Alla fiera Art Basel 2026 le vendite sono state tiepide. Il report da Basilea
Qualità altissima di gallerie e opere d'arte nei corridoi della fiera ammiraglia svizzera, che però deve fare i conti con una minore affluenza di collezionisti e una certa propensione a non spendere tanto, mentre i costi per i galleristi e per i visitatori di Basilea continuano a essere alti e la concorrenza tutta interna con Parigi non molla
Temperatura bollente a Basilea questa settimana, durante le giornate di Art Basel e delle fiere collaterali in città. E stiamo parlando del meteo, più che degli andamenti del mercato e della risposta dei collezionisti e del pubblico globale dell’arte, in viaggio, questa settimana, per l’apertura della fiera più importante del mondo.
Accanto alle grandi e roboanti vendite milionarie prontamente realizzate e comunicate dalle cinque o dieci gallerie più potenti nel sistema artistico, l’edizione 2026 pare essere stata, invece, piuttosto tiepida dal punto di vista delle transazioni alla Messe di Basilea, soprattutto per le gallerie mid, quella fascia media di gallerie che, per professionalità costruita e visione del lavoro, costituiscono la struttura portante della filiera dell’arte.
Minor affluenza di collezionisti, e di quelli americani in particolare, a cui pare si sia accompagnato però un pubblico diverso dagli anni precedenti, meno specializzato e selezionato; poca propensione a grandi spese; costi di partecipazione e connessi a quella in aumento, mentre sembra andare ridimensionandosi la centralità e l’esclusività della fiera di Basilea, insidiata dalla concorrenza di Parigi. Questi, in estrema sintesi, i temi sul tavolo per questa ultima edizione di Art Basel, in chiusura domenica 21 giugno 2026. In un ecosistema dell’arte che mostra traiettorie in pieno cambiamento, sia nei suoi valori, che nei suoi centri e protagonisti.
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Le prime vendite milionarie delle mega gallerie ad Art Basel 2026
Intanto, questo lo diciamo subito, la fiera di Basilea e le proposte delle sue gallerie erano di altissimo profilo, con opere rare e ricercate: maestose e monumentali in alcuni casi, in tanti di più semplicemente bellissime. Resta un privilegio esserne testimoni e spettatori. Certo un privilegio che si paga a caro prezzo, in una città costosissima e in una fiera, per gli espositori, non da meno. Il che costituisce uno dei principali punti di criticità della tenuta dell’evento a Basilea, su cui gli organizzatori hanno già fatto una riflessione, prevedendo agevolazioni e qualche sconto, che vedremo nel prossimo futuro quanto saranno stati efficaci e sufficienti.
Dall’empireo delle mega gallerie globali, la vendita più alta della giornata di preview di martedì 16 giugno pare sia stato un dipinto di Pablo Picasso esposto e ceduto da Hauser & Wirth per 35 milioni di dollari, che ha venduto anche Gerhard Richter per $20 milioni, e più di trenta sarebbero stati i lavori che hanno trovato clienti in quella stessa prima giornata di apertura.
Ancora di più quelli venduti da David Zwirner, che al pomeriggio aveva già lasciato andare 57 opere. “Art Basel si è riconfermata la miglior fiera del mondo”, ha dichiarato senza tentennamenti il gallerista Thaddaeus Ropac, che già al primo giorno aveva venduto un dipinto di Pierre Soulages del 1954 per oltre $3 milioni e intorno alla stessa cifra un lavoro di Helen Frankenthaler, Sudden Wave (1982), come pure Concetto spaziale, Attese del 1965 di Lucio Fontana per 1,8 milioni di euro e a 1,2 milioni un dipinto di Georg Baselitz del 2010.

Le vendite e i commenti delle gallerie italiane ad Art Basel
Ma al di là di queste prime informazioni main stream, per capirci di più su come è andata Art Basel 2026 e farlo nel modo più utile, onesto e realistico possibile, abbiamo raggiunto come sempre le gallerie italiane presenti, per chiedere direttamente a loro, schierate in prima fila, quale è stata la “temperatura” del mercato in fiera e come ha girato il vento del collezionismo; quale la propensione all’acquisto e se hanno visto funzionare la nuova iniziativa Basel Exclusive, con cui gli espositori della sezione principale si impegnavano a tenere riservate fino all’apertura della preview alcune opere particolarmente significative, senza inviarle in visione in anteprima via e-mail o via social. Per incentivare il valore della presenza, ovviamente, visto che vanno calando i flussi dei visitatori a Basilea.
