Il direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni riflette sulle politiche culturali. Trovando in una maggiore autonomia e flessibilità degli utili strumenti per il futuro.

In un passaggio del suo libro sulle “anime baltiche”, Jan Brokken racconta della venerazione che i registi d’avanguardia occidentali avevano per Sergej Ejzenstejn. Un atteggiamento che però non apparteneva a Stalin, il quale “apprezzava poco quel regista che non faceva film comprensibili da milioni di persone: Stalin aveva una segreta preferenza per i western e le produzioni hollywoodiane”.
In questa citazione sono condensate due delle principali questioni che riguardano l’arte: il suo rapporto con il pubblico e quello con lo Stato. Affrontare il tema delle politiche culturali porta inevitabilmente a interrogarsi in via preliminare su tali aspetti e a dover prendere successivamente una posizione: quale ruolo devono avere le preferenze degli spettatori? E quale ruolo si deve ritagliare il detentore del potere politico?
Nel nostro Paese, pur essendo datata 1974 la nascita del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, non è con la comparsa di questo ministero che lo Stato comincia a occuparsi di cultura. La storia di questa istituzione moderna chiamata ‘Stato’ è caratterizzata da una sua progressiva dilatazione, in ogni ambito. Così, nel corso del Novecento e fino ai nostri giorni, anche al netto delle degenerazioni di stampo autoritario o totalitario, in Italia l’intervento pubblico ha assunto proporzioni sempre più ampie, in termini di regolamentazione della condotta di individui e gruppi, e di politiche attive di spesa finanziate mediante il ricorso al prelievo fiscale. In sostanza, ha prevalso una condotta per lo più dirigista e paternalista a connotare l’operato dei nostri governanti.
Se è complicato perimetrare il confine di ciò che è arte, con più certezza possiamo invece affermare quali siano l’importanza e il fine delle politiche culturali: l’accrescimento della “dotazione culturale” degli individui, la cui somma produce il capitale culturale di un Paese. Da qui la ricerca di una “democratizzazione” della cultura, della sua “accessibilità”, per allargare il numero dei beneficiari. Ma, da qui, e il cerchio si chiude, anche la messa in campo di incentivi per una sua produzione e per il suo consumo. Quale forma devono però assumere tali incentivi?

Quale ruolo devono avere le preferenze degli spettatori? E quale ruolo si deve ritagliare il detentore del potere politico?”.

Qualche anno fa, un libro uscito in Germania (Der Kulturinfarkt di Dieter Haselbach) aveva dato il via a un acceso dibattito sulle modalità dell’intervento pubblico in ambito culturale. Tradotto anche in Italia, il volume recava come sottotitolo Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura, in luogo del più letterale Troppo di tutto e ovunque le stesse cose. Che è grosso modo quanto accaduto nel nostro Paese, dove gli incentivi sono stati dati prevalentemente alla produzione e hanno determinato una sorta di appiattimento dell’offerta.
Si pensi ad esempio al cinema, come hanno dimostrato Giacomo Manzoli e Andrea Minuz nel libro Il cinema di Stato, in cui hanno analizzato un campione significativo di film realizzati con contributi pubblici dal 2004 a oggi: la loro caratteristica – con poche eccezioni – è la ripetitività stilistica, contenutistica ma anche di persone coinvolte: registi, sceneggiatori, attori ecc. Per quanto riguarda invece la quantità, il numero di film prodotti in Italia nel 2017 ha toccato quota 218, con budget medio-bassi e incassi altrettanto modesti. Ma lo stesso discorso può essere svolto per i beni culturali, dove, a fronte di una tendenza a vincolare e tutelare il nostro patrimonio, il risultato è stato quello di ingessare e rendere poco dinamico il settore. Una chiusura che è effetto di una eccessiva regolamentazione, che mal contempera le esigenze conservative con quelle legate alla valorizzazione, con il conseguente mancato ritorno in termini occupazionali ed economici. Come dimostra, ad esempio, il ridotto volume d’affari del nostro mercato dell’arte, anch’esso penalizzato da un eccesso di regole, burocrazia e tassazione.

Filippo Cavazzoni
Filippo Cavazzoni

Un buon metodo da seguire per il legislatore potrebbe essere allora quello di procedere per “sottrazione” e non più per “accumulazione” (di norme, vincoli, categorie, esenzioni ecc.): evitare di aggiungere complessità a un quadro che di suo è già sufficientemente complesso. Porsi nei confronti delle politiche da adottare con l’intento di rimuovere chirurgicamente quelle barriere che sono da ostacolo a un maggiore sviluppo del settore culturale, per renderlo più libero, flessibile, vivace e rispettoso delle preferenze degli individui. Concedendo più autonomia e insieme maggiore responsabilità alle istituzioni culturali, e cercando di ottenere un contesto all’interno del quale possano emergere nuovi soggetti e nuove proposte, capaci di attirare pubblico e di approfittare di innovazioni e nuove tecnologie.

Filippo Cavazzoni

www.brunoleoni.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #46

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Filippo Cavazzoni
Filippo Cavazzoni (Carpi, 1978) si è laureato in lettere moderne all’Università di Parma e ha conseguito un master di secondo livello in Parlamento e politiche pubbliche alla LUISS Guido Carli di Roma. Attualmente è direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni e amministratore unico di IBL Libri. Per l’IBL segue inoltre i temi delle politiche per la cultura e lo spettacolo. Collabora con il quotidiano Il Giornale ed è segretario generale di Confcultura. Di recente ha curato il libro “Il pubblico ha sempre ragione? Presente e futuro delle politiche culturali” (IBL Libri, 2018).