Milano, le mostre, gli eventi, il futuro. Intervista all’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno

Cosa accadrà nella città italiana tra le più colpite dall’attuale pandemia? Come reagirà la ben ricca scena culturale? Lo abbiamo chiesto all’Assessore Filippo Del Corno

Filippo Del Corno
Filippo Del Corno

Mentre si parla di riaprire, con cautela, alcuni settori della produzione a partire dal prossimo 4 maggio, il mondo della cultura si interroga sui possibili scenari che lo riguarderanno. Avviene lo stesso naturalmente anche a Milano, città che negli ultimi anni si è distinta in maniera notevole in Italia come all’estero per la quantità e la qualità delle iniziative, per l’apertura di nuovi spazi, per importanti progetti urbanistici. Tutti ovviamente fermi a causa della pandemia in corso. Che cosa accadrà nei prossimi mesi nel capoluogo lombardo? Abbiamo provato a tracciare punti fermi, ipotesi e bilanci con l’Assessore alla Cultura del Comune, Filippo Del Corno.

Assessore, che ne sarà delle mostre e degli altri eventi che erano già stati calendarizzati in città?
Stiamo lavorando per riprogrammare buona parte dei progetti che avevamo in calendario, per molti dei quali peraltro si era già in piena fase di realizzazione. Potremmo costruire un’ipotesi di calendario futuro più coerente solo nel momento in cui vi saranno maggiori certezze sulle date e sulle modalità in cui sarà possibile riprendere l’attività delle istituzioni culturali. 

Quale settore (arte, cinema, teatro, tv, design…) è più colpito?
Ogni settore soffre grandemente della situazione verificatasi in seguito all’emergenza sanitaria, per ragioni diverse e solo in parte sovrapponibili. Credo che il sistema dello spettacolo dal vivo sia quello che ha subito nell’immediato il contraccolpo maggiore, per la tipologia stessa della relazione, diretta e immediata, che esiste tra spettatore e artista. Il danno economico riguarda invece tutti i settori, e tutte le lavoratrici e i lavoratori del comparto culturale.

Milano deserta dopo il lockdown
Milano deserta dopo il lockdown

Qualche mese fa avete annunciato la creazione un Museo nazionale della Resistenza in Piazzale Baiamonti. I lavori riprenderanno?
Quando l’emergenza sanitaria è iniziata si era ancora alla fase preliminare di progettazione. L’idea è naturalmente ben incardinata, ma tutte le procedure subiranno inevitabilmente ritardi e dilazioni per la particolarità della situazione in cui ci si trova oggi ad operare.

Non crede che tutta la forza finanziaria dei grandi soggetti privati (come ad esempio la Fondazione Cariplo, o le banche che investono in cultura) vada direzionata per far sì che il settore tenga e non si desertifichi, anche immaginando delle misure di sostegno a fondo perduto a soggetti – cinema, piccoli teatri, gallerie d’arte – che altrimenti potrebbero sparire per sempre? Cosa si può fare per evitare che piccole realtà come certe sale cinematografiche a causa del perdurare della chiusura imposta dalla pandemia chiudano o vengano acquisite da giganti che non ne garantirebbero più l’indipendenza?
Proprio in questi giorni abbiamo ricevuto un’offerta molto generosa da parte di un importante gruppo imprenditoriale per destinare un contributo economico ai soggetti culturali della città, con particolare attenzione ai più fragili. Stiamo quindi predisponendo un piano di intervento organico, che vada proprio nella direzione di contributi a fondo perduto che possano garantire l’esistenza in vita di molti soggetti di produzione e divulgazione culturale, affinché possano poi tornare ad operare nel momento in cui la mitigazione delle misure di contenzione lo permetterà. Saremo molto attenti, come lo siamo stati in passato, a preservare l’indipendenza dei soggetti più indipendenti e autonomi dal punto di vista della proposta culturale; tuttavia negli ordinamenti legislativi attuali le Amministrazioni Comunali non dispongono di strumenti adatti a questo genere di obbiettivi.

Non esiste un albo dei lavoratori culturali. Pensa che come Milano, dove vivono molti operatori, makers, creativi, artisti e così via potrebbe crearlo?
La crisi generata da questa epidemia ha dimostrato che l’eterogeneità delle professioni in campo culturale, sia dal punto di vista delle competenze che da quello contrattualistico, determina una frammentazione che si traduce poi in una condizione di grande fragilità, quasi di “invisibilità”. Non credo che un albo possa servire a questo scopo; sarebbe più efficace ed opportuno che i lavoratori della cultura sviluppassero una grande associazione di categoria trasversale a quelle già esistenti, che faccia emergere la massa critica di quanti sono oggi coloro che producono valore economico e sociale attraverso il lavoro, anzi i lavori culturali.

