Nuovo Dpcm, le librerie rimangono aperte anche in zona rossa

Il nuovo Decreto firmato da Giuseppe Conte prevede la chiusura degli esercizi commerciali al dettaglio nelle Regioni in zona rossa. Restano aperte le librerie, perché venditrici di “beni essenziali”

Libri
Libri

Il Dpcm firmato nella notte tra il 3 e il 4 novembre da Giuseppe Conte contenente le norme per contrastare il contagio da Covid-19 in Italia ha visto, tra le nuove misure e restrizioni, anche la chiusura di musei e mostre, andando così ulteriormente a limitare le attività del mondo della cultura (il precedente Dpcm del 25 ottobre aveva decretato la chiusura di cinema e teatri). Con il nuovo decreto a partire dal 5 novembre saranno in vigore una serie di lockdown in versione “soft”, a seconda delle zone di rischio (giallo, arancione, rosso) in cui sono state collocate le Regioni. La zona rossa è quella in cui verranno applicate restrizioni più rigide, con la chiusura di bar, ristoranti, pasticcerie, gelaterie e negozi al dettaglio che non vendono beni di prima necessità. Scenario, questo, che nelle ore antecedenti alla firma del nuovo decreto aveva fatto allarmare gli editori italiani, uniti in un appello corale rivolto al Governo affinché le librerie potessero rimanere aperte anche in zona rossa. E la loro voce è stata ascoltata: infatti anche nelle Regioni “rosse” le librerie resteranno aperte al pubblico.

SECONDA ONDATA E NUOVO DPCM. L’APPELLO DEGLI EDITORI ITALIANI

“Chiediamo al Governo di considerare le librerie essenziali e di tenerle aperte in tutto il Paese”, si legge nell’appello firmato da Alessandro Laterza, Giuseppe Laterza, Editori Laterza; Sandro Ferri, Edizioni e/o; Renata Gorgani, Editrice Il Castoro e Stefano Mauri, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. “Non solo perché la lettura dei libri è requisito fondamentale di una cittadinanza attiva, ma anche per non creare una divisione tra gli italiani, un distanziamento dello spirito: l’ultima cosa di cui il nostro Paese ha bisogno, in un momento di solitudine e frammentazione come quello che stiamo attraversando. Apprendiamo dai giornali che probabilmente il nuovo Dpcm dividerà l’Italia secondo tre gradi di lockdown, in base all’indice RT che misura il ritmo di crescita dei contagi. Cosicché nelle cosiddette ‘zone rosse’ – tra cui la Lombardia, il Piemonte e la Calabria – verrebbero chiusi tutti gli esercizi commerciali non reputati ‘essenziali’. Il libro è anche il modo meno contagioso di informarsi, approfondire, viaggiare, di imparare a distanza, di crescere e fare esperienza come dimostrato dalla sete di libri che si è manifestata in tutto il mondo appena terminati i lockdown di primavera. Le librerie (come le biblioteche) sono luoghi di scoperta nei quali – con la complicità dei librai – possiamo incontrare anche libri e mondi sconosciuti e inattesi. Tenere aperto questo spazio di riflessione e di immaginazione è una priorità se vogliamo che tutti partecipino alla creazione di un futuro comune”.

L’APPELLO DEL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

“Le librerie, per il ruolo che svolgono all’interno delle nostre comunità, non possono non essere inserite nelle categorie considerate essenziali”, si legge nell’appello rivolto dal Salone Internazionale del Libro di Torino al Governo. “Anche il Salone Internazionale del Libro di Torino chiede al Governo Italiano e al Parlamento, nei limiti delle opportune misure di sicurezza nazionale, di prendere in considerazione questa evidenza all’interno della pubblicazione dei prossimi Dpcm in uscita, come già espresso da diversi Editori e dalle Associazioni di Categoria del mondo del Libro tutte riunite”.

LIBRERIE APERTE ANCHE IN ZONA ROSSA. IL COMMENTO AL NUOVO DPCM

I negozi al dettaglio che resteranno aperti anche in zona rossa sono elencati nell’allegato n. 23 del nuovo Dpcm; le librerie rientrano nella sezione denominata “Commercio al dettaglio di libri in esercizi specializzati”. “I libri sono beni essenziali e, soprattutto in un momento come questo, aiutano gli italiani a superare la solitudine e le difficoltà legate alle limitazioni della libera circolazione e della socialità: ringraziamo il Governo per aver tenuto conto dei nostri appelli, consentendo l’apertura delle librerie anche nelle zone rosse, e in particolare il ministro Dario Franceschini sempre attento alle esigenze del mondo del libro”, commentano il presidente dei librai (ALI Confcommercio) Paolo Ambrosini e il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Ricardo Franco Levi. “Ogni libreria si impegnerà per garantire la massima sicurezza all’interno degli esercizi, così come è avvenuto nei mesi scorsi, perché la salute rimane la prima cosa da tutelare: controllo degli accessi, igienizzazione degli scaffali, uso dei mezzi di protezione personale rimangono essenziali. Con la decisione di oggi”, continuano Ambrosini e Levi, “si sostengono le librerie che stanno subendo una continua erosione di quote di mercato da parte degli store online, un disequilibrio che mette a rischio non semplici negozi, ma presidi sociali e culturali essenziali per le nostre città e, più in generale, per la vita democratica del Paese e si rinnova la scelta dello scorso 14 aprile, confermando che quella fu una precisa scelta di politica culturale: l’Italia è cultura e la cultura e il libro possono essere il volano per la ripartenza del Paese”.

LE LIBRERIE DURANTE IL PRIMO LOCKDOWN

La scorsa primavera, a un mese dall’inizio del primo lockdown, il Governo aveva deciso di allentare le misure restrittive facendo riaprire proprio le librerie. Decisione, questa, che divise l’opinione pubblica. Da un lato erano coloro che vedevano la loro riapertura come un’occasione per evadere dalla malinconia della quarantena concedendosi la lettura di un nuovo libro acquistato in negozio, dall’altra chi invece ha visto in questa misura una sorta di contraddizione interna: tenere aperte le librerie in un momento in cui la maggior parte delle persone non esce. A questo proposito, proprio i librai, il giorno dopo questa decisione, rivolsero un appello al Governo: “come libraie e librai siamo contenti di questa improvvisa attenzione al nostro lavoro, ma ci sarebbe piaciuto ci fosse stata anche prima delle misure governative per il contenimento della pandemia e, soprattutto, ci piacerebbe ci fosse dopo: se siamo dei luoghi essenziali del tessuto culturale italiano, allora sarebbe il caso che questa funzione ci fosse riconosciuta sempre e in modo strutturale, attraverso una serie di misure economiche a sostegno delle nostre attività nel quotidiano”.

– Desirée Maida

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.