Milano e la cultura. Parola all’assessore

Intervista a Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del capoluogo lombardo. Una lunga chiacchierata sul presente e il futuro, toccando alcuni nodi cardine della politica culturale meneghina.

Filippo Del Corno
Filippo Del Corno

Tempo fa Elena Maria Conenna, indistruttibile responsabile ufficio stampa dell’assessorato alla Cultura di Milano, ha lanciato l’hashtag #tiriamocela. Un po’ guascone ma esemplificativo per descrivere il fermento che Milano stava vivendo durante Expo. Una tendenza favorevolmente inarrestabile, che ha portato la città a un boom di turisti diversificati e a incrementare le offerte e le attività culturali. Aveva ragione! È giunto il momento di fare il punto e per questo abbiamo incontrato l’assessore Filippo Del Corno, all’apparenza simile a uno degli straordinari personaggi del film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza del regista svedese Roy Andersson, in fondo, un uomo di una lucidità sorprendente, di una brillante capacità oratoria e di una nascosta ironia pungente. A lui abbiamo rivolto molte domande sulle prospettive dell’assessorato: Pac, Mudec, post Expo, Via Ventura, Fiera del Libro… E per ora #continuiamoatirarcela.

Dove eravamo rimasti? Lei è uno dei pochi assessori a essere stato riconfermato nel cambio di Giunta. Che cosa vanta nel suo operato per essersi guadagnato la fiducia del neosindaco Beppe Sala?
Credo due punti: il primo è una valutazione sul mio operato durante la Giunta Pisapia. Mi sono insediato nel marzo 2013, avendo l’obiettivo molto pressante e vicino di Expo, ma al di là di questo anche la suggestione e l’idea di fare un piano strategico per lo sviluppo della cultura nella città di Milano. All’interno di questo piano i tre punti che avevo ideato, dopo un confronto molto vasto con tutti gli operatori del settore — non dico che siano stati tutti raggiunti — hanno segnato dei grossi punti di crescita e avanzamento.

Quali?
Il primo obiettivo era aumentare la qualità e la quantità dell’offerta culturale complessiva della città. E quindi pensare sempre di più all’assessorato del Comune di Milano come a una cabina di regia che costruisce un piano complessivo dell’offerta culturale della città. Il secondo obiettivo strategico era mettere in rete e creare strutture stabili o temporanee fra istituzioni culturali che invece apparivano estremamente frammentate e divise. Da questo punto di vista abbiamo realizzato molti progetti, tra cui il più importante è stato sicuramente Expo in città, che ha permesso la creazione ampia di collaborazioni fra soggetti di produzione e diffusione culturale. Il terzo punto era far sì che la cultura diventasse un fattore di sviluppo, sia dal punto di vista del patrimonio cognitivo della comunità, e quindi attraverso una maggiore diffusione della cultura e un suo maggior grado di accessibilità, dall’altro come vettore di sviluppo economico.

In un momento di diffusa recessione.
Sì, credo che il segnale che la città ha dato in un momento di grande recessione del sistema Paese è stato quello di una realtà che è riuscita a tenere, anche dal lato occupazionale. Poi c’è una valutazione politica da fare. Ho deciso di candidarmi alle elezioni del 2016. Sono risultato il consigliere più votato della lista Sinistra per Milano e quindi c’è anche un riconoscimento politico. L’esperienza di Sinistra per Milano è stata preziosa e importante per Sala: per raggiungere il risultato della sua vittoria, e di assoluta necessità per un colloquio ampio e vasto con ciò che accadeva a sinistra del Partito Democratico rappresentato da quella lista. Questo si sostanzia in un incarico politico in Giunta.

BookCity Milano
BookCity Milano

A ridosso del ballottaggio ho intervistato Beppe Sala in merito alla cultura, rivolgendogli una serie di domande. Una delle questioni salienti era quella di cosa tenere e cosa rifondare della Giunta uscente. In sintesi Sala ha citato: PianoCity, BookCity, la prima della Scala diffusa, il Mudec, la Casa della Memoria, i progetti per il Teatro Lirico e il Cinema Orchidea. Quali sono al momento tre delle sue priorità?
Teatro Maciachini, teatro per l’infanzia e l’adolescenza assolutamente necessario e importante; il Cinema Orchidea, su cui abbiamo fatto un percorso di finanziamento dell’attività di ristrutturazione e ora dobbiamo portarlo a risultato; la realizzazione nel quartiere QT8 del CASVA – Centro di Alti Studi sulle Arti Visive.