Teatro Bellini di Catania
Teatro Bellini di Catania

I lavoratori intermittenti sono i meno tutelati, spesso invisibili, ma la pressione sul Mibact ha fatto sì che il bonus di 600 euro previsto dal Decreto Cura fosse in un secondo momento destinato anche a loro. Una faccia della medaglia è che secondo alcuni questo può portare ad in interessamento rispetto alla condizione degli intermittenti, prima scarsissimo, e col tempo anche ad una legge sul modello francese. L’altra faccia della medaglia è che il bonus è un’una tantum, una misura immediata che forse verrà replicata nei prossimi mesi, ma servirebbe un’azione duratura all’interno di una vera riforma del comparto. Cosa si può fare?
Con il coordinamento dei 12 Assessori alla Cultura delle città capoluogo di Regione siamo stati i primi a portare questo tema sul tavolo del MiBACT e soprattutto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nella consapevolezza che la condizione di intermittenza contrattuale è connaturata a moltissime tipologie di lavoratori nel campo della cultura. I risultati sono iniziati ad arrivare, almeno sul piano dei provvedimenti attuativi: ora bisogna fare uno sforzo in più, e cioè incidere definitivamente sulla qualità del lavoro nella cultura, considerando questo come un vero e proprio settore produttivo integrato, bisognoso di un quadro normativo dedicato. Ma su questo obbiettivo è opportuno che si impegni l’attività legislativa; ciò che gli Enti Locali possono fare ora è quello di proporre al Governo di dotarsi di un autentico piano nazionale per la cultura, al cui vertice di priorità stia appunto il lavoro.

Parliamo ancora dei lavoratori. C’è la preoccupazione che pur di tornare a lavorare, alcuni accettino per sé paghe sempre più basse, contribuendo a far avere così paghe più basse anche per tutti gli altri. Altri ancora sono costretti a lavorare con partite iva, quindi chi non può aprirne una ricorre al lavoro nero: ammette di farlo spesso quasi il 40% dei lavoratori, secondo un’indagine di CGIL e Fondazione Di Vittorio. In queste settimane ci sono stati persino dei licenziamenti durante la quarantena, nonostante fossero vietati perché gli eventi non hanno avuto luogo “per causa di forza maggiore”. Sappiamo che nel caso degli attori, per fare un esempio, le ore dedicate alle prove vengono conteggiate solo in maniera forfettaria, con la conseguenza che ora molti si trovano a non avere le 30 giornate lavorative che servono per i contributi. Che strumenti ha il Comune di Milano per evitare in città gli abusi e far rispettare i diritti dei professionisti? E a livello nazionale non si potrebbe prevedere che i teatri che ricevono il FUS (Fondo unico per lo spettacolo) e poi non rispettano i contratti dei lavoratori vengano in seguito esclusi per sempre dal FUS?
La nostra Amministrazione Comunale ha progressivamente rafforzato la massima attenzione a verificare la correttezza dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori nella valutazione dei soggetti a cui viene concesso un contributo economico; da pochi anni abbiamo introdotto il parametro della “responsabilità occupazionale” come indice di valutazione per tutti coloro che partecipano ai nostri avvisi pubblici per contributi. Personalmente credo che un’elaborazione più ampia a livello regionale e nazionale potrebbe far diventare la “responsabilità occupazionale” un parametro comune a tutte le forme di valutazione ed erogazione di contribuzione pubblica, lottando così contro tutte le forme di sfruttamento che, proprio facendo leva su meccanismi perversi di ribasso dei compensi, determinano condizioni ancora più estreme di precariato e disagio socioeconomico dei lavoratori, soprattutto nel campo dello spettacolo.