“In questi giorni i risultati delle gallerie multinazionali hanno avuto grande risonanza, ma esiste un mercato a Basilea di cui si parla meno, generato da gallerie della nostra dimensione, con un programma sartoriale e di ricerca, che ha un grande potenziale”, ha commentato, trovandoci d’accordo, Raffaella Cortese, che ci aiuta a portare avanti una riflessione necessaria: “Nei momenti di crisi generalizzata occorre seriamente pensare alla sostenibilità di questo segmento, ripensando il modello di costi della partecipazione alla fiera e aprendo la comunicazione a un approccio più trasversale”. La galleria milanese aveva in stand ad Art Basel “una selezione costruita attorno a un prezioso lavoro degli anni Novanta di Kiki Smith, in dialogo con Zoe Leonard”, presentata per Basel Exclusive con 2 oranges, “opera fragile e intensa. La parete di Silvia Bächli e il lavoro di Gabrielle Goliath hanno rafforzato un percorso concentrato su corpo, gesto e presenza, completato da opere di Anna Maria Maiolino, Liliana Moro, Simone Forti, Marcello Maloberti, Roni Horn, Francesco Arena e Monica Bonvicini”. Il lavoro, tenuto riservato per l’iniziativa Basel Exclusive “ha generato conversazioni interessanti, essendo un lavoro raro e museale, ma l’iniziativa non sembra aver mosso l’ago della bilancia in termini di interessi nei giorni di preview”, continua la gallerista, che ha notato una minore affluenza in fiera e una certa mancanza di collezionisti italiani, ma anche di contatti istituzionali.

Costi in crescita e acquisti in rallentamento: il difficile equilibrio del mercato dell’arte
All Kinds of Blue era il progetto presentato per Art Basel dalla galleria romana Magazzino, ispirato all’album rivoluzionario Kind of Blue di Miles Davis. Nello stand, che riuniva artisti storici e contemporanei, il blu offriva “una struttura aperta e generativa entro cui le opere possono sviluppare linguaggi, atmosfere e significati differenti”. Anche dalla galleria romana riceviamo l ‘impressione di una fiera meno frequentata rispetto agli anni passati, “con una presenza particolarmente ridotta di collezionisti americani. Parallelamente, si percepisce la presenza di un pubblico nuovo, diverso, ma mediamente meno specializzato e meno selezionato rispetto al collezionismo tradizionalmente associato ad Art Basel”. Più significativa invece è stata la presenza asiatica, e soprattutto europea, di collezionisti svizzeri, tedeschi e dei Paesi nordici e in minor parte italiani. Estremamente elevato resta poi, secondo Magazzino, il livello qualitativo delle gallerie presenti, come la centralità della fiera, che però rende difficile l’entusiasmo ai suoi espositori, per la pressione dei costi in continua crescita, a fronte di un prestigio percepito come in calo. “Art Basel resta un appuntamento importante, ma non è più l’unico centro gravitazionale del mercato globale, che oggi appare sempre più policentrico”, è la riflessione condivisibile di Magazzino, che ci ha raccontato di un andamento commerciale rallentato: “Le decisioni di acquisto tendono a maturare nel tempo e raramente si traducono in vendite immediate, e quando succede interessa solo le opere di range di prezzo contenuto”.
Una Art Basel “sottotono” che prova a restare centrale
“L’edizione del 2026 ci è sembrata la più sottotono degli ultimi anni”, ci ha detto al penultimo giorno di Art Basel la galleria Alfonso Artiaco, “abbiamo sicuramente lavorato, ma rispetto alle scorse edizioni è mancata la vendita sensazionale, quella che rendeva la fiera di Basilea unica, ‘only one Basel’” (come da claim di Art Basel, NdA). E intanto quello che rimbalza, di galleria in galleria, è la minore affluenza di visitatori e collezionisti: “meno pubblico del solito, anche in termini numerici e anche nei primi due giorni di preview, in genere i più decisivi. L’impressione, almeno per noi è che quest’anno al di sopra di una certa soglia ci fosse più riluttanza ad investire”. E le ragioni, quelle non le sanno i galleristi e non le sappiamo noi: “saranno le guerre o forse l’ombra sempre più incombente di Parigi”, chiosa la galleria Artiaco, e non ci sentiamo di smentirla, che però si ritiene comunque abbastanza soddisfatta, “perché Art Basel a Basilea resta per noi la fiera di riferimento. Finora abbiamo venduto opere di Paolo Bini, Jannis Kounellis, Ugo Rondinone, Glen Rubsamen e Tursic & Mille. Ma siamo sicuri che fino a domenica the only one Basel, ci saprà ancora stupire”.