Avete presentato la nuova programmazione del Mudec, spazio che però non se la passa benissimo. Discutibile la scelta del programma espositivo – penso alla mostra su Barbie – e i numeri, rispetto forse alle aspettative e ai costi di realizzazione, per ora non sembrano tornare.
I numeri in realtà sono molto positivi, 650 mila visitatori di cui 550 mila paganti in un anno. Significa un museo che sta funzionando. È un museo che è entrato nel cuore dei milanesi perché ne hanno colto la vocazione multidisciplinare e la possibilità di rispondere in maniera variegata a una serie di interessi che hanno a che vedere col tema delle culture del mondo. È chiaro che all’interno della programmazione, la sperimentazione, inevitabile nei primi anni di attività di un museo – tra l’altro è un soggetto privato che gestisce le mostre temporanee – abbia condotto a progetti che magari non hanno riscosso successo o interesse, o forse fuori fuoco rispetto alla missione. Io ho un’idea molto chiara sulla missione del Mudec.

Ce la illustri.
Dev’essere un luogo dove la differenza tra le culture generi la cultura delle differenze. Dell’attività espositiva è titolare il gruppo24ore. Qui abbiamo vari campi di azione, di cui alcuni sono stati di successo, altri meno. La cosa più importante è che ogni progetto espositivo abbia molto chiaramente un profilo di relazione col tema della molteplicità delle culture. Il Mudec ci ha dato segnali importanti: gradimento e successo, e il perno intorno a cui si è costituito un nuovo distretto culturale. Dalla sua apertura, si è sviluppato fino in fondo il progetto BASE, l’attività dei Laboratori della Scala si aprono sempre di più alla città e quello che era un luogo confinato nell’oblio sta diventando un vero e proprio distretto culturale. Oggi le culture del mondo che abitano la nostra città hanno un punto di riferimento simbolico forte e stanno cessando di vivere Milano come ospiti, più o meno graditi dalla città, ma sono protagonisti del cambiamento della città.

A proposito di distretto culturale, la stessa cosa non è successa in un’altra area cittadina: Lambrate…
Molte gallerie d’arte si trovano in via Ventura, area che sarebbe dovuta diventare la Chelsea milanese. Ma qualcosa non ha funzionato. Al di là delle serate d’inaugurazione e del Fuori Salone, il quartiere è desolante.

Milano - Ventura-Lambrate - photo Claudio Grassi
Milano – Ventura-Lambrate – photo Claudio Grassi

Nel programma di Sala c’era scritto che andava creata una East Side Gallery come a Berlino. Ma esiste già, ed è via Ventura. Idee su come rilanciare il quartiere?
Tendenzialmente i processi di cambiamento più virtuosi che avvengono in quartieri dove non c’è un intervento urbanistico evidente nascono per iniziativa stessa delle attività che in quel quartiere sorgono. Rigirerei la domanda, non per allontanare il problema, ma per usare quest’occasione per un confronto. Sediamoci a un tavolo e pensiamo a come, dalla prospettiva delle gallerie, il Comune può essere di aiuto e di supporto a una trasformazione positiva di quell’area. La vocazione l’abbiamo individuata precisamente tutti. Non voglio chiamarmi fuori dalle responsabilità, ma sarebbe pericoloso un intervento dirigista del Comune. Credo sia più utile e giusto che un primo approccio venga fatto attraverso l’assessorato alla Cultura per capire dalla comunità quale potrebbe essere una prospettiva di sviluppo.

Quindi è disposto ad aprire un tavolo?
Certo!

Arte, teatro, musica, danza… Un progetto di respiro internazionale in cantiere per ogni area.
Arte: artweek, l’idea che attorno a miart si sviluppi una settimana dell’arte contemporanea internazionale. Abbiamo sviluppato sperimentalmente negli anni scorsi e abbiamo visto che l’alleanza tra le varie istituzioni pubbliche e private funziona. Teatro: torno a ripetermi, il Teatro Maciachini, perché dotarsi di un teatro dedicato all’infanzia e all’adolescenza ha un respiro internazionale. Musica: Festival JazzMi, una manifestazione legata ai linguaggi del jazz che sappia rimettere in connessione la grande tradizione, sia di formazione che pratica, del jazz milanese con il mondo e con i grandi solisti in una struttura non più spalmata e disorganica com’era in precedenza, ma in un unico appuntamento.

Manca la danza…
La danza è il punto dolente. Il balletto classico è rappresentato in modo eccellente dal Teatro alla Scala. La danza contemporanea manca alla nostra città. Credo che un’azione interessante potrà essere data dall’apertura del Teatro Lirico. Lì capiremo se potrà essere il punto di coagulo che permetterà di rilanciare un progetto internazionale per la danza contemporanea.

