Torino e la cultura. Parola all’assessore

Mentre Artissima apre i battenti agli addetti ai lavori, la parola va all’Assessore alla Cultura di Torino, Francesca Leon. Per fare un punto su obiettivi e strategie della nuova giunta in uno degli ambiti politicamente e socialmente più delicati.

Francesca Leon
Francesca Leon

Sono giorni caldi a Torino. Perché la settimana di Artissima è quella più intensa nel capoluogo piemontese, e questo è un fatto. Ma anche perché una serie di questioni rimaste in sospeso negli ultimi mesi, dopo l’inattesa vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali, stanno venendo al proverbiale pettine. Allora ecco tutte le risposte – precise e decise– dell’assessore alla Cultura della città di Torino, Francesca Leon.

C’è chi dice che le decisioni importanti vengono prese dal sindaco Appendino e dal suo capo di gabinetto, Paolo Giordana. Qual è l’autonomia degli assessori e la tua in particolare all’interno di questa Giunta?
Le decisioni che riguardano i grandi eventi vengono condivise con la sindaca, in un colloquio che è pressoché quotidiano. Da un lato ho quindi la mia autonomia operativa per quanto riguarda i rapporti con i musei e con le organizzazioni e gli operatori culturali che lavorano nella nostra città. Dall’altro è chiaro che, in un Comune che si vuole riorganizzare in un modo più efficace, la “centralizzazione” – che è poi la costruzione di due centri servizi: la comunicazione istituzionale, che deve essere organica, e lo Sportello Unico per le Manifestazioni, in luogo degli Uffici Eventi dei vari assessorati – è fondamentale per riuscire a coordinarsi e programmare, evitando ad esempio la sovrapposizione fra gli eventi.
Questo sistema favorisce il dialogo fra gli assessori e permette di risolvere diversi problemi, come quello che aveva coinvolto Paratissima l’anno scorso.

Ricordiamo cosa avvenne?
Gli fu assegnata all’ultimo momento Torino Esposizioni e, poiché per coprire i costi dovettero applicare un biglietto d’ingresso, il Comune chiese il 20% sull’incasso. Gli organizzatori dovevano quindi restituire alla città 12mila euro. Chiesero che fossero scalate le spese sostenute per il ripristino di Torino Esposizioni, ma la risposta fu negativa. Io li ho incontrati e, nel giro di una riunione con l’assessore al Bilancio e la Patrimonio a fianco a me, abbiamo trovato immediatamente la soluzione.
Questo dialogo fra gli assessori è fondamentale. Ad esempio, nella mia visione del museo come – fra le altre cose – risorsa educativa, sono in dialogo costante con Federica Patti, l’assessore all’Istruzione.

Parliamo di questa visione.
Innanzitutto dobbiamo conoscere meglio la mappa della partecipazione e dell’utilizzo, da parte delle scuole, dei servizi educativi dei singoli musei. Al momento non sappiamo chi va dove. Lo sanno i singoli musei, ma non hanno mai fatto un’analisi per capire quali problemi inducono le scuole a non andare: presentano i loro programmi, raccolgono le prenotazioni e ospitano le scuole.
Noi vogliamo fare un passo in avanti: vogliamo capire quali scuole partecipano e dove vanno, quali problemi hanno le scuole nel partecipare alle attività formative ed educative dei musei per andare a intervenire come Comune laddove queste difficoltà determinano un non-utilizzo di un servizio fondamentale come i servizi educativi dei musei. È importantissimo che le scuole considerino i musei un’istituzione formativa al loro servizio: in questo modo si costruisce anche il rapporto con il pubblico di domani.

Altri progetti che riguardano i musei nel loro complesso?
C’è il progetto Per un museo family e baby-friendly, che è stato finanziato con un bando Open della Compagnia di San Paolo. Traccerà la linee guida per capire che cos’è un museo family e baby-friendly; una volta definite quelle linee, vorrei trasferire questa esperienza a tutti i musei e trovare risorse e modalità affinché tutti i musei siano family e baby-friendly, perché questo è un aspetto importante nella costruzione del rapporto col pubblico. Il rapporto tra famiglie e musei non è così semplice quando si hanno dei bambini.

