Dopo i focus pubblicati negli scorsi giorni sul programma culturale del centrodestra, del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle, Stefano Monti esamina le proposte degli altri partiti. Tirando le somme del discorso.

La lettura verticale dei programmi politici per ciò che concerne la politica della cultura del nostro Paese, più che lasciare interdetti, fornisce un’ulteriore conferma. Su questo punto, infatti, non esistono sostanziali differenze tra i partiti in gara, e nessuno dei pretendenti ha delle idee molto chiare sull’argomento.
I temi ritornano sempre uguali: riforma del FUS, riforma dell’Art Bonus, valorizzazione del patrimonio culturale ecc.
Con più precisione alcuni partiti non prevedono affatto una politica culturale ed altri ancora, pur prevedendola, praticamente non dicono nulla.
Sono tre gli schieramenti che dedicano maggior spazio al tema, e in ordine decrescente: Movimento 5 Stelle, PD e la Lega di Salvini (non però il programma unico del centrodestra).
Le proposte del Movimento 5 Stelle spaziano dal teorico puro come la “creazione di distretti culturali”, o “l’aumento della spesa pubblica all’1%” (proposta tra l’altro anche dal PD), “uno studio dei fabbisogni di personale per le biblioteche e per gli archivi” a previsioni invece più strutturate (aumento degli sgravi sull’Artbonus e meccanismo delle micro-donazioni). Nessuna delle proposte, a dire il vero, risulta essere realmente “impattante” sul settore, se non in senso conservativo. È questo il caso dell’abolizione della recente norma in materia di esportazione dei beni culturali (notifica), la previsione che il settore privato nei musei debba svolgere essenzialmente quei servizi previsti dalla Legge Ronchey (1993) e la previsione di commissioni di esperti giudicatrici per il FUS. Per quanto riguarda il lato propositivo, il Movimento si dichiara a favore di quel fantomatico catalogo dei beni culturali del nostro Paese (previsto ormai da quasi un secolo), anche se non sono espressi i modi attraverso i quali realizzarlo, e all’estensione della fruizione dei beni culturali attraverso l’abbattimento delle barriere architettoniche, l’utilizzo di nuove tecnologie, lo sviluppo di programmi per bambini, e attraverso il potenziamento della funzione dei musei medio-piccoli affinché possano svolgere un ruolo di intermediazione culturale e di dialogo sul territorio. (Mah!)

Matteo Renzi
Matteo Renzi

DAL PD A SALVINI

Il PD, d’altro canto, non si discosta poi molto: rigenerazione culturale delle periferie, la messa a sicurezza del patrimonio ad alto rischio sismico (sic), la previsione di nuovi meccanismi di raccolta per l’Art Bonus (che è quanto proposto anche dal Movimento 5 stelle), pianificazione paesaggistica. Sul piano produzione, invece, il PD ritiene che le ICC debbano investire in innovazione tecnologica e proclama di attuare un piano Cultura 4.0, mentre promuoverà una legge per l’editoria (in realtà una legge necessaria sarebbe quella dell’arte), e favorendo “una strategia integrata per la lettura e il ragionamento logico” (qualsiasi cosa voglia dire). Si aggiungono a questi punti la previsione di un piano digitale per la cultura (analogo a quanto espresso da Salvini) e la previsione di rendere strutturale l’iniziativa 18app e creare un’Erasmus per la Cultura.
A guardar bene, al di là degli orientamenti politici, l’unico programma elettorale che contiene elementi di innovazione è quello di Salvini, con la previsione di trasformazione del MiBACT nel Ministero del Tesoro dei Beni Culturali, la costituzione di team dedicati al Marketing e allo Sviluppo e di un gruppo di lavoro che faccia interagire questo team con le soprintendenze e i musei autonomi. Previsione per questi ultimi di una figura di manager (reale) da affiancare al direttore generale per migliorare il livello di economicità della gestione. Il programma della Lega prevede anche la defiscalizzazione per le opere d’arte, la riduzione della spending review in materia culturale, ecc.
Tra i vari, quest’ultimo potrebbe essere forse il programma più strutturato e chiaro fra quelli presentati. Peccato che nel programma del centrodestra, quello per il quale si voterà, insomma, la voce cultura prevede soltanto un misero e generico “sviluppo e promozione di cultura e turismo”.
Per chi si voglia annoiare, di seguito, gli estratti salienti dei vari programmi che non sono già stati presi in esame negli articoli pubblicati durante gli scorsi giorni.
Lasciate a chi scrive soltanto lo sconforto di chi ancora una volta ha capito che nei prossimi cinque anni, se ci va bene perderemo tempo, se ci va male torneremo indietro.