Milano
Milano

Milano post Expo sta avendo un vero e proprio boom turistico. Ed è cambiata anche la tipologia dei visitatori. Va anche considerato che rispetto ad altre città come Parigi, svuotata a causa degli attentati, i turisti oggi si sentono più “sicuri” a Milano, e in Italia in particolare. Anche se pare che la Cina stia limitando i visti agli studenti che desiderano venire a Milano per frequentare le nostre scuole, soprattutto nell’ambito della moda. Successo di visitatori che va mantenuto. Quali sono le sue strategie per conservare o alimentare quest’ondata?
Milano si può candidare come città dove il pensiero creativo in tutti i campi può trovare le condizioni più fertili per esprimersi. Riscontriamo anche la crescita massiccia d’investimento e di attenzione da parte dei soggetti che poi beneficiano in termini economici della proliferazione di un pensiero creativo di alto livello. Quando Apple decide di fare il proprio flagship store a Milano, decide di mettere una bandiera nel luogo dove la creatività si esprime a un livello tale per cui ha senso che un’azienda come la Apple investa. La prima strategia per mantenere il turismo è conservare e incrementare il capitale reputazionale che la nostra città ha in tanti Paesi stranieri, di cui Expo è stata una straordinaria vetrina. Grazie a Expo molti Paesi e molti visitatori stranieri si sono resi conto che Milano è una città europea per quanto riguarda l’efficienza, il sistema di accoglienza e soprattutto per la qualità e la quantità dell’offerta, che non è soltanto culturale ma genericamente creativa e che produce grande interesse. Questo capitale di reputazione va mantenuto e forse anche incrementato. Bisogna poi rafforzare la portata simbolica delle identità di Milano, che oggi viene avvertita come una città che riesce a essere attrattiva per mondi diversi. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che proprio il suo patrimonio artistico e la sua produzione culturale sono diventate un elemento forte dell’identificazione della città. Il nostro patrimonio è diventato un elemento iconico. Ho lavorato molto su questo tema delle icone. Credo sia una delle cose che mi è riuscita meglio.

In che senso?
Quando ho detto: “In Expo scegliamo sei opere d’arte della città e facciamo che ne diventino le icone e raccontino le molteplici identità di Milano in giro per il mondo”. Che si tornasse a identificare Milano come la città de L’ultima Cena, della Pietà Rondanini, dello Sposalizio della Vergine, de Il bacio di Hayez, de Il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Questo ha prodotto una nuova consapevolezza.

Milano città metropolitana. Che vantaggi avrebbe la cultura in termini di finanziamenti e di organizzazione? Nessuno?
Purtroppo nessuno. Il vero buco nero è che le competenze che erano delegate alle Province vengono assunte dall’organo più alto, in questo caso dalla Regione Lombardia. Tutto ciò che riguarda direttamente investimenti e risorse passa per competenza e responsabilità alla Regione Lombardia. Non abbiamo però visto l’effetto di un piano strategico della Regione sull’area metropolitana di Milano sul fronte culturale. Attendiamo fiduciosi. Il vero problema è che la città metropolitana, dal punto di vista amministrativo, è una riforma completamente fallita, dal mio punto di vista. Nel senso che sostanzialmente non sono state allocate delle risorse affinché funzionasse. La città metropolitana può però funzionare dal punto di vista simbolico. Noi già creiamo una rete con molti comuni limitrofi. È chiaro però che se bisogna fare dei progetti di piano strategico possono essere fatti soltanto da chi ha le risorse. In teoria in questo momento è la Regione.

Fondazione Prada, sede di Milano, foto Bas Princen, courtesy Fondazione Prada
Fondazione Prada, sede di Milano, foto Bas Princen, courtesy Fondazione Prada

Pubblico e privato. Di recente ha inaugurato una mostra a Palazzo Reale finanziata al 100% da Alcantara. La collaborazione come funziona? Il brand privato presenta un progetto? Sono i curatori a presentarlo? Avete una commissione interna che vaglia le proposte in termini di rilevanza culturale e o scientifica?
Funziona attraverso accordi di collaborazione. Sono sempre progetti non spot ma pluriennali, dove brand privati offrono un sostegno all’attività culturale del Comune e si propongono di condividere la realizzazione di alcuni progetti. L’Amministrazione ha la possibilità di interloquire sia in termini di scelta condivisa dei curatori sia in termini di percorsi realizzativi. Il tutto avviene sempre in un processo di condivisione costante e continuo di ogni step. Ricordo inoltre che, per quanto riguarda le sponsorizzazioni, c’è un bando pubblico aperto. La nostra direzione centrale a ogni inizio d’anno apre una procedura di evidenza pubblica che permette a soggetti privati di identificare i progetti o le realtà o le strutture pubbliche su cui è possibile intervenire in forma di sponsorizzazione. Questa sponsorizzazione poi comporta una serie di possibilità tra le quali spesso c’è la condivisione dei progetti realizzati dal marchio privato.