Ne so qualcosa…
Appunto. Non ci sono servizi, in alcuni casi c’è una lacuna nella formazione del personale, che considera i bambini un problema e non una risorsa.

Wael Shawky – Al Araba Al Madfuna - installation view at Fondazione Merz, Torino 2016
Wael Shawky – Al Araba Al Madfuna – installation view at Fondazione Merz, Torino 2016

Quando dici “tutti” i musei, a quali ti riferisci? Soltanto a quelli che afferiscono direttamente alla città?
Parlo del sistema museale dell’area metropolitana.

Anche le fondazioni?
Certo. Come saprai, abbiamo un sistema di libero accesso costituito dall’Abbonamento Musei che coinvolge tutti i musei della Regione, e in particolare quelli della città metropolitana, fino alla prima “cintura”.

Abbonamento che, fra l’altro, ti sei inventata tu nel 1995.
Non l’ho inventato io ma diciamo che l’ho fatto crescere!

Torniamo all’area di azione.
Il mio lavoro è sull’intero sistema museale e su tutte le attività. Ad esempio l’ampliamento del pubblico, di cui c’è estremamente bisogno, perché è vero che è cresciuto il numero dei visitatori e quello dei turisti, ma abbiamo un bacino d’utenza che è stimabile intorno alle 250mila persone su una popolazione di circa un milione e mezzo, considerando l’area metropolitana. È una percentuale bassa.

Se dovessimo riassumere in due parole: educazione e accessibilità. È corretto?
Esatto. Attenzione anche all’accessibilità sensoriale. Alcuni nostri musei sono molto avanti in questo senso, ma sono esperienze singole. A Torino abbiamo due istituzioni che si occupano di queste problematiche, la Fondazione Molo e la Fondazione Paideia. L’idea di fondo è di creare uno standard che permetta di trovare una modalità di visita che sia uguale in tutti i musei.

Progetto encomiabile ma di non facile realizzazione…
Dobbiamo lavorare a stretto contatto con il sistema museale e con chi ha deficit sensoriali, ad esempio, per costruire strumenti che abbiano anche dei costi standard e delle modalità di aggiornamento che siano almeno in parte già definite.
Costruiamo insieme un obiettivo comune, evitando la corsa a chi fa prima e a chi fa meglio: il meglio a volte è nemico del bene. Facciamo tutti quanti un passo in avanti, ma tutti insieme, senza disperdere le energie.

In questo modo il Comune non rischia di assumersi troppi impegni?
Non sto dicendo che tutte queste cose le faremo domani. Ma è importante avere una visione generale. Il ruolo del Comune è quello di stabilire delle priorità.


Possiamo allora dire che il famigerato ultimo spot della sindaca, in cui contrapponeva chi fa la fila davanti ai musei e chi la fa alle mense dei poveri, lo possiamo archiviare nel capitolo “campagna elettorale”?
Noi ci troviamo ogni giorno, in Giunta, a dover fare delle scelte. La situazione non è facile per la finanza pubblica. Perciò bisogna individuare dei progetti che abbiano la capacità di trovare finanziamenti anche privati, magari fornendo la strumentazione necessaria.

Sponsor tecnici.
Esatto. Sponsor tecnici che ci permettano di costruire servizi e strumenti.

Fondazione per la Cultura. In campagna elettorale si diceva che sarebbe stata chiusa, poi la sindaca sembra essersi ammorbidita, parlando di chiusura “entro il quinquennio”. Tu cosa ne pensi?
Non si è ammorbidita. Nel momento in cui il Comune ha la capacità forte di organizzare gli eventi, e quindi di recepire i fondi e decidere collegialmente dove allocare le risorse aggiuntive, a quel punto l’esistenza di una Fondazione per la Cultura non è l’elemento determinante.
L’elemento determinante è la programmazione e il rapporto con gli sponsor. Le cose vanno fatte nel modo corretto e per gradi: ci stiamo dando il tempo di comporre un modello diverso – e a nostro avviso più efficace – per la raccolta delle sponsorizzazioni e delle partnership.

