Stefano Monti punta la lente di ingrandimento sul mercato dell’arte italiano. Individuando nella lentezza della burocrazia e del sistema fiscale le ragioni di una diffusa stagnazione.

Sebbene siano trascorsi ormai decenni dal pieno riconoscimento del valore economico e sistemico del mercato dell’arte, sono ancora numerosissimi i Paesi (e l’Italia è tra questi) che non si sono ancora dotati di sistemi e strumenti in grado di incentivare tale settore.
Nel nostro Paese sono stati organizzati “Stati Generali”, dichiarazioni di intenti, sono stati assunti impegni (anche legislativi) che però hanno portato sinora a un nulla di fatto.
Questo mentre l’Europa si conferma il continente più interessante (per volume d’affari) del mercato dell’arte internazionale, generando nel 2016 (secondo il report Tefaf) vendite per 20,5 miliardi di dollari.
In uno scenario di questo tipo, l’Europa e l’Italia in particolar modo dovrebbero ri-pensare il proprio ruolo, la propria posizione nello scenario geo-economico. Dovrebbero individuare in questo settore un vero asset per lo sviluppo delle economie domestiche e comunitarie.
Limitarsi a constatare, come facciamo da anni, che il mercato cresce nonostante le sue contraddizioni è da miopi. Equivale a dire, e anche qui brilliamo per cecità non corretta, che i turisti continuano a venire in Italia nonostante il Paese non sia dotato di infrastrutture materiali e immateriali adatte al livello della domanda.

A frenare il nostro mercato è lo scenario legislativo, politico e burocratico di riferimento”.

È giunto il tempo di affrontare in modo serio e concreto la possibilità di avviare delle politiche di sviluppo del comparto e, per farlo, dobbiamo prendere atto di un’amara quanto ben nota verità. A frenare il nostro mercato non è la capacità dei privati o l’imprenditorialità o qualsivoglia altro motivo che si possa imputare ai nostri operatori economici.
A frenare il nostro mercato è lo scenario legislativo, politico e burocratico di riferimento.
Tra gli strumenti che i Governi possono utilizzare per favorire lo sviluppo del proprio Paese, sicuramente tra i più importanti rientrano le politiche di natura fiscale e quelle di natura monetaria. Ma dato che l’Italia è nell’Euro, quest’ultimo strumento non è più praticabile.
Per il caso specifico, tuttavia, questo non rappresenta un problema insormontabile: un’adeguata politica fiscale può infatti generare numerosi effetti, che spaziano dalla creazione di un equo sistema distributivo fino allo sviluppo di alcuni mercati (incrementandone la domanda o la produzione/offerta).
In merito a quest’ultimo punto è inoltre da segnalare come una politica fiscale adeguata possa inoltre generare un aumento di quei mercati nei quali vengono scambiati beni “meritori”, vale a dire beni il cui consumo è percepito come desiderabile da parte di un Paese.
Senza entrare nel dibattito sul ruolo paternalistico che uno Stato può giocare nei confronti dei propri cittadini, e sulla validità di tale discorso, è fuori di dubbio che l’Italia abbia adottato questo principio, così come è fuori di dubbio che l’abbia adottato in modo quasi schizofrenico.

Questa “lentezza” burocratica, questa “incertezza” dei tempi e delle effettive decisioni che verranno prese, contestate, rimodulate, da ogni organo burocratico incluso in questa via-crucis documentale, non è altro che la prova di un atteggiamento che valuta l’arte come un bene complementare”.