Matteo Salvini
Matteo Salvini

GLI ALTRI PARTITI

Il Partito Repubblicano non dedica una voce singola alla “cultura”, ma accorpa quest’ultima all’istruzione e al lavoro. In tale sezione il programma politico recita: “Occorre investire di più nella “cultura”, perché la cultura è un valore che appartiene non solo alla nostra storia ma anche e soprattutto al nostro futuro. Perché la cultura è patrimonio storico e artistico, è paesaggio, ma è anche conoscenza, scienza e innovazione, economia e ecologia, creatività e competenza”.
Detto questo, il programma informa sugli investimenti negli asili nido e altri interventi che guardano più all’istruzione e al lavoro che alla cultura in sé.
Nessuna previsione di strutturazione politica del settore culturale invece per Emma Bonino, Casa Pound e Sinistra Rivoluzionaria.
Forza Nuova, invece, elenca alcuni punti “culturali” nella voce “Turismo”. Per il partito di estrema destra: “La rinascita economica del nostro Paese non può prescindere dalla valorizzazione del nostro straordinario patrimonio paesaggistico, turistico e storico-artistico; ecco quindi le nostre proposte di più immediata realizzazione:  Valorizzazione del patrimonio artistico ed ambientale che Comuni e province, anche consorziandosi, dovranno impegnarsi a promuovere e tutelare; creazione di un ente nazionale apposito, volto al conseguimento dei medesimi obiettivi, che abbia facoltà di ritirare le concessioni d’uso del suolo e degli edifici pubblici ove si riscontri una gestione inadeguata o non efficiente delle risorse”.
Nel programma del Partito Comunista la cultura è invece accomunata a Istruzione e Sanità, e all’interno del programma si legge: “L’accesso alla cultura, anche in un Paese come l’Italia non è realmente universale. Rimuovere gli ostacoli al pieno accesso alla cultura, alla pratica sportiva, alla possibilità di vivere il proprio tempo libero è un obiettivo fondamentale. È previsto al riguardo un piano nazionale per la cultura, con campagne di diffusione e valorizzazione delle attività culturali nei quartieri di periferia. Incremento dei giorni di accesso gratuito ai musei, e previsione di analoghe misure per teatri, cinema, spettacolo. Difesa e valorizzazione degli enti teatrali e culturali oggi a rischio, blocco delle politiche di privatizzazione e esternalizzazione anche in questi settori”.
Liberi e Uguali invece ribadisce che “con la cultura si mangia, si vive, si lavora. L’Italia è cultura, il made in Italy è cultura, la nostra storia e tradizioni sono cultura, la nostra quotidianità è cultura e il sistema produttivo culturale e creativo occupa il 6% del totale dei lavoratori. Per questo una valorizzazione moderna che tuteli pienamente e insieme promuova è la sfida che ci pone il nostro tempo. Serve una strategia che abbiamo perso: riguarda le biblioteche che devono tornare ad essere centri di aggregazione e scoperta; il sistema dei musei che si devono riempire di narrazione e visitatori; il patrimonio artistico e archeologico la cui gestione faccia tesoro delle migliori iniziative che vengono dalla società introducendo pratiche di co-gestione che coinvolgano le comunità locali, che tendano a socializzare i benefici e a creare valore condiviso.  Un percorso di valorizzazione che si estenda alle periferie ‒ anche grazie ad esperienze di cittadinanza attiva ed autorganizzata ‒ alle zone degradate e alle aree interne del nostro Paese anche per nutrire un turismo di qualità che soprattutto nel Sud Italia può rappresentare una formidabile risorsa di sviluppo sostenibile capace di iniziare a colmare il gap con il resto del Paese. Occorre avviare un processo serio per il riconoscimento delle professioni culturali e interventi per garantire la qualità e stabilità del lavoro. Troppe sacche di precariato e di sfruttamento. Va regolamento anche il volontariato culturale che non deve essere sostitutivo del lavoro. Lo stesso va detto anche dell’uso del servizio civile con fondi statali, che a volte rischia di apparire sostitutivo rispetto a vuoti in organico”.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Angelov

    Scusate, ma questo andare a spulciare cosa “veramente hanno detto” i vari pretendenti politici in fatto di Cultura, come se si potesse incasellarla in un argomento, mi sembra l’espressione di una emarginazione culturale in cui tutti siamo stati tenuti fino ad ora; per il rilancio della Cultura ci vogliono politici che non parlino politichese, gente onesta etc un fenomeno culturale e politico come l’elezione di Trump in America, qualcosa venuto da fuori rispetto al solito sistema che ha ridotto l’Italia a quello che ora è.
    Senza un po’ di giustizia sociale, si può parlare di Cultura solo a ruota libera…