Michele Gerace, ideatore della Scuola sulla Complessità, sottolinea l’importanza della cultura come strumento per generare buona politica, sviluppo e civiltà.

Dire che la cultura è sviluppo, dare la sensazione di non crederci veramente, balbettare qualche slogan trito, ritrito ma non per questo riuscito, e non aggiungere altro, è demoralizzante. Letteralmente. Avvilente, deprimente, fiaccante, frenante, frustrante, inibente, limitante, mortificante, scoraggiante, annichilente, distruttivo. Ogni sinonimo che la Treccani elenca aiuta a coglierne il senso. Lo specifica e lo sbatte in faccia a chi ci crede veramente e sa per certo che la cultura rappresenta sia una grandezza economica per quanto difficilmente misurabile da una tassonomia problematica, sia un’esplicazione di progresso possibile.
Il punto è che non si può essere approssimativi nel considerare le correlazioni tra cultura e sviluppo, perché le cause e gli effetti possono variare a seconda degli ordinamenti, dei soggetti, degli statuti, dei sistemi e dei gusti, ma un elemento accomuna le esperienze più diverse. Lo sviluppo presuppone un movimento. Segue una prospettiva che muove da un piano impastato di memorie, di memoria fatta coscienza di ciascuno e collettiva, i cui fuochi appuntano all’orizzonte libertà, diritti e doveri. Punti di fuga che insistono sul progresso, sedimento di uno sviluppo preceduto da ciò che si è sviluppato. Atto che segue alla potenza. Conseguenza della cultura quando ci si dà una direzione lungo la linea della Politica. Per definizione, ideale ma non geometrica. Ed è proprio questo il punto. Senza cultura, senza politica, senza una cultura politica, nelle più piccole città come nel villaggio globale, la decisione e il rispetto delle regole della nostra convivenza si alternano tra la bàlia e la balìa. Con l’accento cambia la situazione ma il risultato è lo stesso e si traduce nell’essere badati da bàlie di turno o nell’essere in balìa, assoggettati e irretiti, alla mercé di interessi che potrebbero non coincidere con i nostri.
Serve imprimere una forza che devii la società da una traiettoria che non conosce sviluppo diverso dal suo svolgersi per inerzia. Spetta alla società trovarla nell’iniziativa di ciascuno, nelle formazioni sociali richiamate dalla nostra stessa Costituzione entro le quali si possono realizzare le aspirazioni, si può liberamente scegliere il modo in cui si intende contribuire al progresso materiale e spirituale della Repubblica. Ma non basta. L’impulso che nasce personale, cresce nella cultura, si confronta e produce i suoi effetti nella società e sul mercato, deve poter vedere nelle istituzioni non chiusura ma apertura, e deve poter trovare nell’amministrazione della cosa pubblica non una ripetizione acefala e meccanica di atti che rende superfluo l’ingegno, ma un lavoro che in generale, come scrive Papa Paolo VI, deve rimanere libero e intelligente. Dunque, umano.
Praticamente, conoscenza, discernimento e competenza che sono impossibili senza cultura o con una cultura che è solo sterile sfoggio di erudizione. Quella che presiede a qualsiasi indirizzo di sviluppo è innanzitutto cultura di libertà, spirito di comunità, consapevolezza di principi, diritti e obblighi che ci caratterizzano come esseri umani, che aprono all’immaginazione e consentono di compiere scelte libere, non macchinali, e se serve, coraggiose.

Pensare che è inutile agitarsi perché nulla può cambiare è semplicemente sbagliato. Ci proietta in una condizione psicologica di sopravvivenza. Ci rende cinici, indifferenti, felici nella nostra mediocrità”.