Il cambio di modello comporterà anche una rimodulazione degli eventi a cui il Comune darà sostegno?
Sì, perché ci sono tante esperienze, fortemente innovative, che non hanno mai fatto parte della visione del Comune.

Ad esempio?
Il Torino Fringe Festival: un’esperienza incredibile, nata dal basso, a cui bisogna dare le gambe senza con questo snaturarla. Stiamo ragionando in generale sugli eventi che sono radicati a livello cittadino, anche per il modo in cui si finanziano.
Ci sono i grandi eventi, e noi non siamo contrari, ci tengo a sottolinearlo; e ci sono gli eventi cittadini: se la città è innervata di partecipazione, se ne avvantaggia l’immagine generale. La città non può essere fatta soltanto di grandi eventi né soltanto di eventi cittadini: sono attività che si devono connettere. Per questo, ad esempio, stiamo pensando di inserire un’attività, diffusa sulla città, che parlerà di jazz, in concomitanza con il Salone del Libro 2017.

In sostituzione del Jazz Festival?
Sì. Il Salone del Libro avrà la sua componente più “commerciale” al Lingotto. Alle ore 20, quando chiude, si apre sulla città.

In maniera più strutturata di quanto avveniva prima? Perché, se è successo quello che è successo, con la nascita di un altro evento a Milano, la responsabilità sta anche in un modello fieristico che è palesemente datato.
Lo dicevano i dati già nel 2013. La partecipazione dall’estero era bassa, ma fra il 2009 e il 2013 si è praticamente azzerata.

Del Vecchio al Salone del Libro
Del Vecchio al Salone del Libro

L’aggettivo “internazionale” in effetti si poteva tranquillamente cancellare.
Ora l’idea è invece di coinvolgere anche le case editrici straniere, e i piccoli e medi editori…

Ormai non è tardi?
È vero che c’è un competitor, ma è anche vero che l’anno scorso il Salone del Libro hanno cominciato a organizzarlo in febbraio [e si tiene intorno alla metà di maggio, N.d.R.].

Il presidente del Circolo dei Lettori, Luca Beatrice, sostiene – e non è l’unico – che Renzi e Franceschini abbiano di fatto consegnato il Salone del Libro a Beppe Sala dopo la vittoria a Torino di Chiara Appendino. Fantapolitica?
In realtà è una storia antica, quella del Salone del Libro. È da febbraio che l’AIE ha deciso di spostarsi a Milano.

Questo però lo dice l’AIE, la quale sostiene di averne dato comunicazione successivamente alle elezioni per non “turbarne” l’esito.
L’Associazione Italiana Editori è parte della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e ha costruito un evento concorrente, utilizzando le conoscenze maturate grazie alla partecipazione alla Fondazione stessa. Questo è un fatto molto grave. Il rispetto istituzionale non c’è stato né prima né dopo. La comunicazione l’hanno data dopo aver siglato tutti gli accordi e noi ci siamo trovati davanti al fatto compiuto.
Comunque è la degenerazione di una crisi che viene da lontano e sulla quale le precedenti amministrazioni non sono mai intervenute.

Fondazione Torino Musei. In queste ultime settimane lo scontro con la sua presidente, Patrizia Asproni, è diventato particolarmente acceso [la notizia delle sue dimissioni è arrivata il 24 ottobre, dopo che abbiamo realizzato questa intervista, N.d.R.]. Sfiduciarla, tuttavia, non è nelle vostre competenze, perché al tavolo siete seduti in quattro: Comune, Regione, Fondazione CRT e Compagnia di San Paolo.
Il presidente della Fondazione Torino Musei è nominato dal Consiglio direttivo su proposta del sindaco ed è evidente che, se viene a mancare un rapporto di fiducia con l’Ente che lo ha designato, il rapporto tra Città – che ne è socio di maggioranza – e la Fondazione diventa molto problematico.