Il Codice dello spettacolo è stato approvato nel novembre 2017 ma si attendono i decreti attuativi. secondo Lei la situazione vissuta da artisti e operatori culturali verrà presa in considerazione nella scrittura dei decreti?
Il percorso del Codice ha sofferto della mancata immediatezza delle misure attuative, determinata da cambiamenti politici che hanno di fatto interferito su una misura che sembrava finalmente godere di un ampio consenso parlamentare. Oggi la prospettiva forse è cambiata anche perché l’assenza di cultura che soffriamo in questi mesi ce ne rende ancora più evidente la necessità; ma la cultura è prima di tutto lavoro, e forse è opportuno che al centro dei provvedimenti normativi sia messa la questione delle condizioni economiche, sociali, previdenziali in cui tutti i lavoratori dello spettacolo, dai tecnici agli attori, esercitano la propria professione.

Agli operatori culturali viene richiesto di partecipare a bandi, ma le università non formano per farlo autonomamente. Quelli europei in particolare, visti dall’Italia sono parecchio ostici. Inoltre sono molte le imprese culturali travestite da associazioni per poter partecipare ai bandi. Qual è la sua opinione in merito?
Devo rispondere con una prospettiva personale che rischia di essere aneddottica: quando ho voluto dare vita a un progetto artistico autenticamente indipendente, nel quale riconoscermi pienamente, ho fondato Sentieri selvaggi, associazione per l’esecuzione e la diffusione della musica contemporanea. Il mio percorso di studi mi aveva formato per scrivere musica, e non per la responsabilità di condurre un’organizzazione culturale; in effetti poi quel progetto ha fatto un importante salto di qualità solo quando ci siamo dotati di una minima struttura organizzativa. Ma non ho mai ricevuto dalle istituzioni pubbliche un incentivo reale a dotare Sentieri di una struttura organizzativa, con operatori culturali preparati e qualificati. Questo è il punto: se è il lavoro che deve essere messo al centro dello sviluppo della cultura nel nostro Paese, dobbiamo pensare anche alla formazione, e alla corretta responsabilizzazione di operatori perfettamente in grado, per esempio, di partecipare a bandi della Comunità Europea, come accade nella maggior parte degli altri Paesi. 

Qual è il ruolo che deve assumere la Film Commission lombarda, di cui sono soci Regione Lombardia e Comune di Milano?
Da tempo sostengo che una Film Commission adeguata alle esigenze di una regione così ricca di attività produttive e formative, debba operare su due livelli: facilitare la realizzazione di produzioni cinematografiche e audiovisive sul territorio, e questo spetta ai Comuni, e sostenere la produzione con incentivi di carattere economico, e questo spetta alla Regione. Posso dire che sul fronte della facilitazione e del supporto tecnico alle produzioni oggi il Comune di Milano ha fatto significativi passi in avanti, come testimonia la grandissima crescita di set che hanno scelto Milano tra il 2010 e gli inizi del 2020. Regione Lombardia è invece ancora tra le Regioni in coda rispetto alla quantità di risorse destinate al supporto dell’attività produttiva cinematografica e audiovisiva. La dialettica della relazione tra Comune e Regione su questo tema non ha ancora portato a una sintesi efficace, speriamo che il nuovo Presidente nominato da Regione sappia tradurre in operatività il desiderio espresso di un nuovo rilancio per Lombardia Film Commission. 

Dobbiamo rassegnarci all’idea che per rispettare il distanziamento sociale il nostro modo di fruire gli eventi cambierà con la necessità di entrate dilazionate, file e sanificazioni? Il Presidente dell’Anica Francesco Rutelli ha parlato della possibilità di concordare con i comuni l’apertura di drive in, come avevano già proposto Paolo Virzì, la Cineteca di Bologna e il Festival di Pesaro. Inoltre stiamo diventando tutti più poveri: bisogna ripensare gli eventi?
Non amo le conclusioni affrettate: siamo nel mezzo di un enorme cambiamento epocale in moltissimi comportamenti sociali, che invece pensavamo fossero sedimentati e acquisiti per sempre. Ora immagino un periodo inevitabile di sperimentazione, con modalità di fruizione che potranno essere anche influenzate da creatività e innovazione. Pian piano capiremo, tutti insieme, come configurare nuove modalità di condividere l’esperienza del teatro, della musica, del cinema, coerenti con le prescrizioni di attenzione medico-sanitaria, ma che non sacrifichino la dimensione fisica, concreta, corporea di questa condivisione. Solo una cosa abbiamo capito finora: che a teatro, musica, cinema non possiamo e soprattutto non vogliamo rinunciare.

Chiara Zanini

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Sono un'operatrice culturale, critica cinematografica e autrice freelance. Mi interessano particolarmente le politiche culturali, le politiche migratorie e i diritti umani.