A proposito di privati, non posso non citare la Fondazione Prada. Immagino sarà contento del successo che sta avendo.
Molto.

A Milano non abbiamo un museo d’arte contemporanea e ce ne siamo fatti una ragione. Parliamo del Pac, che si occupa di contemporaneo “estremo”, almeno per un certo tipo di pubblico. Sta scadendo il mandato del board presieduto da Massimo Torrigiani. Cosa pensate di fare? Non sarebbe opportuno fare un bando per individuare un direttore in modo da dare continuità alla programmazione? Come mai il Pac non ha mai avuto un direttore?
I motivi per cui non c’è sono, da un lato, di natura squisitamente amministrativa, nel senso che il Pac sta all’interno dell’organizzazione della macchina comunale che, di fatto, difficilmente prevede la figura di un direttore ad hoc per un museo, semmai prevede figure dirigenziali che coordinino l’attività di varie sedi espositive e individuino la responsabilità della programmazione nella figura del conservatore. Quando ero assessore nella Giunta Pisapia, ho insistito moltissimo perché venissero finalmente stabilizzati i conservatori, tra cui Diego Sileo, che gode della mia totale fiducia.

E il comitato scientifico in scadenza?
Credo sia opportuno che il Pac, proprio per il tipo di programmazione che fa, si doti, come si è già dotato, della figura di un comitato scientifico, che deve assicurare la pluralità di sguardo ed essere in grado di intercettare molte di quelle esperienze che lei definisce estreme che sorgono spesso ai confini del mondo, che però hanno la necessità di essere rappresentate nella nostra città. Il comitato scientifico presieduto da Torrigiani ha svolto un compito molto preciso e prezioso nell’identificare una funzione: dare rappresentanza alla pluralità dei linguaggi e delle espressioni artistiche in cui oggi si riconosce la creatività artistica contemporanea. Creare dei momenti d’indagine che sbordino da quelli che sono i confini tradizionali dei linguaggi artistici anche da un punto di vista geografico. L’esperienza della mostra su Cuba è un esempio. Ci sarà un nuovo comitato. Lo decideremo entro la fine dell’anno.

Sempre in riferimento al Pac, Tod’s è ad oggi lo sponsor principale, con uno sforzo economico però discutibile, considerando che usufruisce dello spazio anche come location in diversi periodi clou dell’anno. Avete però riconfermato il contratto. Che strategie di fundraising alternative pensate di adottare per il futuro?
Tod’s ha l’esclusiva come main sponsor ma per i singoli progetti c’è la possibilità di fundraising che permette ad altri di associarsi ai progetti espositivi del Pac. Se vuole una risposta a cuore aperto, per me è centrale capire se il supporto di Tod’s si sostanzi anche nell’attività produttiva. Cosa che potrebbe avere senso. I primi risultati sono stati contraddittori. Ci aspettiamo che in futuro i risultati siano estremamente positivi.

Salone Internazionale del Libro di Torino
Salone Internazionale del Libro di Torino

Salone del Libro di Torino, Fiera del Libro di Milano. A che punto siamo?
Credo che il punto di partenza decisivo e fondamentale per affrontare la questione in maniera seria sia capire e rispettare il fatto che l’AIE, l’Associazione Italiana Editori del nostro Paese, ha deciso di svolgere la propria manifestazione fieristica nella città di Milano, che è la capitale del libro, e di farlo in forma di gestione diretta. Queste due scelte sono radicali e hanno provocato all’interno sofferenza e lacerazioni, come tutte le scelte radicali inevitabilmente suscitano, ma perfettamente legittime. La responsabilità di un’amministrazione pubblica è, in questi casi, accompagnare virtuosamente e positivamente la realizzazione di questo progetto e farlo nella consapevolezza che questo evidentemente è anche il frutto di un lavoro che ha riportato centralità a Milano per quanto riguarda la produzione culturale. La Milano che ha saputo produrre in questi anni il progetto BookCity, il patto per la lettura, che si è dotata di un centro per la lettura come il Centro Formentini, è probabilmente la città dove oggi ci sono le condizioni migliori affinché gli editori sviluppino il loro progetto.

E diciamo anche che Milano è diventata la capitale dell’editoria italiana…
Rispetto al Salone di Torino, un tavolo di lavoro tecnico promosso dai ministri aveva trovato un’ipotesi di soluzione che permetteva alle due realtà di collaborare e di non confliggere, però alla fine i vertici istituzionali cittadini e regionali di Torino e Piemonte hanno trovato che l’ipotesi di soluzione messa sul tavolo non fosse soddisfacente rispetto alle loro aspettative e hanno deciso di interrompere la collaborazione.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.