definito all’interno del quadro nazionale, che preveda azioni e supporti idonei per affrontare eventuali criticità, come qualunque altro settore produttivo cui viene richiesto di contribuire attivamente al PIL nazionale. La seconda prospettiva invece riguarda internamente il settore culturale stesso, costretto a limitare il contatto coi propri pubblici, o addirittura a cancellarlo, quindi con un rapporto costituente l’essenza stessa dei luoghi della cultura totalmente (o quasi) da ricostruire con cittadini e potenziali visitatori.
Allora, parlando di virus e anticorpi, forse il primo anticorpo che dovremo essere in grado di sviluppare (e voler sviluppare) è la perdita dell’autoreferenzialità del settore culturale, e questo ci conduce al secondo degli anticorpi fondamentali: la capacità di ascolto. Quindi di ascoltare il mercato e i pubblici in egual maniera, perché se prima da queste due componenti si traeva la gran parte del sostegno al settore, dopo il Coronavirus sarà praticamente solo da queste che si potrà provare a ricercare una nuova sostenibilità. Quanto visto finora lascia poco spazio a interpretazioni: le diverse forme di sostegno economico pubblico oggi individuate, nonostante possano definirsi un positivo (inedito) attenzionamento, sono uno sforzo minimo, un blando palliativo, che difficilmente potrà curare le ferite del settore. E non si potrà considerare strumenti come l’Art Bonus o fondi “solidali” gli unici risolutori della crisi, altrimenti il rischio potrebbe essere una sorta di abdicazione di responsabilità istituzionale. Per il post Covid-19 servirà ben altro: dovranno essere messe a disposizione somme ingenti, puntuali e trasversali, svincolate da ogni impedimento d’uso; tutt’altro che dal tenore assistenziale, e pensate per resistere sul lungo periodo, non solo per ripartire ma per far scattare in avanti l’intero settore a supporto dall’economia “tradizionale” (che faticherà a ritrovare il proprio equilibrio) avviando un moto, quello sì, davvero inedito. Come inedita dovrà essere una compattezza strutturale del settore culturale che fino a oggi non ha saputo creare: tra istituti e istituti, tra garantiti e non garantiti, tra rappresentati e sotto-rappresentati, tra classificabili e inclassificabili. Insomma, il nuovo-vecchio problema che sta emergendo, ovvero che si continua a perseguire lo stesso schema di approccio alle criticità del pre Covid-19, ci porta al terzo degli anticorpi fondamentali per ripartire: la duttilità e il coraggio. Ripercorrere le stesse meccaniche significa semplicemente dimostrare che, nonostante tutto, nonostante gli sforzi e i sacrifici profusi, non si è riusciti a imparare nulla da ciò che sta accadendo. Ciò che sta accadendo dentro e fuori dal settore sta spingendo a una profonda riflessione in merito al ruolo che in futuro vogliamo affidare alla nostra cultura: una sfida che non sarà solo giocata sul piano del “parare il colpo”, ma sarà anche su quello del comprendere (e soprattutto far comprendere) la grande differenza che passa tra “spesa” e “investimenti” necessari al dopo Coronavirus. O meglio, dopo questa fase, che con il Coronavirus e le sue mutazioni avremo a che fare ancora per un po’. Ed ecco l’ultimo degli anticorpi fondamentali: la consapevolezza. In questo senso, per il sistema culturale servirà la consapevolezza della necessità di un cambio di prospettiva e di una seria presa di coscienza che chiarisca quanto siano necessarie sì forme di sostegno e di assistenza (spesa), ma anche e soprattutto quanto occorrano altrettante misure di sviluppo e rilancio (investimento). E ciò deve partire innanzitutto all’interno del settore stesso, perché, piaccia o meno il Covid19 ha chiuso un’epoca: ora non è più il tempo delle “prove per errori”, servirà determinazione e puntualità negli interventi che non dovranno essere solo assistenziali, come purtroppo fino a ora si sta facendo. Perché è evidente il cortocircuito tra domanda e offerta di proposte e soluzioni, prive di un vero sguardo d’insieme. E in tutto ciò la questione Next Generation EU resta ancora aperta e tutt’altro che chiara. Ma, in questo senso, va anche detto che forse le istanze fin qui mosse dal settore non hanno aiutato il decisore.

