Cultura e pandemia: non solo una questione di sopravvivenza

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A fronte della imminente chiusura di musei e mostre per effetto del nuovo dpcm, Michele Gerace riflette sulla necessità di dare una prospettiva alla cultura. E non solo un sistema di aiuti che ne garantiscano la mera sopravvivenza.

Del virus sappiamo ancora poco. Presto ne sapremo di più. Due fatti ineccepibili. Intanto, una cosa la sappiamo. Il virus, di per sé, non dice nulla. Non porta alcun messaggio e non ci fa la morale eppure c’è chi si se ne fa portavoce e dice che ce lo meritiamo per tutto il male che abbiamo fatto al pianeta, e c’è chi invita a chiuderci in una caverna in attesa del giorno del giudizio. C’è poi chi dice che non c’è. Delirio e negazione.

IL FRASTUONO MEDIATICO DI FRONTE ALLA PANDEMIA

Disturbi psichiatrici ai quali possiamo sommare la gran cassa che televisioni, radio e giornali concedono a maggioranze, opposizioni, commentatori e camici bianchi dei quali nessuno sentirebbe la mancanza se la smettessero di rivelare ogni giorno una verità diversa davanti a una telecamera. Uno spettacolo che non fa letteralmente bene a nessuno. Numeri dati senza contestualizzazione a ogni apertura di notiziario, pubblicati in prima pagina, caricati su internet. Un gran chiasso quando dovremmo star solo che zitti per rispetto di chi lo subisce, di chi per lavoro si prende cura di chi lo subisce e di chi cerca il modo di prevenirlo.

Lo stanziamento di fondi, da solo, non può rappresentare una risposta a un momento di crisi se non è accompagnato da elementi che lasciano almeno intravedere la visione del ruolo che spetta alle istituzioni pubbliche e del modello di sostenibilità economica per artisti e operatori”.

Tutto tace laddove se ne dovrebbe parlare. In primo luogo, in sede politica e non solo in termini tecnico-burocratici ma Politici, estendendo il dibattito tra scienziati a filosofi, antropologi, sociologi, demografi, giuristi, economisti, intellettuali, artisti e chi più ne ha più ne metta. Parlamentarizzandolo senza chiudere il Parlamento, anche attraverso la presenza e il voto da remoto. Dando voce ai cittadini con argomenti che meritano di essere presi in considerazione prima che trovino sfoghi diversi e troppo facilmente strumentalizzabili da imbecilli estremisti e ben organizzati il cui unico fine è il disordine.
Nel frattempo, si è deciso di chiudere i teatri, i cinema, le sale da concerto e, a breve, anche i musei. La motivazione sta nella necessità di limitare gli spostamenti per limitare il contagio. Messa così, chi si domanda che bisogno c’era di chiuderli passa per incosciente o per negazionista. Resta il fatto che chiunque in questo periodo è andato al teatro, al cinema o in un museo sa bene che gli spostamenti sarebbero comunque stati limitati e, sul posto, l’osservanza della disciplina e delle buone norme di comportamento sarebbe stata pienamente rispettata.

INVESTIRE NELLA CULTURA

A indennizzo della chiusura sono stati e verranno stanziati dei fondi e qualcuno potrà pensare sia già qualcosa. Ma lo stanziamento di fondi, da solo, non può rappresentare una risposta a un momento di crisi se non è accompagnato da elementi che lasciano almeno intravedere la visione del ruolo che spetta alle istituzioni pubbliche e del modello di sostenibilità economica per artisti e operatori. Che diano l’idea di un investimento più che di un ristoro, per quanto significativo. Non sappiamo quali saranno le decisioni che verranno prese nelle prossime ore ma non è retorico considerare l’importanza di fare di tutto perché il settore culturale possa non solo sopravvivere di assistenzialismo e programmazione inesistente, ma vivere. Anticipo l’obiezione: “Non ne abbiamo avuto il tempo!” cui segue la giustificazione “ripensare il ruolo del pubblico, programmare, sperimentare nuovi modelli di business sono attività che prendono tempo”. L’obiezione lascia il tempo che trova.

Michele Gerace

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