Le misure adottate dai governi in queste settimane per contenere la diffusione del COVID-19 limitano la libertà individuale e assottigliano il confine tra umano e disumano. Sebbene si tratti di provvedimenti necessari, Antonio Grulli invita a tenere gli occhi aperti per evitare il ripetersi di dittature che in passato hanno trovato terreno fertile in contesti di emergenza simili a quello attuale.

Colgo l’occasione delle parole pronunciate da Renzi alcuni giorni fa, sulla necessità di far ripartire il Paese, per stendere alcuni pensieri. Penso siano state parole coraggiose, le si condivida o meno. Penso soprattutto spingano a chiamare le cose con il loro nome. Coprifuoco, lasciapassare, controllo dei cellulari, inviti alla delazione colti con uno zelo impressionante e vasto, Internet come strumento di controllo e bullizzazione di chi non si allinea all’opinione dominante: il tutto attraverso la Rete, diventata ormai unico luogo possibile di socializzazione, in cui la possibilità di controllo è totale, come nemmeno Goebbels avrebbero sognato. Tecnicamente siamo in una dittatura; e siccome la parola “tecnicamente” è uno di quei termini finti inventati da politici e corporation per pararsi le chiappe, traete voi le conclusioni.
Sia ben inteso: serve. Anch’io concordo sull’utilità di queste misure, e questa mia frase non è ironica né provocatoria. La colpa non è della malattia, ma di molti errori politici commessi negli anni, da sinistra a destra, e permessi da noi. Però serve: arrivati a questo punto non possiamo fare altro. È “una sospensione delle libertà” necessaria. Uno dei problemi è che forse dovremmo rileggere con occhi nuovi alcuni passaggi dei nostri libri di storia. Buona parte delle dittature sono iniziate perché vi erano emergenze ben peggiori della nostra. Forse che la Spagna di Franco non aveva una situazione di emergenza ben più grave di quella che stiamo vivendo noi? O forse che il Biennio Rosso, arrivato nel 1919, dopo una guerra mondiale con milioni di morti e un’influenza Spagnola con altri milioni di morti, e che portò all’ascesa di Mussolini, non era una situazione peggiore della nostra? Forse che in Russia nel 1917 i contadini e gli operai non morivano davvero di fame? Il punto allora rispetto a questi antecedenti illustri è uno: visto che un’emergenza di questo tipo potrebbe innescarne altre di tipo differente (economico, politico, sociale?), una volta che questa influenza sarà terminata, ne approfitteranno i nostri politici per prolungare il loro potere? Glielo permetteremo? Speriamo di no.

SOLDI E CONDIZIONI DISUMANE

Ma le parole di Renzi penso sollevino (almeno in me) due ordini di riflessioni che, come mondo intellettuale, non possiamo far cadere nel vuoto. Il primo è di ordine pratico. Il sistema e le persone possono sopravvivere solo se ci sono soldi. Nel momento in cui avremo debellato la malattia ma non ci sarà più un euro in cassa, con cosa terremo aperti gli ospedali? Con cosa faremo la spesa? Oggi possiamo permetterci una quarantena che deve essere vista come un lusso e che è possibile solo perché gran parte del mondo ha creduto nel tanto denigrato (anche oggi) capitalismo. Abbiamo un tale surplus di beni, e di risparmi, e siamo avanzati talmente tanto da un punto di vista tecnologico e rispetto alle possibilità delle banche centrali e private di creare ricchezza temporaneamente fittizia che possiamo permetterci di rinunciare a un po’ di tutto questo per salvare vite. Non sarebbe possibile in nessun Paese di impianto socialista, né in nessuna utopia pauperista fattasi realtà. Ma non è eterno questo lusso.
La seconda riflessione, ed è quella su cui mi sembra nessuno si sia soffermato, è su come la storia ci abbia insegnato che l’elemento più spaventoso delle dittature del passato era il vivere continuamente in una condizione “disumana”. State ben attenti, si trattava di un disumano sempre presentato come necessario a fin di bene, ma rimaneva pur sempre disumano. Poteva essere una legge disumana fatta per migliorare le condizioni economiche della popolazione, una situazione disumana fatta per riequilibrare una stortura sociale, un modo di parlare disumano, basti pensare alla terminologia astratta e burocratica dell’Unione Sovietica. “Disumano” come contrapposto a “umano”, a tutto ciò che ci è proprio e ci qualifica come umani, che non necessariamente è sinonimo di buono o di bello. Purtroppo la morte è la cosa più umana in assoluto che ci sia, è l’unica altra condizione della vita. Anche la malattia è quanto di più umano esista purtroppo, anche una malattia come quella che stiamo vivendo e mai ci saremmo immaginati di dover vedere. Avere paura è umano, anche avere una paura che ti porta a voler lasciare in maniera folle e criminale l’epicentro di una pandemia per tornare dai tuoi parenti.

LAVORO E MORTE

Essere costretti a non lavorare è invece disumano. Non sono uno storico, ma penso non sia mai accaduto in nessuna dittatura del passato, e nemmeno durante nessuna pandemia, che ben più del 50% della popolazione di interi Paesi fosse costretta a non lavorare. Così come è disumano non poter uscire in libertà, non poter visitare i propri parenti o gli amici cari. È disumano dover compilare un foglio per potersi muovere. Diventa grottesco in maniera disumana se questo foglio cambia ogni tre giorni. Magari noi possiamo non credere in Dio, ma nessuna persona priva di desiderio revanscista o priva di odio cieco nei confronti di un gruppo sociale può negare che vietare le messe sia una cosa profondamente disumana, soprattutto durante una pandemia. Ma la cosa più disumana è tutta questa gente costretta a morire senza rivedere i propri cari e senza poterli avere a fianco mentre si varca una soglia.
Sembra quasi ci si sia dimenticati che la morte prima o poi arriverà per tutti, ma è come abbiamo vissuto che fa la differenza. I giorni scorsi ho letto da qualche parte un passaggio di un editoriale in cui si ricordava come molte delle persone che abbiamo ammirato nella storia e che ci sono state additate come esempio sono persone che hanno rinunciato alla vita per la libertà, mentre oggi rinunciamo allegramente alle libertà per la vita. E la libertà è forse la più umana delle cose: non tanto la libertà di fare e farci del bene, forse catalogabile più come buon senso e razionalità. La vera libertà è quella cosa che ci permette di usare le auto anche se causano un enorme numero di morti all’anno.
Voglio ripetermi: sono seriamente convinto che queste misure disumane siano purtroppo necessarie, e bisogna ringraziare le autorità che si sono addossate questo fardello oscuro sulle loro spalle. Ma penso sia fondamentale avere consapevolezza chiara di tutto, chiamare le cose con il loro nome, e soprattutto porci domande sulla loro efficacia e su dove dobbiamo porre quel limite oltre il quale queste leggi saranno diventate “troppo”.

Antonio Grulli

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