Il nostro sistema è infatti caratterizzato da una serie di contraddizioni e anacronismi che non possono che risultare lampanti anche ai non addetti ai lavori. Ma facciamo degli esempi: sebbene siano anni che il nostro Paese rivendica nell’arte e nella cultura dei settori economici di traino per l’intera economia domestica, allo stato attuale il livello di tassazione per le opere d’arte è tra i più alti in Europa. Niente di nuovo? Allora proviamo con un altro esempio: nel nostro Paese viene applicata una tassazione agevolata per i prodotti editoriali e non per i prodotti artistici. Si potrà anche obiettare che è presente un’aliquota ridotta per i beni artistici quando lo scambio non preveda il ruolo attivo di un attore professionale (vale a dire, gallerie e affini). È vero. Ma non è molto chiara la differenza che ci possa essere tra una Mondadori o una Feltrinelli e una galleria d’arte. Come già tante volte detto (ma non lo si ripeterà mai abbastanza), secondo il nostro legislatore la foto di un quadro in un libro è più meritoria che il quadro stesso (avendo la prima una tassazione agevolata e il secondo no).
Ma non finisce qui: senza entrare in dettagli troppo tecnici, a oggi, la legge italiana prevede, in caso di lasciti e testamenti, un sistema di tassazione agevolata per le opere che sono custodite in casa a fini ornamentali, mentre non è previsto lo stesso sistema per le opere conservate nei caveau.
Facendo un piccolo riassunto: un libro su un quadro è più meritorio di un quadro stesso. Ma quel quadro può divenire meritorio se lo si tiene in casa piuttosto che in un luogo in cui (come il caveau) vengano garantite le condizioni di tutela più adatte.
Com’è possibile tutto ciò?
Il motivo è molto semplice. Nel nostro Paese, l’arte (dal punto di vista fiscale) è ancora vista come appannaggio aristocratico, orpello da esporre sul proprio camino nella propria sontuosa magione.
Questa visione (ancorché pittoresca) trova immediata conferma in altri regolamenti e disposizioni che lo Stato italiano prevede per questo comparto.
L’approccio del legislatore è lampante quando si guarda alle tempistiche che regolano anche un solo intervento di restauro da parte del Settore Pubblico. A rilevarlo non è un fautore della valorizzazione, ma è Cecchi (uno dei più grandi difensori della tutela italiana, già Sottosegretario di Stato del MiBACT): “Oggi, per i beni culturali, prima di poter iniziare un restauro devono passare quasi diciannove mesi. Cioè, devono trascorrere quasi due anni tra la decisione di fare un intervento e il momento di vedere il primo ponteggio, semplicemente perché bisogna aspettare i tempi della burocrazia.

Quali sono i risultati? L’Italia è uno dei mercati dell’arte meno dinamici del contesto internazionale”.

Questa “lentezza” burocratica, questa “incertezza” dei tempi e delle effettive decisioni che verranno prese, contestate, rimodulate, da ogni organo burocratico incluso in questa via-crucis documentale, non è altro che la prova di un atteggiamento che valuta l’arte come un bene complementare. Si potrà obiettare che questo iter è necessario per tutelare in modo corretto il nostro Patrimonio Artistico e Culturale. Sarà. Ma in diciannove mesi le probabilità che il progetto presentato inizialmente si riveli insufficiente sono alte.
Non è pertanto la funzione di tutela a essere messa sotto accusa, ma le modalità incongruenti attraverso le quali il nostro Paese ritiene possa essere condotta tale funzione.
Di fatto, quello che accade è che se emergono, durante l’iter di approvazione del restauro, nuovi elementi che richiedono un cambiamento al progetto stesso, questi vengano ignorati (funzionalmente) per fare in modo di agire nel minor tempo possibile. Modifiche ulteriori potrebbero comportare ancor più prolungati tempi di attesa e, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero cambiare sostanzialmente l’esito della procedura.
Stesso procedimento riguarda anche un altro grande ostacolo al mercato dell’arte del nostro Paese. La temutissima “notifica”, che è divenuta per collezionisti e amanti dell’arte l’equivalente dell’uomo nero di quando eravamo bambini.
Ancora una volta, non è la notifica in se ad atterrire il privato. È l’incertezza. E, quando non è l’incertezza, è la perdita di valore dell’opera notificata. Ma come? La funzione della “notifica” è quella di “innalzare” lo stato giuridico di un bene e il risultato è che il suo valore decada? Non c’è bisogno di entrare nei tecnicismi per comprendere che qualcosa, anche qui, è andato storto.
Quali sono i risultati? L’Italia è uno dei mercati dell’arte meno dinamici del contesto internazionale. Per tutelare lo stato di conservazione del nostro Patrimonio gli operatori sono disposti ad accettare progetti (in qualche modo) obsoleti pur di iniziare i lavori e gli strumenti costruiti per evitare che il “mercato” possa depauperare il Patrimonio Artistico presente sul suolo nazionale hanno come effetto quello di incrementare il mercato nero e di aumentare il “sommerso” dell’arte (costituito da tutte quelle opere che i possessori, per timore della notifica, tendono a non dichiarare e a non prestare).
Se per lo Stato Italiano questo significa attuare una politica a sostegno della Cultura, allora c’è proprio qualcosa che non va.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Danila Pasini

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