Patrizia Asproni
Patrizia Asproni

Qual è la tua valutazione sulla Fondazione Torino Musei in sé?
La Fondazione ha senso se è un luogo dove si produce cultura in collegamento anche con gli altri musei della città. C’è bisogno di co-progettare, di lavorare sulle collezioni… La GAM ha una collezione straordinaria, ad esempio.

Quello è però un problema di edificio e di denari che non ci sono per darle un’altra sede. Per anni si è parlato delle OGR…
Il trasferimento alle OGR non ci sarà. Però la riapertura delle OGR sarà per noi un elemento determinante per costruire un polo dell’arte contemporanea.

C’è quindi un dialogo in corso con la CRT, proprietaria dell’area?
Sì, li ho incontrati, come ho incontrato molti operatori dell’arte contemporanea. E sono in contatto anche con la Compagnia di San Paolo, in particolare per essere in collegamento costante con le sperimentazioni che loro finanziano tramite i bandi Open.

Qui tocchiamo un tasto dolente a livello cittadino. Se infatti è stato fatto molto – sia a livello di narrazione che sul lato pratico – per dare solidità al sistema dell’arte contemporanea, è stato però lasciato in secondo piano il lato “produttivo”.
Un po’ di residenze ci sono, ma indubbiamente dobbiamo valorizzare e indirizzare meglio esperienze come quella del GAI – Giovani Artisti Italiani, che mette in relazione tantissime città e regioni del nostro Paese.

Il GAI in effetti nasce a Torino, ma si è un po’ perso per strada…
Il focus che funziona meglio e che ha dato risultati migliori è quello della mobilità degli artisti. Altri progetti probabilmente sono meno forti. Il punto è però la necessità di costruire insieme alle istituzioni d’arte contemporanea della città. Per questo è importante il polo alle OGR: intanto perché c’è un luogo visibile e multidisciplinare. Anche su questo dobbiamo lavorare molto.

La vicinanza con il Politecnico è in questo senso di buon auspicio.
Certamente. E a breve distanza c’è la Fondazione Sandretto, la Fondazione Merz, e il grattacielo di Intesa Sanpaolo, che vogliono identificare sempre più come un luogo di innovazione. Questo asse permetterà a chi si occupa di arte contemporanea di trovare un luogo di interlocuzione. Questa città è molto frammentata. Ad esempio: il Museo dell’automobile, in collaborazione con il Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale, sta mettendo in piedi un centro per il restauro delle sue auto d’epoca. Potenzialmente, un centro con criteri scientifici di questo genere ha un mercato enorme.

L'ex Ospedale Maria Adelaide a Torino
L’ex Ospedale Maria Adelaide a Torino

Torniamo quindi al ruolo del Comune e dell’Assessorato come cabina di regia.
Esatto. Se i musei non hanno il supporto della città, che mette in un contesto più ampio le loro iniziative, si rischia di rimanere isolati e di non poter costruire su quella data attività una visione più ampia. Un centro come quello del Museo dell’automobile crea competenze che al momento non esistono, competenze artigianali che possono essere utilizzate anche per il mondo privato. La frammentazione determina anche una scarsa capacità di produzione di eventi espositivi. Noi abbiamo un problema grossissimo a Torino: non c’è una sede espositiva.

C’era Palazzo Bricherasio, e lì si facevano mostre di buon equilibrio fra “popolarità” e scientificità. Il modello però non può essere Palazzo Reale a Milano, che è una sorta di giungla…
Affinché non ci sia la giungla, ci deve essere ricerca scientifica, programmazione, progettazione e realizzazione. Il problema è che non abbiamo spazi. Abbiamo la Promotrice delle Belle Arti, che ha i metri quadri necessari, ma è stata data in concessione per vent’anni a un privato.