Ed era contenta anche la galleria di Pistoia SpazioA, che in stand aveva una presentazione monografica dedicata a Chiara Camoni, l’artista che rappresenta l’Italia alla Biennale Arte 2026. E che ha riscosso molto successo anche nei corridoi di Basilea, come ci ha raccontato il gallerista Giuseppe Alleruzzo: “Ad Art Basel c’è stato un grande interesse al suo lavoro, con molte istituzioni museali internazionali che stanno decidendo in questi giorni le opere d’acquisire o che hanno iniziato un dialogo con l’artista per dei progetti futuri”. Venduta l’installazione principale, come altre opere, entrate in importanti collezioni internazionali.
Pollice alto ad Art Basel anche per la galleria P420. “La fiera si è rivelata estremamente dinamica fin dalle prime ore, registrando da subito risultati molto positivi, con le vendite delle opere di Adelaide Cioni, June Crespo, Ana Lupas, Francis Offman e Filippo de Pisis”, ci ha raccontato Fabrizio Padovani, il co-fondatore della galleria di Bologna, che continua: “Stiamo riscontrando un forte interesse istituzionale per i lavori di Irma Blank e Laura Grisi. Particolarmente significativa è l’attenzione manifestata dal Centre Pompidou per le opere di June Crespo e Adelaide Cioni”.

La fiera Art Basel e l’arte nell’era digitale con la sezione Zero 10
Era in fiera ad Art Basel per la prima volta (oltre che alla fiera-non-fiera alternativa Basel Social Club) e nella nuova sezione Zero 10, riservata all’arte nell’era digitale al suo debutto a Basilea, la galleria di Milano Eastcontemporary, con l’artista uzbeka Aziza Kadyri, nominata anche agli Art Basel Awards 2026 nella categoria Emerging Artist. E attraverso il commento arguto della gallerista Agnieszka Faferek possiamo così fare un punto anche dal particolare osservatorio diZero 10. “Da una parte c’erano collezionisti più tradizionali che guardavano con curiosità, ma anche con una certa diffidenza, alle opere che utilizzano nuove tecnologie. Dall’altra, collezionisti provenienti dal mondo del digitale che cercavano, con la stessa curiosità e lo stesso scetticismo, di individuare la componente tecnologica all’interno dei lavori tessili di Aziza, che a un primo sguardo possono apparire molto tradizionali”. E in questa difficile missione, però, i risultati non sono mancati per fortuna: “ci sono state diverse vendite, anche se nel caso di Aziza si tratta sempre di un dialogo e di un processo a lungo termine, vista la complessità del suo lavoro. Già il primo giorno, però, abbiamo venduto inaspettatamente una delle sue installazioni interattive, probabilmente il lavoro più complesso della presentazione. Ancora più impressionante è stato il riscontro istituzionale: numerosi curatori e professionisti sono tornati più volte allo stand per approfondire il progetto, segno che la ricerca di Aziza sta intercettando questioni molto attuali e urgenti”.
Cosa ci dice Basilea sul sistema dell’arte
Il dibattito del sistema dell’arte continua a polarizzarsi, intanto, intorno alla disparità di risultati e attenzione dei pochi operatori di fascia altissima e delle tante gallerie mid, dei risultati d’asta e della sopravvivenza della filiera artistica, e resta aperto l’interrogativo sulla tenuta dell’evento svizzero, al di là della sua indubbia qualità, insidiato, in una concorrenza tutta interna, dalla più giovane sorella parigina, Art Basel Paris. “Parigi è fantastica, capisco che i collezionisti americani preferiscano andar lì”, ha convenuto, per esempio, Thaddaeus Ropac, “ma ha dei limiti, mentre qui (a Basilea, NdA) possiamo esporre le opere più grandi e potenti, è proprio un’altra scala”. Anche se, ma questo lo aggiungiamo noi, proprio una scala più umana potrebbe essere più avvicinabile per la nuova generazione di collezionisti, che poco sembra essere propensa a – oltre che nelle condizioni di – investire le somme di danaro monster dei suoi genitori e nonni. E se mancano i collezionisti americani, quelli che magari determinano le grandi aggiudicazioni da record alle aste, Art Basel a Basilea conserva di certo una relazione predominante con i più importanti collezionisti europei, che erano anche tra i migliori acquirenti della giornata di preview. Così come il contesto più ampio del polo svizzero influisce su una posizione ancora assolutamente centrale: per la presenza di una solida tradizione e passione artistica e collezionistica, per la qualità delle istituzioni museali pubbliche e private, per la concentrazione esclusiva sugli eventi artistici, quando si è a Basilea, e, ultimo non ultimo, per la presenza di una cornice operativa favorevole sul piano della fiscalità, con le tante raccolte d’arte che da decenni trovano casa nel porto franco di Basilea. Tutti fattori che trainano ancora e che ancora in futuro potrebbero far dire “only in Basel”.
Cristina Masturzo
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