La filosofia della vita nell’arte

Cosa insegna l’arte? Come si insegna l’arte? Un video della Tate lo racconta in maniera magistrale. E qui Michele Gerace illustra come all’arte si possa arrivare lungo itinerari inattesi. Guardando un paesaggio. E leggendo un saggio di Benedetto Croce.

William Xerra, Omaggio a Ludovico Ariosto, 2014, tecnica mista, cm 29,5x33,5
William Xerra, Omaggio a Ludovico Ariosto, 2014, tecnica mista, cm 29,5x33,5

Voglio provare a rendere l’idea con un’immagine. Una valle, tutto intorno montagne e colline. Gli Appennini. Dietro le montagne, da una parte, altre montagne che se non sapessimo che sono molto più alte, per uno scherzo della prospettiva, diremmo che sono alte uguali, forse più basse. Dall’altra parte, le colline e il mare. Sui cucuzzoli delle montagne, in cima alle colline, lungo la costa, qua e là all’ombra di qualche nuvola, il cielo terso offre agli occhi la descrizione delle creste, delle curve, dei frastagliamenti. In lontananza, le case, le chiese, i campanili, le torri, gli eremi e le rocche.

LO SPILLOVER A SULMONA

Sarà capitato a più di qualcuno di starsene a guardare il panorama dal posto in cui si trova. Ci sono giorni in cui una cappa di calore si appoggia sull’orizzonte come una nebbia che ne fonde le linee e i caratteri rendendone difficile, se non impossibile, la distinzione a prima vista. Montagne, colline, coste, paesaggio, cielo e mari, indistinti come i confini che Italo Calvino il cosmicomico vede prendere forma tra i versi di Ovidio.
Contiguità impercettibili proprie delle ramificazioni di alberi filogenetici molecolari che David Quammen racconta con grande abilità di scrittore nell’Albero intricato. Sostanzialmente le stesse che l’avvocato e poeta di Sulmona immagina con una capacità descrittiva che si prende un vantaggio millenario sulla scienza contemporanea nelle Metamorfosi che di specie in specie attraversano i regni.

BENEDETTO CROCE OSSERVA IL PAESAGGIO

Confini tutt’altro che chiusi, aperti, vicinanze nello spazio e nel tempo in continua evoluzione che né i sensi né la ragione, se non allenati, riescono a sondare, ambiguità che stabiliscono proporzioni tra la flora, la fauna, i minerali, il ticchettio del tempo e l’umanità. Interrelazioni, correlazioni, parallele, anti-parallele, intersezioni che sfuggono all’occhio nudo non allenato. Rapporti dinamici che richiedono attenzione, conoscenza, immaginazione. Spirito di osservazione, ascolto e lettura tra le righe, contestualizzazione del particolare rispetto al generale nell’arte come nella vita.

Moto armonico di una civiltà che indietreggia e avanza al ritmo dell’universo, simile eppure mai uguale a se stessa.

In un brano tratto dal saggio su Ariosto, Shakespeare e Corneille, che abbiamo letto dalla biblioteca della Fondazione Luigi Einaudi, Benedetto Croce avverte che “quel che s’apprende facilmente, può essere talvolta difficile a comprendersi”. Il fondatore dell’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli si riferisce alla vita e all’arte, alle figure e forme dell’esistente che Calvino riesce a distinguere nelle Metamorfosi.
Laddove Ovidio si richiama alle dottrine pitagoriche che Siri Hustvedt ritrova, lungo le Illusioni della certezza, nel panpsichismo di Margaret Cavendish, e Baruch Spinoza nella Natura, Benedetto Croce ricava dall’Ariosto una filosofia della vita legata all’amore, all’amicizia, alla politica, alla religione. Stabilisce un nesso tra l’arte, la quotidianità e la storia universale, rappresentazioni ed espressioni di una realtà complessa che permettono di cogliere gli elementi paradossali e costitutivi del nostro essere umani, di distinguere le linee, i caratteri e l’intreccio apparentemente invisibili del progresso che, al di là delle apparenze, è contrasto e lotta.
Moto armonico di una civiltà che indietreggia e avanza al ritmo dell’universo, simile eppure mai uguale a se stessa.

– Michele Gerace

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