Non la rimpiangiamo così tanto, la Promotrice…
D’accordo, ma immaginala fra dieci anni. Ci sono i musei scientifici, c’è l’università, c’è l’ipotesi di trasferire la Biblioteca Centrale a Torino Esposizioni (stiamo verificando la fattibilità)… Se ragioniamo in termini di poli, la Promotrice non sarebbe più isolata, ma parte di un distretto culturale. Non sto dicendo che saranno tutti progetti che realizzerà questa Giunta, ma intendiamo porre le basi affinché possa farlo la prossima, in una visione di lungo periodo.

A proposito di progetti di lunga data: la Superfondazione che dovrebbe unire o almeno avvicinare il Castello di Rivoli alla GAM si farà o non si farà?
Noi non la vogliamo fare.

Quindi Carolyn Chistov-Bakargiev resterà la direttrice di due musei autonomi?
Valuteremo con la Fondazione Torino Musei e con il Castello di Rivoli qual è la soluzione migliore. Se non si va verso la Superfondazione, non ha senso che ci sia un direttore unico.

Eugenio Tibaldi – Seconda chance - exhibition view at Museo Ettore Fico, Torino 2016
Eugenio Tibaldi – Seconda chance – exhibition view at Museo Ettore Fico, Torino 2016

Parliamo di Artissima, che ha questa anomalia di essere una fiera finanziata anche con denaro pubblico. Cosa ne pensi?
La fiera è uno strumento di sviluppo.

Sostenere Artissima è stata un’operazione lungimirante da parte delle precedenti amministrazioni. Miope è stato invece il poco sostegno – per usare un eufemismo – dato alle fiere “collaterali” che si tengono negli stessi giorni.
Gli eventi che si tengono durante Artissima arricchiscono l’offerta cittadina, quindi ben vengano. The Others, ad esempio, quest’anno si trasferisce all’ex Ospedale Maria Adelaide e sarà molto interessante vedere la reazione da parte del quartiere. Nella cultura non ci deve essere guerra, anche perché il consumo è aggiuntivo. Inoltre il ruolo di manifestazioni come Paratissima è importante, perché avvicina le persone agli artisti.

Una delle parole d’ordine di questa amministrazione è “policentrismo”. Finalmente non ci saranno più eventi soltanto in piazza Castello?
Sarà un processo graduale, ma vogliamo creare nuove direttrici. Barriera di Milano, ad esempio, ha esperienze incredibili che vanno valorizzate, dal Museo Ettore Fico al Centro Interculturale.

Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.

8 COMMENTS

  1. Faccio un’osservazione: quale altro stato o comune , simile per estensione e quantità di produzione artistica al nostro , finanzia una fiera di gallerie private per il 70 % non italiane (e con il restante di gallerie italiane che espongono in gran parte artisti non italiani ) con la scusa della “sviluppo” ? ma quale sviluppo ? da quando c’è la fiera e da quando si finanziano le fondazioni il numero delle gallerie a Torino non è cresciuto , il mercato è limitato ed elitario e le espressioni autonome non irregimentate a certi parametri sono state escluse : un istituzione pubblica deve salvaguardare la diversità delle proposte e delle idee mentre a Rivoli per lungo tempo si è favorito solo un certo ambito escludendo tutti gli altri. Berlino è una delle città più aperte d’Europa , andate a scorrere le liste degli artisti delle singole gallerie e troverete per la maggior parte tedeschi . Provatevi a vedere pure le gallerie di Londra e sarà lo stesso. In italia gli artisti che non accettano il sistema, che non vogliono riconoscersi nell’Arte Povera o che non lavorano con le principali 10 gallerie rischiano di fare la fame mentre il comune di Torino finanzia le gallerie tedesche americane e inglesi.