Questa cultura affonda le radici nella nostra storia, nella storia delle nostre istituzioni, aggiungo, nella storia di un pensiero filosofico, politico, giuridico, economico e scientifico, che ha dato vita alla stessa Costituzione e a una certa idea di Europa e del Mondo.
Rappresentanti istituzionali che prendono lucciole per lanterne, giovanissimi che dicono che Aldo Moro è un noto brigatista, direttori di testate anche culturali che ignorano artisti e autori, la selezione di classe dirigente basata su fedeltà, conformismo e salamelecchi, sono segnali drammatici di un pensiero e di una cultura che si stanno perdendo e che perdendosi riducono la possibilità stessa di una prospettiva di sviluppo.
Ecco che la domanda a cosa serve la cultura quando parliamo di sviluppo trova una risposta radicale. Per come l’abbiamo descritta, la cultura serve a tutto.
Tra le istituzioni culturali ce n’è un tipo che da statuto rappresentano la ricchezza di quel pensiero che, il più delle volte, viene proposto, ricercato e rammemorato solo tra studiosi e appassionati, minoranze di una minoranza che da sole non possono emancipare la società da uno stato di minorità culturale.
C’è un però. Le volte che queste istituzioni culturali si sono sforzate di avviare iniziative rivolte a un pubblico ampio con la reale ambizione di coinvolgerlo, non solo ci sono riuscite ma hanno trasformato le ricerche in corso, le rassegne, le biblioteche e gli archivi in un patrimonio condiviso che, se agito, può agitare gli animi, scuotere le coscienze dal torpore di una quotidianità fatta di false verità, paure, comodità e pregiudizi, smuovere la cultura e metterci in movimento.
Un esempio. In vista dell’Anno Einaudiano, grazie alla Fondazione Luigi Einaudi abbiamo invitato gli studenti, gli insegnanti e i dirigenti scolastici ad approfondire il contributo che Luigi Einaudi ha saputo offrire alla ricostruzione del nostro Paese e alla nascita dell’idea contemporanea di Europa. Lo abbiamo fatto assieme alla Scuola sulla Complessità in vista degli esami di maturità. Ne sono emerse riflessioni non banali sull’attualità, ma, soprattutto, gli studenti si sono trovati nelle condizioni di non accontentarsi del sentito dire, e di passare al setaccio disinformazione e misinformazione. Di non pensare con la testa degli altri ma con la propria per esorcizzare la sensazione che siamo su un piano inclinato, che stiamo scivolando verso il basso e che non ci possiamo fare niente.
Pensare che è inutile agitarsi perché nulla può cambiare è semplicemente sbagliato. Ci proietta in una condizione psicologica di sopravvivenza. Ci rende cinici, indifferenti, felici nella nostra mediocrità. Pensare che è inutile agitarsi significa sabotare la società, essere retroguardia quando dovremmo essere avanguardia. Che siamo in un mondo in declino all’interno del quale quello che pensiamo e che facciamo non possono fare la differenza. Che non abbiamo scelta. Ci assoggettiamo a un limite che nessuno ci ha imposto e che ci siamo dati con il nostro modo di pensare e di fare, o meglio di non pensare e di non fare.

I GIOVANI E LA CULTURA

Dopo aver incontrato solo quest’anno circa 10mila studenti, l’esperienza delle precedenti edizioni di Costituzionalmente e del Bar Europa che hanno avviato la Scuola sulla Complessità, conferma l’importanza del rendere l’idea, soprattutto ai più giovani, di quanto sia profonda la nostra cultura e di come sia complessa la nostra identità, accorgerci di chi e di cosa ci circonda, sorprenderci, indignarci e meravigliarci. Soffermarci sul significato e sul senso che attribuiamo alle immagini, alle parole ai suoni, in generale al linguaggio, e, quindi, a considerare l’importanza che le forme espressive hanno nel dare forma ai nostri pensieri e contenuto alle nostre azioni.
Non scegliere, non decidere, non prendere una posizione può essere peggio di prenderne una sbagliata. In quale che sia la sede del più piccolo municipio o della più grande organizzazione politica, economica o finanziaria internazionale, non c’è un’alternativa alla cultura, alla politica e alla cultura politica. Alla capacità di comprendere la complessità dei fenomeni del piccolo e grande mondo in cui abitiamo, allo scegliere, al decidere, al prendere posizione. Di qui passano la quotidiana realizzazione dei nostri diritti, il rispetto di doveri che sono reciproci, e la direzione del nostro vivere assieme. Più in generale, la coscienza e la solidarietà propri di uno spirito di fratellanza che è alla base della nostra Costituzione, del nostro essere europei, e che ci appartiene, prima ancora che come cittadini, in quanto donne e uomini liberi.
Questo è il delta di una costante di equilibrio nei rapporti variabili tra la nostra cultura, lo sviluppo e il progresso dell’umanità che ci piace tanto chiamare Civiltà.

‒ Michele Gerace

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