Il modello culturale italiano. Parola a Stefano Monti

Una riflessione sul necessario rilancio culturale dell’Italia, che dovrebbe attingere dalla reputazione di cui gode all’estero in questo ambito. Puntando a uno “svecchiamento” e a scelte politiche coraggiose.

Una spiaggia italiana in estate
Una spiaggia italiana in estate

Che ci piaccia o meno, tutti noi utilizziamo schemi mentali che ci permettono di codificare le informazioni in modo più rapido, offrendoci la possibilità di elaborare pensieri e prendere decisioni in un intervallo di tempo di gran lunga inferiore rispetto a quello che si renderebbe necessario per un’elaborazione cosciente di ogni flusso informativo che recepiamo. E, che ci piaccia o meno, lo stereotipo è uno dei meccanismi di questo processo.
Sono associazioni mentali che in ogni caso influiscono sulla nostra esistenza, sia a livello personale che a livello sociale. Se attribuiamo a qualcuno che conosciamo delle qualità in un settore e dei difetti in altri, nel tempo tenderemo ad affidarci a questa persona per quei settori nei quali crediamo abbia più competenze.
Banale, no?
Mica tanto, se pensiamo invece a come il nostro Paese stia cercando di affermarsi a livello europeo e internazionale.
Ma procediamo con ordine: l’Italia è un territorio che nonostante la cattiva gestione della res publica, una visione miope del settore del credito e condizioni economiche di contesto sicuramente non favorevoli (si pensi soltanto al cuneo fiscale in capo alle imprese), presenta dei livelli di eccellenza in tantissimi settori: dalla cucina alla chimica, dalla moda al design, dall’agricoltura ad alcuni settori dell’industria manifatturiera. Eppure, nonostante i livelli di export e alcuni altri “segnali” che provengono dall’analisi oggettiva dei dati, le eccellenze che internazionalmente ci vengono riconosciute sono esclusivamente a base culturale. Se per cibo e moda la concorrenza con i nostri vicini d’oltralpe è più intensa, i “pregiudizi” sul nostro paesaggio, sulla nostra storia e la nostra cultura ci vedono leader a livello internazionale.
Dal punto di vista internazionale, quindi, le persone e le organizzazioni tendono ad assegnarci un ruolo di primato, ormai storicizzato, relativo ai settori del Turismo e della Cultura. Ciò significa che, in questi settori, godiamo di maggiore reputazione che si traduce, automaticamente, in maggior fiducia.

Perché dunque non provare a “sfruttare” in modo strategico questa reputazione e provare ad essere maggiormente incisivi attraverso la costruzione di un modello di sviluppo culturale?

Detto ciò, le tematiche sulle quali i nostri governi si sono maggiormente impegnati, per riuscire ad affrontare un problema di equilibrio politico internazionale e comunitario, attengono invece a dinamiche per le quali la nostra reputazione (a torto o a ragione) è meno solida: economia, nuovi paradigmi di urbanizzazione, la gestione delle emergenze dei flussi migratori. Tentativi che sono all’ordine del giorno, e che si sono finora mostrati deboli, se non fallimentari.
Perché dunque non provare a “sfruttare” in modo strategico questa reputazione e provare ad essere maggiormente incisivi attraverso la costruzione di un modello di sviluppo culturale?
Riflettiamoci: negli ultimi anni, a livello internazionale, è stato sempre più riconosciuto il valore economico, politico e sociale della cultura e delle industrie cultural-based. In tal senso, sono stati attivati studi, indagini, progetti, programmi di finanziamento specifici ecc.
Dai primi esperimenti pilota (Arianna, Raffaello ecc.) fino alla creazione della nuova agenda europea della cultura, il ruolo che questo settore gioca all’interno delle “preoccupazioni” politiche è divenuto sicuramente più rilevante nel tempo.
Questo, però, nel nostro Paese, non si è tradotto in quel sostanziale sviluppo del comparto che tali misure auspicavano e, probabilmente, ciò è dovuto anche (se non soprattutto) alle dinamiche attraverso le quali gli indirizzi comunitari (tutti condivisibili) vengono realmente implementati: ed è su questo punto che l’Italia potrebbe intervenire con maggiore veemenza.
Per riuscire in questo intento, tuttavia, il lavoro da fare è ancora molto: manca ancora una definizione chiara del comparto, le misurazioni sono disomogenee e aleatorie (basti confrontare i vari rapporti per comprendere come ci sia ancora bisogno di lavorare in questo senso), il peso specifico della cultura è di gran lunga inferiore a quello degli altri settori “ministeriali” (e, su questo punto, il turismo risulta un asso ballerino che non ha ancora trovato il giusto approdo).

Iniziamo a investire su una “politica culturale” che risponda alle esigenze del nostro Paese. Facciamo in modo che da essa emergano nuovi “modelli di sviluppo”“.

Ma sono tutte problematiche che potrebbero essere facilmente risolte nel momento in cui, dal punto di vista politico e istituzionale, si decidesse di intraprendere un reale percorso di crescita. Perché il problema è che, sinora, oltre agli slogan e a qualche attività che ha cercato di “recepire” delle buone pratiche all’estero, il comparto (sia dal punto di vista legislativo che dal punto di visita economico-finanziario) non ha potuto contare su una grande “attenzione programmatica” da parte dei nostri decisori pubblici.
Siamo all’inizio di un nuovo ciclo. È il momento giusto, se si vuole, per iniziare una vera “rivoluzione” del nostro settore culturale. Uno “svecchiamento” delle posizioni (e delle poltrone), un approccio più dinamico e meno autoreferenziale, una visione più innovativa e meno “formativa”. Una distribuzione delle risorse pubbliche che smetta di guardare al settore come “incubatore di consensi” e che inizi, per davvero, a comprendere che l’assistenzialismo, nel medio periodo, genera iniquità, inefficienza e un ancor più grande bisogno di assistenzialismo, bisogno che, col tempo, è divenuto insostenibile.
Smettiamo dunque di guardare alla cultura come il passatempo di anziane signore perbene. Iniziamo a capire che è nella cultura e nel turismo che ci sono i “nuovi operai” che hanno il pc al posto del martello, e competenze al posto dei muscoli. Capiamo che è un settore economico a tutti gli effetti.
Iniziamo a investire su una “politica culturale” che risponda alle esigenze del nostro Paese. Facciamo in modo che da essa emergano nuovi “modelli di sviluppo”. E lottiamo perché tali visioni vengano esportate a livello comunitario. E da quelli che sono i settori per i quali internazionalmente ci viene attribuita una primazia iniziamo a costruire un nuovo ruolo per quest’Italia, che, per farsi sentire sui tavoli che contano, si trova costretta a far la voce grossa.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.