    • Che Berlino e Londra siano capitali che privilegiano di più gli artisti autoctoni non direi proprio anche perchè sono tra i centri d’arte contemporanea più attivi a livello non solo europeo ma a livello internazionale, e questo lo dico anche perchè ci sono stato personalmente in tutte due le città constatandone di fatto questa realtà. Del resto condivido in pieno il fatto che nel nostro paese gli artisti locali non sono sufficientemente e adeguatamente considerati e avviati nei circuiti del sistema artistico che conta . Basta vedere quando arrivano nel nostro paese artisti, anche se considerati nel gotha internazionale e personalmente con forti dubbi a parte Fabre, come Ai Weiwei, Koons, Fabre, Christo si aprono palazzi come Palazzo Vecchio, piazze come piazza Signoria, laghi come il lago d’Iseo e via di seguito mentre per Burri, tanto per fare un esempio, al centenario della morte non si è fatto nulla o quasi, tranne l’evento in corso all’ex Essiccatoio nella sua città natale. In più bisogna aggiungere che oltre alla propensione esterofila del nostro paese il problema è sempre a monte e non italiano : chi decide di valorizzare l’artista è il Sistema Arte ; fondazioni, art funding, musei, gallerie, direttori e curatori .

      • Caro Ghin io a berlino londra e new york ci ho vissuto per lunghi periodi e ogni tanto ci vado . Ripeto che gli altri paesi , in particolare le loro gallerie private, espongono principalmente artisti nazionali : la cosa è evidente e come ho detto basta leggersi le liste degli artisti nei siti delle gallerie. E ti propongo di vederti anche la programmazione delle mostre personali nei vari spazi pubblici . E infine fai il confronto cin gli analoghi italiani. Ci rendiamo conto che le maggiori gallerie italiane e i nostri musei non promuovono l’arte italiana? E che vuoi che mi freghi di Burri? È forse uno sconosciuto? Qua non si aiuta l’arte nuova e non si favorisce il dibattito! Dopo cinquant’anni siamo ancora fermi all ‘arte povera o peggio all’astrazione a essa precedente come se non ci fosse altro!!!

        • Certo se mi parli di gallerie private non metto in dubbio che sia così, ma giusto per farti un esempio alla Tate Modern non ho visto un inglese, forse perchè non me ne sono accorto, ho visto invece Georg Baselitz e tanti altri. Poi ho citato Burri unicamente per farti un esempio di come anche per gli artisti storici in Italia si privilegia chi viene da fuori. Ma questo è un particolare di poco conto perchè qui il problema come hai sottolineato è che da cinquant’anni non si fa altro che promuovere Arte Povera in tutte le sfaccettature e forse sarebbe anche bene chiederselo. Personalmente ho una mia opinione su questo che qui non espongo per non dilungarmi, in ogni caso come ti avevo risposto sopra chi sceglie le tendenze dell’arte contemporanea ? Certamente non l’artista, ma piuttosto il sistema dell’arte contemporanea e gli artisti allineati ad esso . Ciò significa che la libertà e con essa la poetica che è il frutto di ogni libera scelta nell’arte viene meno perchè sacrificata sull’altare del sistema per ovvie ragioni di opportunismo, quindi non meravigliamoci se vedremo Arte Povera e simili proposti all’infinito .

          • D’accordissimo. Comunque a Londra gli artisti inglesi vengono supportati eccome anche dagli spazi istituzionali. Certo ora anche li per frequentare le scuole d’artebisogna essere ricchi.
            In italia invece ricchi e conformisti

          • La dittatura poverista comunista consumista ha bruciato ogni possibilità di rendere torino una città internazionale.
            Le mostre oscillano tra la mediocrità mercantile dell arte povera e L’esterofilia più provinciale e patetica.
            Bisognava per forza avere un unico direttore straniero e senza idee per due musei? Che mi
            Propone l’ ennesima mostra del poverista spompato?
            Ha ragione feroce Berlino piuttosto che Parigi o Londra sono città che danno un’offerta più fresca e meno clientelare.

          • Infatti pur non avendo musei Milano è molto più internazionale di torino perché è più aperta al presente e meno clientelare

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