ACCOGLIENZA E COMUNITÀ

Allora, per superare la crisi imposta dal Covid non basterà riaprire le porte dei luoghi della cultura, non basterà tornare a “sbigliettare”: dovremo tornare a offrire accoglienza. Ovvero creare comunità attorno alla cultura, e questo significa credere in quel tema, non considerarlo e proporlo costantemente come marginale, ininfluente sulla nostra quotidianità. Non lavorare in questo senso significa erodere ogni possibilità di attrazione e comunanza attorno a quel tema. Quando la cultura si aggancia all’esistenza reale e quotidiana delle persone, è una potente leva di crescita e di aggregazione. Se parliamo di patrimonio culturale o di arte e lettura, non sono vezzi, o sofismi, ancor più quando parliamo di teatro, un complesso organico che concorre allo sviluppo e al miglioramento della qualità della vita; cambia la quotidianità modificando la funzionalità del contesto in cui si vive; sostiene gli impatti soprattutto positivi (sociali ed economici) su individui e comunità. Ma servono le leve di considerazione giuste.
Il patrimonio di per sé non può fare nulla da solo, la bellezza non salverà il mondo se prima noi non salviamo la bellezza. Tanto più che, sotto sotto (ma nemmeno troppo sotto) ancora oggi parliamo poco e male della cultura. E se occasionalmente ne parliamo lo facciamo per stereotipi, da un lato con stantii richiami al Rinascimento (quando forse, volendo restare sul tenore storicistico, dovremmo guardare ad altri modelli, magari più volti al mecenatismo sociale come quello britannico del Principe Alberto di Sassonia), o la de-valorizziamo.
La dipingiamo come faro di sviluppo e grandissimo vanto nei confronti del mondo, oppure come ancillare a tutto il resto. Delle due l’una, insomma. In questo siamo sostanzialmente bipolari.

La cultura non si sfrutta, quanto meno si coltiva e, man mano che passa il tempo, più la si usa più aumenta invece di esaurirsi”.

Iniziamo dalle parole allora: smettiamo di parlare di giovani, parliamo di ragazzi e ragazze, ridiamogli una fisicità, sono persone pensanti. E parlando di loro credo che per iniziare davvero a cambiare le cose in ambito culturale sia utile piantarla con i j’accuse: il disinteresse dei ragazzi/e nei confronti della cultura nasce dal fatto che non ne percepiscono l’eccezionalità. E se già su questo si potrebbe aver da ridire, mi soffermerei a questo indice di percezione negativa: non è per una loro colpa endemica, genetica, ma è solo il risultato di ciò che gli “adulti” gli trasmettono. Semplice. Rinunciamo con onestà a facili alibi e a comode deresponsabilizzazioni: ai ragazzi/e la cultura piace, l’arte affascina, la storia quantomeno incuriosisce; sia essa fatta attraverso la musica o il cinema, con mostre o musei, con la lettura, la fotografia o il teatro, l’esperienza della cultura, se narrata con passione ispira sensazioni positive. È il “non-valore” trasmesso dagli adulti, a cui sono sottoposti quotidianamente, che erode un valore più profondo.
Altra parola da bandire? La cultura non è petrolio. La cultura non è qualcosa che si trova ma è qualcosa che si costruisce. La cultura non si sfrutta, quanto meno si coltiva e, man mano che passa il tempo, più la si usa più aumenta invece di esaurirsi. Non userei la parola giacimento, o miniera. Anche solo iniziando da qui si crea una nuova idea della cultura nell’immaginario comune. Ed è da qui che può (e deve) partire il coinvolgimento: dallo stimolare l’immaginario comune, dal far passare il messaggio che parlando di partecipazione si parla di persone. Perché i numeri sono solo numeri ma dietro i percentili si celano territori e comunità, individui: riaffermare fin da subito il “Diritto alla Bellezza” significa lottare oggi contro la povertà culturale di domani.

RESPONSABILITÀ, FORMAZIONE E COMUNICAZIONE

Altro tema importante: la responsabilità che questi numeri ci indicano. Una responsabilità che permea il fare cultura dall’idea all’attuazione nell’intero suo arco di progettazione, tanto sul piano orizzontale delle comunità e dei territori quando su quello verticale degli attori, istituzionali e non, che con quei e su quei territori vogliono operare. Perché un soggetto responsabile e responsabilizzato è coinvolto e come tale è mosso all’azione. Per questo serve una nuova cultura della valutazione. Una valutazione interpretata come attenta e puntale verifica delle performance (culturale, sociale ed economica), pensata e attuata con spirito proattivo e non mortificatorio.
Guardiamo, poi, alla formazione, inferiore e superiore, scolastica e universitaria certo, ma non solo. Meglio parlare di “attività formative strutturali”, di mentoring culturale e sociale che accompagni e coinvolga l’intero sistema in un aggiornamento continuo di tutti i suoi elementi a tutti i suoi livelli, interni ed esterni, istituzionali e privati, presenti e futuri, quali che siano i compiti e gli impieghi cui sono chiamati a rispondere.
E se di formazione si parla, si parli anche di comunicazione e informazione, di disseminazione che favorisca la percepibilità dei risultati – vedi alla voce conseguimento degli obiettivi e assunzione di responsabilità – sia per ciò che riguarda l’ottenimento che per il mancato raggiungimento di questi (ma senza l’ansia da prestazione). Così intesa, la comunicazione conduce a una maggiore trasparenza dei modelli e nei processi, con un moto di apertura inteso come elemento attuativo di garanzia e veicolo di promozione dell’importanza sociale dell’intervento in cultura. Perché solo attraverso il riscontro si genera l’ultimo elemento fondamentale per una cultura intesa come asset economico efficace e come elemento coesivo identitario: la fiducia.
Responsabilità, formazione, condivisione, informazione e fiducia, a cui aggiungo accessibilità e conoscenza. Parole non numeri, parole senza le quali l’idea stessa di partecipazione dei pubblici fallisce. E senza pubblico non conta che le porte dei luoghi della cultura siano o meno aperte.

Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane
Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.